Un incontro inaspettato. In SOFFITTA

Ho il dito sul play quando, dal piano di sopra, giunge un rumore sordo, come d’un tonfo. Poi un altro. Poi un altro ancora. Il punto è che non c'è, un piano di sopra.

Foto: Andrea Cherchi (c)

Ogni volta che cambia il tempo divento pessimista, pigro e scontroso,

qualità che ho perfezionato durante quest’isolamento senza fine apparente. Decido di passare questa domenica sera di pioggia a decompormi sul divano. Cellulare e computer spenti, nessun contatto sociale, virtuale o tantomeno reale. Cerco in tv qualcosa di edificante ma ovviamente cado in trance quando trovo il canale dedicato a Bud Spencer & Terence Hill, serie completa, ciao. Quasi inizio a spiacermi che il 4 maggio si debba uscire dal bozzolo. Proprio adesso che m’ero abituato allo stato larvale. Non mi sento ancora pronto per passare da bruco a farfalla.

Decido di cominciare da un western. Dio perdona, io no: il primo della trilogia. Quand’ero bambino e vedevo questi film con papà, era prassi indossare qualcosa di western. Un cappello, il cinturone con la pistola di plastica, qualunque cosa andava bene. Se si trattava di corsari, bandana in testa e uncino, fatto col gancio d’una gruccia. Se era un film di guerra, scolapasta in testa e fucile di legno. La prima volta che vidi 2001 Odissea nello spazio ero interamente avvolto di stagnola.

Sarà che da quaranta giorni vedo mio padre (meglio, le sue narici) soltanto su whatsapp

ma sale un po’ di nostalgia. Stano un vecchio poncho acrilico polveroso, souvenir di un viaggio in Perù, e inforco sulle ventitrè il vecchio panama sfondato che uso per lavorare sul terrazzo. Peccato che gli speroni siano giù in garage, ad averli li metterei. Sarei tentato di sellare Donna Adelaide, ma conoscendo la puledra, evito.

Whisky sul tavolino e sigaro in bocca. M’aspettano un paio d’ore di alcoolizzati bisunti, sudore e polvere, buoni e cattivi, un fracco di botte. Cervello spento, garantite solo le funzioni essenziali. Amo la leggerezza di questi film. Confesso d’aver sempre desiderato risolvere una discussione con un pugno dritto in testa a qualcuno, alla Bud Spencer. Soprattutto certe udienze.

Il Benny batte sul tempo Donna Adelaide e mi si accoccola di fianco. A madame non rimane che issarsi, sdegnosa, sullo schienale del divano. Sembriamo il Bello, il Brutto e il Cattivo pronti per il ciak, azione. Ho il dito sul play quando, dal piano di sopra, giunge un rumore sordo, come d’un tonfo. Poi un altro. Poi un altro ancora, come se qualcuno stesse prendendo a calci qualcosa o scaraventando giù roba da uno scaffale.

Il punto è che non c’è, un piano di sopra.

Io vivo all’ultimo piano. Sopra al mio appartamento c’erano soltanto le soffitte, e ormai neanche più quelle: una spregiudicata e avida società anonima se le è comprate tutte, una ad una, tra blandizie, estorsioni, promesse e una barca di soldi, per sopraelevare il palazzo. I lavori dovevano iniziare in primavera ma, causa coronavirus, sono stati rinviati. (L’acquirente sono io. Se l’avessero saputo le avrei pagate il triplo. Per dissimulare i sospetti mi sono anche dato battaglia in assemblea condominiale, mi sono fatto causa da solo e ho pure perso. Che non si sappia in giro).
Fatto sta che le ex soffitte ormai sono vuote e dovrebbero pure essere chiuse. Con molto, molto disappunto, prendo su la mazza da baseball che non si sa mai, inforco le scarpe e vado su a vedere.

