VILE ATTENTATO

Dopo tre settimane di economia di sussistenza, è giunto il momento di fare la spesa. Ma...

Foto: Andrea Cherchi (c)

Apro il frigo.

Sarò anche suggestionato dalla (ennesima) serie vista in tv, The Terror, ma ricorda proprio il circolo polare Artico. Una desolata landa di brina a perdita d’occhio. In lontananza mi pare di scorgere un orso bianco, ma potrebbe essere un vasetto di yoghurt del 1996 che ha preso vita. Yoghurt è una parola di origine turca. Te guarda. I turchi fumano molto. Sto finendo le sigarette. Dopo tre settimane di economia di sussistenza, durante le quali sono sprofondato in bassezze alimentari inenarrabili, è giunto il momento di fare una scelta: o mangio i gatti e mi fumo i loro peli, o esco là fuori ad approvvigionarmi.

Problema uno. Scegliere l’orario.

Si propone l’alternativa tra una levataccia antelucana e il tiro a caso. Consulto le app che forniscono info sulle code. I supermercati attorno a casa sono cinti d’assedio. Sommando le code, si copre la distanza tra la terra e la Luna e ritorno. Orario sbagliato, opto per la levata.


Problema due. Dispositivi di protezione.

La maschera antigas della battaglia della Somme, strappata ad un collezionista alla Fiera di Novegro dopo una trattativa sefardita, è un po’ vistosa. Ma non ho alternative. Ho una preziosissima mascherina ffp3 di contrabbando ma vorrei tenerla per un’occasione speciale, per fare colpo. I guanti di lattice ordinati su Amazon arriveranno a metà luglio, vada per i minuscoli Vileda della colf, che mi fanno due manine da mostro, e chi s’è visto s’è visto.

Problema tre. La macchina.

Da bravo milanese, non la uso mai. Sempre usato (nell’ordine) la moto, il car sharing, i piedi, i gomiti e in fondo (ma proprio in catene), il tram. Sicché ad un certo bel momento l’ho venduta. Poi, da bravo quasi cinquantenne, mi sono regalato un’auto d’epoca. Molto vistosa. Forse troppo. Diciamocelo, una pacchianata imbarazzante e piena di rogne. Per intenderci, chiama “papà” il meccanico, a me dà del lei. La domanda è: partirà, la stronza, o mi toccherà trascinare sei tonnellate di derrate alimentari sulle spalle? 

Un’ora all’alba. Suona la sveglia.

È buio pesto.

Mi alzo. Donna Adelaide e il Benny interrompono per un istante il flusso del reciproco odio e mi fissano straniti. Sto per affrontare, per la prima volta da settimane, il mondo là fuori. Devo essere sincero, sono un po’ emozionato. Avverto la netta sensazione di non avere niente da mettermi, manco stessi andando a qualche appuntamento galante. Opto per un full black (che snellisce ma, constato mio malgrado, non fa miracoli) e infilo la maschera antigas. Chernobyl. 



Prevedendo una spesa reggimentale, acchiappo ogni sorta di sacco, carico tutto in spalla e scendo le scale. L’ascensore è stato riparato ma, come tutti i trabiccoli di questi palazzi borghesi, è una specie di credenza vetrata che fa un rumore d’inferno. Lo evito. Il cortile è buio pesto. Qualche uccellino in smart working attacca a twittare in lontananza (sto impazzendo). 

Attraverso circospetto il cortile,

diretto al corsello dei box intravvedo, all’angolo opposto, un’ombra sgusciare furtiva dal portone della scala A. L’ombra costeggia il muro circospetta. Si ferma un istante. Non so chi sia. Si volta, dà un’ultima occhiata all’unica finestra illuminata al terzo piano della scala A. Poi svanisce, con un balzo, dietro la siepe di pitosforo.

Terzo piano scala A. Mistero. Milano è una metropoli composta da quartieri composti da isolati composti da condomini composti da scale: una matrioska di mondi, tutti impermeabili tra loro. Al terzo piano della scala A, per quanto ne so, potrebbe esserci un latitante, un ristorante indiano o un museo di bambole sudafricane. Hic sunt leones. L’isolamento rende curiosi, al limite del pettegolo. Cosa che odio. 

Ma non riesco a sottrarmi. Mentre scendo ai box, continuo a chiedermi chi abiti al terzo piano della scala A e chi fosse l’ombra che prima dell’alba ha attraversato il cortile. E soprattutto perché. Tresca? Furto? Apro la saracinesca del box cercando, coscienziosamente, di far meno rumore possibile. La nicchia vuota, in cui tenevo il distillatore requisito dal Lauria, è una stilettata al cuore. Salgo nel trabiccolo che, ovviamente, non ha la minima intenzione di mettersi in moto al primo colpo. Svariati tentativi dopo, ai limiti del soffocamento da monossido di carbonio, finalmente uno o due cilindri sembrano mostrarsi collaborativi, vengono raggiunti dagli altri dieci e la carretta è finalmente in moto. 

Scendendo dall’auto per chiudere la cler,

mi chiedo se non sia un po’ da stronzi uscire all’alba a far la spesa con una Jaguar E-Type del 1966 che da sola inquina come Shangai all’ora di punta, con una maschera antigas del 1916 e i guanti gialli della Vileda, ma non ho tempo di approfondire il ragionamento perché m’arriva una legnata sulla nuca e stramazzo al suolo incosciente.

