Milano, centordicesimo ed ULTIMO giorno di quarantena

Mi sveglio all’alba ed è come uscire da un incubo. L'ultima puntata delle storie della quarantena di Andrea Bullo

Foto: Andrea Cherchi (c)

È una mattina di sole, l’ultima che passerò tra queste mura.

Mi sveglio all’alba ed è come uscire da un incubo. O meglio, di uscire da un incubo solo perché ti scappa, e resti con quella sottile, strisciante sensazione che tornando a dormire potresti ripiombarci dentro, cosa che con gli incubi capita: coi bei sogni, mai.

Ieri sono arrivati due messaggi chiave. Il primo, dell’Eugenia: “vengo a ripigliarmi il pupo”; il secondo, dell’impresa: “domani iniziamo i lavori per il recupero delle soffitte”. Il che significa, in soldoni, che il Marco torna da sua mamma e che a breve dovrò andarmene da qui, per chissà quanto tempo, per i lavori di sopraelevazione.


Ieri sera il Marco è tornato dall’Eugenia ed io ho finito la mia missione di padre surrogato. Mi mancherà, quel piccolo delinquente. Ma ormai il tempo di occuparci gli uni degli altri va scadendo, da oggi si torna alla vita normale e questo palazzo, dove in questi giorni sospesi m’è capitato di tutto (ma proprio di tutto), tornerà ad essere il dormitorio che è sempre stato.

Ma c’è un ma.

Anzi ce ne sono diversi. L’idea di uscire là fuori e ricominciare la vita di prima, come se nulla fosse accaduto, mi angoscia. La prospettiva di dovermi trasferire e non poter più stare in casa mia per chissà quanto tempo mi atterrisce. Passerò da una quarantena a un’altra. Ma ora c’è altro cui pensare. Oggi si torna alla vita normale, si torna a studio, finalmente vedrò in carne e ossa i miei collaboratori (a giudicare dalle riunioni su Skype, più carne che ossa), un bel giro di manovella e rimettiamo in moto l’ambaradan. Oggi potrò finalmente andare a trovare i miei genitori e spiegar loro come cazzo si tiene in mano il cellulare durante le videochiamate. Sono due mesi che vedo solo narici. Chissà se hanno ancora il mento.

Avverto uno strano disagio. Tergiverso e cazzeggio a letto, guardo un po’ il cellulare, le statistiche, gli articoli di Milano Città Stato, i decretini e le disordinanze emessi in sordina col favore delle tenebre.



So che, una volta alzato, bisognerà ricominciare a correre. Mi sento come uno scricciolo di alligatore in procinto di uscire dall’uovo. La vita à là fuori, non si può stare chiusi dentro in eterno. L’istante in cui il guscio si crepa e inizia a filtrare la luce è insieme magnifico e terribile. Da lì in avanti è tutto istinto, l’alligatore non sa cosa l’aspetta là fuori. Io si, maledizione.

Ma, come si dice, the show must go on.

Mi alzo, faccio colazione, butto un rapido sguardo a SkyTG24 e i suoi servizi horror e do una scorsa ai giornali. Dopo settimane di assenza torna pure Pilar, la domestica. Si guarda in giro con lo stesso disgusto con cui si attraversa una fogna a cielo aperto con i sandali. “Eh Pilar, mi spiace, ma sono stati giorni movimentati”. Usted no tiene verguenza”, mi liquida gelida.

Mi doccio, mi vesto, fatico a trovare le chiavi dello studio e della moto. Cerco di ripassare a memoria tutte quelle cose che facevo “prima”, quand’ero un robot. Do una carezza a Donna Adelaide e al Benny, che sembra stiano iniziando a tollerarsi a vicenda.

Scendo in cortile e sono tutti lì.

L’Eugenia e il Marco coi suoi zeri in matematica, l’Ettore e la Genny, salvati dalla vigilanza del limone Sergio, l’inossidabile Aurora Britton Ravelli D’Agogna e le tossiche vedove Speranza, la Petting, il Longo tutto bello paffuto, il professor Guarnaccia, lo Zambelli, il Natale e il Gilberto, che domani fa gli anni e sta affiggendo il suo annuncio mortuario perché non si sa mai.

E il Lauria, nella sua nube sulfurea, che ha organizzato una sorta di comitato d’onore per i pochi condomini in età lavorativa che oggi escono alla conquista del bonus. Tutti lì commossi, col fazzoletto bianco in mano.

Nei garage è tutto un viavai di moto e motorini.

La mia adorata W650 parte al primo colpo, vecchia adorata battona cromata che in quasi vent’anni non m’ha mai tradito. Con le mascherine e i caschi sembriamo dei manga. “Guarda papà, un transformer”! I bambini sono allineati dalla Pescantini in attesa che i garage ritornino utilizzabili per la ginnastica mattutina.

Usciamo alla spicciolata dai box avviandoci verso l’androne. E’ l’ex prefetto Lauria in persona, col suo immancabile toscano puzzolente, ad aprirci il portone. La luce ci travolge come un’ondata, siamo pronti a partire, sembra il D-Day.

Do un ultimo saluto a queste vecchie canaglie e un ultimo controllo agli specchietti della moto prima di uscire.

C’è un tizio, nel mio specchietto, che ricorda vagamente me.

Mi fissa gelido, perfettamente curato e pettinato, con una Marinella blu al collo e un abito su misura da duemila euro. Odora di Acqua di Parma. Non voglio essere io. Non devo, non posso essere io. E invece sembra proprio che sia io. Il tizio nello specchietto si sistema i gemelli, abbassa la visiera e dà un colpo all’acceleratore, e mi dice l’unica cosa che non avrei mai, mai voluto sentire.

“Sono tornato, stronzo”.

ANDREA BULLO

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