Sulle scale regna un silenzio assoluto. Nessuno in giro. La porta che dà al solaio è aperta. Una bava di vento la scuote leggermente, facendola cigolare. Dall’interno arriva un debole chiarore. Apro la porta circospetto con la mazza da baseball pronta a colpire. La luce delle scale proietta all’interno della soffitta la mia ombra con poncho, panama, sigaro e mazza. Sembro Charles Bronson. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Ma quando un tizio gira di notte con una mazza da baseball a fare il giustiziere, nove volte su dieci finisce in ospedale con un buco in petto, la decima in commissariato a dare spiegazioni.

Entro cauto. Qualche materiale da costruzione mollato lì dall’impresa, nient’altro. In un angolo al buio, seduto sopra ad un secchio rovesciato, però c’è qualcuno. Sarà alto si e no ottanta centimetri. È un bambino che mi fissa, imbronciato.

“E tu chi caz… chi sei”?

“Sono il Marco”.

“Marco cosa”?

“Il Marco”.

“E cosa ci fai qua”?

“Niente”.

“Nel mio solaio”?

“È tuo”?

“Ehm.. no, è di una società lussemburghese, ma non è questo il punto. I tuoi genitori sanno che sei qua”?

Nessuna risposta.

“Perché ti nascondi”?

“Sono in castigo”.

No calma, sono le dieci di sera,

ma quale bestia manda il figlio – quanti anni hai, sette – in castigo in solaio al buio mentre fuori piove? Nel mio solaio, cioè dei lussemburghesi, per di più!

“Cos’hai fatto per essere in castigo”?

“Ho preso zero in matematica”.

“Minchia”.

“E poi dico le parolacce”.

“Quand’è così, abbiamo due cose in comune”.

“Anche tu hai preso zero in matematica”?

“Per anni. Infatti faccio l’avvocato”.

“Ma gli avvocati dei film non dicono le parolacce. Io voglio fare lo sceriffo, così posso dirle”.

“Ecco, appunto”.

“Da quanto sei qua”?

“Da un po’”.

Qualcosa non torna. Oggi è domenica, le psicoscuole sono chiuse.

Questo zero in matematica ha su un po’ di polvere. Una cosa del genere accadde anche a me. Avrò avuto l’età del Marco. All’epoca ero chierichetto e mi rifugiai in chiesa per due giorni consecutivi. Dopo aver servito svariati funerali, battesimi e messe, i preti – traditori – mangiarono la foglia e mi riconsegnarono ai miei, con vane raccomandazioni di indulgenza. Ne presi talmente tante che dev’essersi occlusa la porta del cervello da cui entrano i numeri. Non riesco neanche a ricordare a memoria il mio numero di cellulare. È una cosa che faccio pesare a mia madre ancora adesso. Bisognava assolutamente impedire che quello scempio si ripetesse di nuovo. In questo Paese, di sceriffi ce n’è già abbastanza, e anche di avvocati.

“Quand’è che l’hai preso ‘sto zero”?

“Giovedì”.

“E quand’è che l’hai detto ai tuoi genitori”?

Colgo esitazione.

“C’è solo la mia mamma. Non gliel’ho proprio detto”, mi fa col magone, “ma stasera ho lasciato il computer aperto sulla scrivania così può vederlo. Poi ho messo un cuscino sotto le coperte e sono scappato qua in castigo”.

“Tu sei fuori di testa. Ti starà cercando!”

“Se mi trova mi gonfia come un pallone”.

“Chi è la tua mamma”?

“L’Eugenia”.

O signore, proprio l’Eugenia. Celebre nel palazzo per aver storpiato di botte l’ex marito e per averlo mandato in ospedale a causa, a quanto si dice, di una faccenda di corna. Più che comprensibile, peraltro. Onestamente l’Eugenia terrorizza anche me, posso immaginare lo stato d’animo del Marco. M’allungo a sedere su un sacco di malta. Il vestiario imporrebbe di accendere un falò e cuocere dei fagioli in una padella rugginosa, come si fa tra complici in fuga.

“Hai un piano”?

“Per cosa”?

