Vado avanti e indietro per la casa come un LEONE IN GABBIA

Le alternative sono due. O si tromba, e alla svelta, o si trova una qualche distrazione

Foto: Andrea Cherchi (c)

Lo smoking nero mi veste a pennello.

Mi toglie dieci anni e almeno dieci chili. Avanzo disinvolto nella sala sapientemente illuminata, fumosa e affollata. Soppeso le fiches e penso a dove mettere a prova la mia fortuna. Sarà la roulette, che qui ha pure il doppio zero verde… o magari un black jack: ma non ho voglia di stare a contare le carte. La moquette è folta e morbidissima, sembra di fluttuarci sopra. O forse m’avranno drogato.

Sono assorto in questi gravi pensieri quando, al di là del bar affacciato sul mare illuminato da una luna vitrea, colgo fissarmi due splendidi occhi celesti. Ed è proprio uno di quegli, sguardi. C’è dentro provocazione, un’alchimia di dominazione e sottomissione. Non può restare non ricambiato. Ah, Macao, così corrotta. Qui si gioca d’azzardo con tutto e su tutti. Al gioco della seduzione non sono ammesse debolezze. Solo calcolo. Ed io, lucido nel mio smoking blu notte (strano. Pensavo fosse nero), sono una vera faina, uno che le ha già viste tutte, brillante fuori e marcio dentro. Ostento indifferenza dando la precedenza a un pelucco su una manica della mia giacca bianca (bianca, sì. E allora?) e scambio un cenno d’intesa con qualcuno mai visto prima. Calmo, m’avvicino con aria annoiata al bancone, pronto alla collaudata liturgia che precede l’intreccio selvaggio dei corpi. Lo smoking è di nuovo nero.

Neanche il tempo di ordinarmi un armagnac che quella magnifica creatura balza agile sul banco e, con sguardo predatorio, s’allunga muta fino a strusciare languidamente il suo viso al mio. Avverto la carezza d’una morbida peluria che non avevo notato, ma non mi scompongo.

È solo quando Seducciòn mi lecca il naso con alito fetido e lingua rasposa,

che inizio ad agitarmi e mi sveglio di colpo, ansimando come un mantice. È ancora buio. Donna Adelaide è sulla mia faccia e ha deciso che è l’ora delle sue coccole. Tutto il resto può andare affanculo, comprese le mie fantasie da James Bond con la frequenza di cambi d’abito della Carrà. Ammetto di non averla presa bene. Preferivo il sogno, e ammetto d’aver anche tentato di rientrarci. Ma niente.

Mentre dispenso a Donna Adelaide i suoi agognati grattini e il Benny mi fissa incuriosito – lui che ha appeso le palle al chiodo e certe mestizie più non patisce – cerco di mettere a fuoco il problema. Insomma, non sono più un ragazzino, tutto è sotto controllo, la domanda di ammissione alla Banda Barzotti è ancora lontana, ma è innegabile che questo isolamento forzato stia iniziando a farsi sentire anche ad altre latitudini.

Certo, mi sono tenuto aggiornato con la (ehm) formazione a distanza, ma i (ehm) convegni online dopo un po’ annoiano. E la traversata del deserto continuerà ancora. Bisogna pensare ad altro e in fretta. Concentrarsi su qualcosa di costruttivo e completamente asessuato. Alati pensieri.

Apro il cellulare per distrarmi con le notizie del giorno.

Coronavirus, coronavirus e coronavirus. Che palle. Infetti tot, guariti tot, deceduti tot, risorti uno. Ma insomma cos’è che non funziona, fermati tot, sanzionati tot, le solite cose. Poi salta fuori che due panda giganti dell’Ocean Zoo di Hong Kong, dopo dieci anni, hanno colto l’occasione della chiusura dello zoo per farsi la tanto sospirata trombata; che a Taranto due amanti, allontanatisi dalle rispettive abitazioni con la scusa di far spesa, sono stati pinzati nel parcheggio del supermercato a giocare a wurstel e patatina; idem a Erice, stesse circostanze, beccati che giocavano all’intubazione, versione COVID-19 dell’intramontabile gioco del dottore, ometto dettagli; che in Francia tiene banco la protesta delle lavoratrici del sesso che, pur avendo scelto – precisa l’articolo – di praticare “volontariamente” il mestiere più antico del mondo, e sono rimaste fregate da un virus ancora più antico del loro mestiere; e che il re di Thailandia è in isolamento in Baviera con venti concubine: un topo nel groviera!