Non ho idea di quanto tempo sono rimasto in quello stato. Al risveglio sono circondato dai ragazzini del palazzo che aspettano la Pescantini per la ginnastica mattutina. Tre di loro sono nella Jaguar a farsi selfie. Ho un mal di testa infernale. Una bambina di tre o quattr’anni, forse la figlia dei Bajo, sta fissando la mia maschera antigas. Sei un marziano”? 

Finalmente arriva la Pescantini. “Avvocato ma che succede? ragazzi in riga! si sarà mica fatto male…  voi! Fuori dalla macchina! Vuole che chiami l’ambulanza? Tu! Sputa la cicca! Mi raccomando non si muova! E tu cosa credi di fare, ragazzina? Avvocato non si addormenti! Forza voi, corsa sul posto! Aiuuuuuto!!!”

Attratto dalle urla disumane della Pescantini,

accorrono l’Ettore e l’Enrico Bajo – il primo è l’enorme alano del secondo. L’Ettore trasuda bava come la Fontana di Trevi e m’inonda le lenti della maschera antigas. Eccitato dalla corsa sul posto dei ragazzini, fa avanti e indietro abbaiando lungo il corsello dei box. Mi esplode la testa. Mi metto cautamente a sedere e mi tolgo la maschera antigas sbavazzata dall’alano. È mattina fatta, sarò stato svenuto almeno due ore. Minchia che dolore.

“Ma che è successo”?

“Ma che ne so, stavo tirando fuori la macchina per andare a far la spesa, sono sceso per chiudere la cler e qualcuno mi ha tramortito”.

“Ha idea di chi possa essere stato? Le hanno rubato qualcosa”?

Cazzo non ci avevo pensato. Frugo e tasto, tasto e frugo, ma è tutto al suo posto. “No, dico, non m’hanno rubato nulla”.

“Strano”.

“A pensarci bene però…”

Sopraggiungono alla spicciolata altri condomini.

“Stamattina prima dell’alba ho visto qualcuno nel cortile. Qualcuno che chiaramente non voleva essere visto”

“Forse un ladro!”

“Può darsi… strano però che non mi abbia rubato niente”.

“Dove l’ha visto”?

Troppe facce. Troppa gente. Troppe campane nella testa. Meglio tacere. “Scusate, devo andare a fare la spesa”.

Arriva il Lauria, tutto ciabatte e catarro. “Circolare, circolare… che succede”?

“Terzo piano scala A”, gli sussurro.

“Cioè?”

“Ho visto qualcuno uscire dalla scala A prima dell’alba e nascondersi dietro la siepe. L’unica finestra illuminata era al terzo piano, prima di sparire s’è fermato a guardarla. Penso abbia capito che l’ho visto ed è venuto qua a sistemare i conti”.

“Sa chi sia”?

“No”.

Faccio per alzarmi quando accorre trafelato il Longo,

il gastronomo / gioielliere del Quadrilatero. È paonazzo, il ciccione. “Tel là!”, mi indica ai due poliziotti che l’accompagnano con le loro brave mascherine e a debita distanza, “’l’era adrè a rubà la giaguar de l’aucàt”! 

Breve spiega, veramente l’avvocato sono io e questa è la mia macchina, stavo uscendo all’alba per andare a far la spesa quando qualcuno m’ha tramortito, ha idea di chi possa essere stato, no guardi, ne stavamo giusto parlando, e nel frattempo il Longo sbianca.

Ostia, sunt sta mì, pensavi che l’era un lader, el gh’aveva anca el sac… me spias…”, mormora desolato. 

Scopro in quel momento di essere stato tramortito con un Patanegra Cinco Jotas da cinquecentoventinove Euro che il Longo, sempre mattutino, aveva appena prelevato dalla sua cantina blindata per, confesserà poi, portarlo alla serata della bisca clandestina nell’appartamento vuoto degli Schaeffer. A rigore, l’arma del delitto andrebbe confiscata, ammiccano i poliziotti, ma lo sguardo accasciato del Longo, manco gli stessero togliendo un rene senza anestesia, li induce a desistere.

“Vuole fare denuncia”?

“Ci mancherebbe, devo anche andare a fare la spesa, va bene così”.

“Ma non ci pensi neanche, ghe pensi mi”! e il Longo, mosso a pietà, si offre di fornirmi tutti i vettovagliamenti necessari, sigarette comprese.

Soltanto in quel momento mi avvedo che tutti i ragazzi e la Pescantini si sono dileguati.

Saranno asserragliati nel garage dei Comolli. Bisogna assolutamente allontanare i poliziotti. Li accompagno all’uscita rassicurandoli mentre il Longo si offre di rimettere a posto l’auto, che ovviamente s’accende al primo colpo, la gran zoccola. 

Rientro a casa a farmi un caffè. Tempo un’ora suonano al citofono. E’ il fattorino della premiata “Tana del Ghiottone degli Eredi Longo in Milano dal 1923”, che porta con sé tre casse piene di ogni ben di dio, due cartoni di Bolgheri e due stecche di sigarette. Il quarto Re magio. Il Longo s’è fatto perdonare in modo superbo.

L’ombra che ho visto non poteva certo essere lui, che a dispetto del suo cognome è una boa. 

C’è qualcuno che gira nottetempo nel condominio, forse con oscuri propositi.

C’è da indagare, ma ho la ghiaia nella testa. 

Ci penserò al risv…

(CONTINUA DOMANI)

ANDREA BULLO

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