I CARBONARI della Quarantena

Trattengo il respiro. Saranno dei ladri? O magari dei topi

Foto: Instagram (@felipecardena)

Tra flash dei fotografi e pacche sulle spalle, il presidente sorride, stringe mani e s’avvicina al tavolo della conferenza stampa.

Sistema i microfoni. I giornalisti scalpitano. «Sono felice di confermare che il contagio è sconfitto. L’isolamento è finito, abbiamo vinto. Uscite pure dalle vostre case, siete stati straordinari. Distribuiremo quei millemila miliardi di euro che abbiamo trovato in un cassetto, non state neanche a chiederli, ve li facciamo trovare noi nella cassetta della posta. Quelli che avanzano li regaliamo a quei pezzenti dei tedeschi». Applausi entusiastici, selfie, bottiglie stappate. La banda dei Carabinieri suona l’inno di Mameli.

A margine del quadretto, due politici si scambiano battute, ma in un attimo lo scambio degenera e i due, acerrimi avversari, s’accapigliano con urla soffocate. Nel tentativo di fermarli, un questore inciampa in una sedia e rovina sul tavolo delle conferenze stampa, che rovescia a terra rompendo un piede al presidente, che abbandona il suo noto aplomb e comincia a bestemmiare in diretta. Nel tentativo di oscurare il presidente alle telecamere, l’addetto stampa prende una bandiera e, maldestramente, infilza un giornalista che inizia a sibilare come un palloncino. Un collega lo finisce pietosamente con una bottigliata sulla testa ma gli altri, sapendoli in pessimi rapporti, s’infuriano e danno il via ad una lotta furibonda a colpi di sedie, durante la quale un ministro perderà un occhio.

Mi sveglio di colpo ansimando e sudato come una tinca.

E’ notte fonda. Stavo sognando. Maledetta peperonata. Maledetto isolamento. Maledetti gatti. Ecco cos’era tutto quel trambusto: dopo giorni di minacce, affronti e provocazioni, Donna Adelaide e Benny avevano finalmente aperto le ostilità ed era in corso una lotta senza quartiere per il dominio di un cuscino. Prudente, mi rintano sotto le coperte. Mi sembrava strano, in effetti, che dei politici potessero scendere così in basso… ma a ripensarci no, in effetti non più di tanto. Sarà per questo che non sembrava un sogno.

Se c’è una cosa che Donna Adelaide m’ha pazientemente insegnato, è che non devo mai immischiarmi nei suoi regolamenti di conti. Anni di mani lacerate e pisciate vendicative m’hanno forzato alla più rigorosa neutralità. Spero che Benny sia all’altezza della situazione e della sua aria da duro. Mi sbagliavo. Come tutti i bulletti, il Benny è un cacasotto e infatti viene a rifugiarsi sotto le lenzuola, scatenando l’ira funesta di Donna Adelaide che, oltre ad essere poco ospitale, è estremamente possessiva.

Convinto Darwinista, sguscio fuori dal letto e chiudo i due nella stanza,

lasciando che la selezione naturale faccia il suo corso ed immergendomi nella silente notte milanese dei giorni del coronavirus. Mi preparo un caffè, inutile sperare di tornare a letto, ed esco a bermelo sul terrazzo nonostante il freddo ancora pungente. Vorrei dedicarmi ad alati pensieri. Le circostanze sono ideali per lasciar correre la fantasia in un deserto di silenzio. Ma da una parte mi rendo conto che la mia fantasia è completamente atrofizzata e avrebbe bisogno di qualche altra ora di sonno; dall’altra parte avverto un rumore strozzato provenire dall’appartamento sottostante, che dovrebbe essere vuoto da mesi, da quando gli Schaeffer rientrarono in Canada.