“Beh se la fuga deve durare a lungo, dovrai pur avere un piano. Se no che sceriffo sei”?

Con sguardo fermo, estrae dallo zainetto un pacchetto di merendine e me lo mostra.
Apposto, stiamo. Bisogna dirlo a tua mamma. Te sei matto. Senti giovanotto, tu devi tornare a casa tua e io devo tornare al mio film. Adesso andiamo e io ti copro le spalle. Tra adulti ci capiamo. Dai su, in piedi.

Il Marco trema come una foglia.

Scendiamo giù dalle scale e, quasi giunti all’androne, lo vediamo illuminato dai lampeggianti blu della Polizia. L’Eugenia è li che si sbraccia, è alto così, non so com’era vestito, è disperata, poveretta. Avanzo con fare da pistolero tra gli sguardi attoniti dei poliziotti. Il Marco era su in soffitta. E adesso dov’è? Calma, Eugenia, sta bene. Mandiamo via questi signori e ragioniamo. L’Eugenia mi fissa brutto. Mi manca il respiro. Mi sembra di essere tornato indietro di quarant’anni e dover nuovamente affrontare mia madre, come se quel cazzo di zero in matematica l’avessi pigliato io un’altra volta.

I poliziotti se ne vanno un po’ scocciati. “Dov’è quel pirla di mio figlio”? “È qui sulle scale, ma sta’ calma, è terrorizzato”. “E da cosa”? “Dai Eugenia guardati, sembri Tyson contro Holyfield…”. Contro ogni previsione, scoppia a ridere. “Ah, è per lo zero! T’ha detto che lo meno, eh? Che paraculo. Minacciarlo sì, ma menarlo proprio no! Mio figlio, ma sei matto…? Mi sono sfogata abbastanza con quel coglione di suo padre, quella volta che gli ha dato una sberla. Era per questo, non erano corna”. Hai capito il cazzaro… “E quindi?” “E quindi niente. Stai al gioco. Raccontagli che sono furibonda e che se lo trovo lo annodo, robe così. A tinte forti. E tienitelo per un po’, così almeno cambiamo tutti aria, ti lascio davanti alla porta un po’ di roba sua”, dice andandosene e facendomi l’occhiolino.

Io sono attonito. Ma come, tienitelo.

Ma chi lo conosce, questo. Ma chi ne sa niente di bambini. Ma che caz…

Rientro nelle scale e trovo il Marco nascosto dietro le cassette della posta pronto a scoppiare a piangere. “Dai pedala”, e c’incamminiamo sulle scale. “Stavolta t’ho salvato la pelle, che se tua madre ti acchiappa… Vieni su che ci vediamo un film. No, niente ascensore, cammina. Ti piacciono Bud Spencer e Terence Hill? Non li conosci? Tanta roba, vedrai. Però ti devi mettere un sombrero. È la regola. Stai attento ai gatti, soprattutto alla femmina. Non guardarla dritta negli occhi per nessun motivo. No, il whisky è per me, ti faccio una camomilla. E domani con la scuola ti do una mano io”.

Meno di un’ora dopo è crollato sul divano, sorvegliato a vista dai gatti e con un sombrero gigante sulla testa. Gli butto una coperta addosso. Fuori dalla porta c’è una borsa coi suoi quaderni, il computer, il cambio e dei giocattoli.

Gli preparo la stanza degli ospiti,

quella che dopo le feste dei bei tempi pre-COVID s’è guadagnata il nomignolo di “sentina”. “Dai Speedy Gonzales, tirati su che è ora di andare a dormire. Lavati i denti e infilati il pigiama, domattina affrontiamo tua madre”.

Mi fissa terrorizzato da sotto il sombrero.

“…ci sarebbe anche un tre in geometria”.

“Ma porc… tua madre lo sa?”

“Ehm… non ancora”. E fa un sorrisetto di plastica.

Aveva ragione l’Eugenia.
Altro che rifugiato, questo è veramente un paraculo.

ANDREA BULLO

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