Da lì è una valanga. Implacabili, gli algoritmi di google e dei social non fanno che ripropormi storie di sesso clandestino ai tempi del coronavirus. Consigli per ritrovare la passione in una coppia. Per gestire il calore degli animali domestici. Per rimediare alla calvizie (immancabile). Per tonificare i glutei. C’è da picchiare la testa contro il muro.

Forse dovrei farmi una doccia gelata per placare queste pulsioni ancestrali. L’ultima volta in cui ho fatto ricorso a questi mezzucci ero a militare, trent’anni fa, ed era anche peggio che essere forzati in casa con due gatti nevrastenici in un condominio di cariatidi e vecchi della montagna. Le tempie pulsano. Vado in cucina a bermi un caffè ed accendo la radio, che in quel momento sta inspiegabilmente passando una rassegna di lasciva musica brasiliana. Accendo la tv e ovviamente c’è l’immancabile documentario sul focoso accoppiamento delle manguste. E basta, cazzo!

Vado avanti e indietro per la casa come un leone in gabbia.

È notte fonda, ma di tornare a dormire non se ne parla. Le alternative sono due. O si tromba, e alla svelta, o si trova una qualche distrazione.

L’opzione uno non è concretamente percorribile. Nell’epoca che fu, il sesso metropolitano aveva i suoi rituali sociali. Over 40: aggancio all’aperitivo, fraseggio di circostanza, mangiamoci qualcosa in quel ristorante stellato, che belli i Navigli di sera, beviamoci ancora qualcosa, abito qui a due passi, ti mostro l’appartamento, esito: buca / mal di testa / sono appena uscito/a da una storia / domani lavoro sai / ci sentiamo. Under 40: chat, buca. Under 25: hey, buca. E per tutti la regola aurea: dopo il terzo mojito basta sia un bipede e che respiri, dal quinto in avanti è la mattanza dei tonni.

Superata la fase 1, che rischi correvi mai? Praticamente nessuno – a parte sifilide, clamidia, candida, epatite B e C, HIV, scolo, gonorrea, condiloma, herpes zoster, mononucleosi, congiuntivite e comunque, anche con tutte le precauzioni del caso, gli spiacevoli effetti collaterali dell’alitosi e del meteorismo incendiario congenito. Una passeggiata!

Un sogno, nell’epoca del COVID-19.

L’altro giorno al super, quella che in altri tempi avrebbe potuto essere la preda perfetta s’è avvicinata a 80 centimetri e quest’intimità m’ha mandato in acido. Che o-r-r-o-r-e solo l’idea di questo scambio di umori, oddio sto male.

Urge un rimedio, sono al limite della sopportazione. Ho deciso, scendo nel box e lavo la macchina. Se non altro, avrò per le mani un corpo solido, flessuoso e virus free. E pazienza se, al posto della solita strafiga insaponata delle foto sui calendari dei carrozzieri, ci sarà un avvocato cinquantenne sovrappeso e con sindrome delirante da isolamento, a contorcersi isterico sul cofano.

Oggi non c’è la bisca clandestina nell’appartamento degli Shaeffer. Butto un occhio dalla finestra e l’occhio si schianta di sotto. Tanto sono un personaggio inventato e me ne ricresce subito un altro. Il cortile è tranquillo, nessuno in giro. Neanche il corriere dell’erba della Petting e – ahimè, ci sono cadute – delle un tempo ineccepibili vedove Speranza. Via libera.

M’infilo una muta da sub che mi fa sembrare un insaccato andato a male, ma non voglio infradiciarmi. Il neoprene, inoltre, obbliga ad un controllo ferreo dei pensieri impuri. È l’ideale. Scendo furtivo ai garage. M’accingo ad aprire cautamente la saracinesca. La so lì ad aspettarmi, languida e sinuosa. Alcuni punti di ruggine rivelano torbidi del passato e ti fanno pensare con rimpianto all’antitetanica, che tempi meravigliosi. M’immagino il muso della Jaguar E-Type oscenamente proteso, le curve morbide dei parafanghi posteriori e quel codino stretto che…

Tento d’inserire la chiave nella basculante,

parola normalmente innocua ma che ora evoca tutt’altro, con buona pace della mia muta da sub. Amara allegoria di quest’ora oscura, la chiave non entra. Arretro d’un passo e constato due cose: a) non è il mio box e b) da sotto la cler, una luce si spegne improvvisamente.