Trattengo il respiro. Saranno dei ladri? O magari dei topi… Cullandomi nel pensiero di aver risolto il problema dei due felini, apro silenziosamente la porta e m’affaccio sul pianerottolo. La tromba delle scale, debolmente illuminata, è completamente deserta. Il ciarpame dell’ineffabile dottoressa Morelli è ammonticchiato in un angolo, impreziosito da alcuni peluches orbi e spelacchiati della figlia diciassettenne, che, a giudicare da certi indizi inequivocabili, s’intrattiene ormai altrimenti. Come la madre, d’altronde: chiunque abbia una parete confinante con le loro camere da letto non ne fa certo mistero.

Ad ogni modo, m’avventuro silenzioso giù per le scale e, a metà della prima rampa, accade il peggio:

un debolissimo alito di vento e click, la mia porta si chiude alle mie spalle, lasciandomi chiuso fuori casa in boxer e maglietta. Tragedia greca. Non c’è modo di rientrare. Già mi figuro una notte sulle scale, l’imbarazzo mattutino di dover suonare a qualche vicino implorando l’intervento d’un fabbro, l’attesa interminabile, nessuno che possa o voglia ospitarmi nel frattempo, quei due gatti che frattanto si saranno squartati a vicenda, rantolanti in una pozza di sangue. E soprattutto le spiegazioni, in fondo che cazzo ci faccio io in piena notte, mezzo nudo, sulle scale?

Sprofondando in queste amare previsioni, avverto nitidamente una presenza al piano di sotto. Qualcuno, furtivo, sta salendo le scale ma, poiché è addossato alla parete, non riesco a vederlo. E nemmeno vorrei essere visto, sarà un complice, sarà armato. È arrivato davanti alla porta e bussa. Tre colpi, due colpi, un colpo. Pausa, un altro colpo. La porta si apre, una voce catarrosa dice “wey, ciao”, ed entra.

Ma io quella voce cavernicola la conosco, cazzo.

È il Lauria, il prefetto in pensione della Scala C. Il demone delle assemblee condominiali. Che minchia ci fa il Lauria alle tre di notte nell’appartamento vuoto degli Schaeffer? Che fosse un massone si sussurrava, ma un carbonaro no. E comunque il Lauria è una brava persona, c’è da fidarsi, insomma se proprio bisogna chiedere aiuto è la persona giusta. E pazienza se giù stanno celebrando una messa nera.

Mi risolvo a scendere le scale in un silenzio di tomba. Inizio ad avere freddo. Tre colpi, due colpi, un colpo. Pausa, un altro colpo. Per prudenza metto un dito sull’occhiello. “Chi l’è”? Anche questa voce la conosco. E’ il Longo, proprietario di una rinomata gastronomia/gioielleria in pieno centro: un suo capocollo costa come una tiara papale. Tolgo il dito dall’occhiello e mi manifesto. La porta si apre e mi trovo davanti uno spettacolo incredibile.

L’ex prefetto Lauria, il rinomato gastronomo Longo, Mimmo il portinaio,

la ex tenutaria Britton Rovelli D’Agogna, il professor Zambelli e il Guarnaccia, fisico nucleare in pensione, più altri due o tre vecchiacci che non riconosco al volo, chi in pigiama e chi in vestaglia, hanno messo su una vera e propria bisca condominiale, con tavoli da gioco e tanto di roulette da bambini su un tavolino del salotto degli ignari Schaeffer. Sul servante campeggia ogni ben di dio, aspic e prosciutti al coltello, bottiglie di champagne e di distillati. Candele accese ovunque. Ci sono dei cani che dormono in un angolo. L’aria è resa irrespirabile da sigari e sigarette. Loro immobili, io a bocca aperta, ci fissiamo a vicenda.

«Ma… voi non dovreste essere in isolamento»?

«Noi si. E lei»?

«Io pure, ovvio, ma ho sentito dei rumori, sono uscito a vedere e sono rimasto chiuso fuori casa»…

Lauria prorompe in una risata catarrosa, «è quello che raccontiamo noi alle nostre mogli, ah ah ah… qualcosa da bere»?