M’inchiodo sul posto. Nessun rumore. Nessun movimento. Mah… Trovo il mio garage e apro cautamente la serranda. Ogni tanto fa lo scherzetto di fare uno scatto repentino, c’è una molla mezza marcia che dovrei sostituire. Ma ci sto attento e non produco alcun rumore.

Prendo su il secchio e m’avvio felpato al rubinetto, situato all’angolo dei due bracci dei garage. Potrei sbagliarmi ma giurerei d’aver visto spegnersi di colpo delle luci in almeno altri due box dell’altro braccio. Qua c’è maretta, cazzo!

Sono paralizzato dall’indecisione.

Il controllato avvocato meneghino s’imporrebbe di defilarsi alla svelta, ma l’uomo di Cro-Magnon che s’è impossessato delle mie membra è un gavettone di adrenalina. Il neoprene frustra il titanico sforzo di dominare i turpi pensieri. È estremamente imbarazzante. Opto per un ripiego tattico ma, mentre mi dirigo verso le scale, vedo aprirsi dall’interno un box nel corsello perpendicolare. Corro a nascondermi nel mio box tenendo d’occhio le scale. Scorgo avvicinarsi i coniugi Bortoli della scala D, due o tre figli piccoli. Lei è in uniforme da vigile urbano e lui in mutande e canottiera. Giurerei che, messi i figli a letto, sono andati nel garage a fare la scenetta in cui lui è in macchina, lei lo ferma per multarlo, lui se la sbatte sul cofano. Sto regredendo nella scala evolutiva.

Dal garage di fianco al mio, quello che avevo tentato di aprire per errore, quello della (tutt’altro che) impenetrabile dottoressa Morelli, arrivano nitidi ansimi inequivocabili, e non giurerei che si tratti soltanto di due persone. Da quello di fronte giunge soffocato il cigolio delle sospensioni. Sento uno scalpiccìo nell’altra ala. No cazzo, non è possibile. Sono venuto qua a cercare di calmarmi e sono circondato da ogni sorta di turpitudine -che non posso impedirmi dall’immaginare a tinte vivissime- mentre io ho un solo, affannoso, pulsante, insopprimibile pensiero in testa.

Sudore palustre.

La sola idea che qualcuno possa vedermi aggirarmi di notte così conciato, con una muta da sub parlante, mi fa impazzire dalla vergogna. Mi sento il Pacciani della situazione. Bisogna che me ne vada e alla svelta. Cerco di chiudere la serranda facendo il minimo rumore. Ci sono quasi riuscito, quando quella cazzo di molla scatta, la cler mi centra in pieno mento e mi spinge indietro fino a sbattere la testa contro la serranda del box di fronte.

Per lo schianto, l’antifurto sballato della Jaguar inizia a strombazzare e lampeggiare dritto su di me, sulla mia tuta di neoprene e su tutti i miei turpi pensieri in bella vista. Prima di perdere i sensi, sono quasi certo d’aver sentito qualcuno biasimare le mie tendenze sadomaso.

Mi sveglio in un ambiente illuminato, scrutato senza empatica da due profondissimi occhi verdi.

Non sapevo che il personale delle ambulanze potesse essere così sensuale, né sapevo che avessero uniformi nere. Qualcuno si china sul mio viso per controllare la sclera e mi lecca un occhio con lingua rasposa.

Ma che… mi risveglio di botto.

Sopra le coperte c’è il Benny che fa le fusa: è il suo turno di molestarmi. È giorno fatto. Scoppio a ridere come un pirla e avverto un profondo senso di sollievo. Era solo un incubo, un incubo concentrico. Pensavo d’essermi svegliato dopo il sogno di Macao e invece no, non era vero niente! Non ho perso la faccia davanti a nessuno! Sono diventato un personaggio di Inception… pazzesco. Te guarda la mente che scherzi che fa.

Completamente rincoglionito da questa notte tormentosa, corro a far pipì con gli occhi chiusi continuando a ridacchiare tra me e me.  Ma è ormai  troppo tardi. La tuta di neoprene ha la cerniera sul retro.

ANDREA BULLO

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