Insomma, salta fuori che questi vecchi scoppiati, da quand’è iniziato l’isolamento,

hanno messo su una vera e propria bisca, si sono dati delle regole di sicurezza (mascherina, distanza di sicurezza etc) e due volte alla settimana – chi simulando un malessere del cane, chi affermando d’aver sentito un rumore insolito, chi semplicemente approfittando del sonno pesante del coniuge – si ritrovano qui a far baldoria.

«E gli Schaeffer», chiedo? Ma lo sguardo imbarazzato di Mimmo (che in realtà ha un nome cingalese di sedici sillabe) m’induce a desistere dall’indagare oltre.
«Avvocato, non ci giudichi. Qui c’è gente che ne ha passate di tutti i colori. Saremo pure degli incoscienti, ma siamo scampati all’ospizio mica per niente», mormora imbarazzato il professor Zambelli. Da un incubo all’altro, sono finito dall’eccidio in diretta del presidente alla cena degli appestati di Nosferatu.
«Hai freddo, tesoro»? mi fa, lasciva, la nonagenaria Britton, splendida nella sua vestaglia di taffetà in stile Viale del Tramonto, appesantita da uno strato di trucco che neanche la maschera funeraria di Agamennone. Completamente a suo agio in quella specie di lupanare senza mignotte.
«Più che altro non so come rientrare a casa mia, sono rimasto chiuso fuori».
«Ah bambino cattivo, c’è sempre la fune», ammicca la megera tra lo sguardo d’intesa dei presenti.

Senza tentennamenti, il Guarnaccia torna dal ripostiglio con una fune alla cui cima è assicurata un’ancoretta da canotto.

Ha un’aria complice, alla Diabolik. «Voi siete fuori di testa, io chiamo il fabbro».
Lauria m’interrompe subito, «col cazzo, avvocato, in questi giorni i fabbri escono scortati dalla polizia, ed è l’ultimo incontro che vorremmo fare. Lei s’arrampica e basta. Sarà una passeggiata. L’abbiamo fatto tutti, prima o poi», e parte un occhiolino alla Britton che, pudica, si schernisce con un “birichino” che non sentivo dal 1956.
Se questi muri potessero parlare, questo palazzo sarebbe già stato demolito, penso tra me e me.

I vecchi gaudenti mi spingono sul balconcino sottostante il mio terrazzo. L’ex prefetto, con un colpo da maestro, lancia la fune che si ancora sulla ringhiera. «Forza, vada, e faccia silenzio»! Nell’oblio della notte m’inerpico sulla corda, un esercizio che a quattordici anni mi sfondava i polmoni e, a quasi cinquanta, è la rappresentazione plastica della morte. Sento quei sordidi bastardi di sotto che scommettono sulla mia sopravvivenza. Quel porco di Lauria mi dà 8 a 1. Fanculo. Un ultimo sforzo. Un altro ultimo sforzo. Un ultimo ultimo sforzo. Svariati ultimi sforzi dopo giungo finalmente alla ringhiera e la scavalco. Guardo sotto. Indecenti, stanno già regolando i conti.

Sussurro «la corda»! e gliela passo.

«Avvocato»!, mi chiama sottovoce Zambelli. M’affaccio.

«Che c’è?» e il professore, non prima d’essersi cambiato occhiate con gli altri, «…mercoledì»?

Ma porc… «va bene! Cosa porto?»

«Delle amiche»! E sparisce ridacchiando all’interno.

E’ sicuramente un’allucinazione. Non ci sono più con la testa.

Rientro in casa, sta per albeggiare: al piano di sotto li sento fuggire leggeri, come ratti da una nave che affonda. L’arrampicata m’ha ammazzato. Vado a buttarmi un po’ sul letto. Apro la porta pensando di trovare l’apocalisse e invece le due belve sembrano aver trovato un accordo. A quanto vedo, l’accordo prevede che Donna Adelaide dorma sul cuscino e che il Benny, che sembra un po’ abbattuto, abbia l’uso esclusivo del bidet.

Chiudo gli occhi sfinito e aspetto il prossimo incubo.

E’ solo questione di tempo.

ANDREA BULLO

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