Hong Kong come Milano: quando il governo centrale è ostile all’AUTONOMIA della sua città più potente

La politica italiana è spesso strabica: si guarda a Hong Kong come baluardo di difesa della libertà ma in casa propria si condanna ogni richiesta di autonomia di Milano

Il sistema “un Paese, due sistemi” è a rischio: l’ultima mossa del Parlamento cinese pare compromettere uno dei pilastri dell’autonomia dell’ex colonia britannica. Anche se l’Italia sembra essere compatta a prendere le difese di Hong Kong, la logica sembra essere opposta quando si guarda in casa nostra. Qual è infatti l’atteggiamento nei confronti di una maggiore autonomia di Milano? E, più in generale, che cosa può insegnarci la vicenda Hong Kong-Cina?

Hong Kong come Milano: quando il governo centrale è ostile all’AUTONOMIA della sua città più potente

# Una picconata del governo cinese contro il modello “un Paese, due sistemi”

La città-stato di Hong Kong, da quando nel 1997 era tornata sotto il controllo della Cina, è riuscita finora a mantenere una sua forte autonomia. Lo scorso 28 maggio, però, con 2.878 voti favorevoli dell’Assemblea nazionale del Popolo, uno contrario e sei astenuti è passata la risoluzione che dà mandato alla stessa Assemblea, attraverso il suo comitato permanente, di redigere una legge sulla sicurezza nazionale per l’ex colonia britannica ovvero una o più leggi per “impedire, fermare e punire ogni atto o attività che metta in pericolo la sicurezza nazionale, come separatismo, sovversione del potere dello Stato, terrorismo o attività di forze straniere che interferiscono negli affari di Hong Kong”.


Nei giorni scorsi il parlamentare dell’opposizione democratica Dennis Kwok aveva dichiarato “Se questa legge sarà approvata, la regola un Paese, due sistemi verrà ufficialmente cancellata. Sarebbe la fine di Hong Kong”. La preoccupazione di Ming Sing politologo dell’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong “Fino a che punto la società civile resisterà alle leggi repressive? Quale sarà l’impatto su Hong Kong come centro finanziario internazionale?».

Questo voto è considerata un atto di forza da parte di Pechino nei confronti della protesta di Hong Kong, dalla comunità internazionale e dagli Stati Uniti che in un comunicato congiunto insieme a Regno Unito, Canada e Australia hanno parlato di violazione “diretta degli obblighi internazionali”.

# Cosa succederà ora alla città-stato?

Entro la fine dell’estate l’iter legislativo potrebbe trovare attuazione, sarà sufficiente la promulgazione della legge e il parlamento di Hong Kong essendo nominato dalla Cina avrebbe solo il compito formale di recepirla. All’interno della risoluzione è previsto che il ministero per la Sicurezza di Pechino possa creare nella città-stato delle “istituzioni” incaricate di proteggere la sicurezza nazionale.



Seppur a parole il premier Li Keqiang dica che il sistema “un Paese due sistemi” rimanga inalterato, il timore di molti osservatori è che la legge venga usata da Pechino per azzerare il movimento pro-democrazia della città in risposta alle proteste per il suffragio universale che hanno messo a ferro e fuoco la città lo scorso anno contro la proposta di legge sull’estradizione che avrebbe permesso di processare in Cina, per alcuni reati, anche i residenti di Hong Kong. A rafforzare il messaggio, le proteste degli ultimi giorni sono state disinnescate dalla polizia locale con ben 360 arresti solo il 28 maggio.

Il rischio per la Cina è duplice: da una parte potrebbe far perdere lo status di capitale finanziaria di Hong Kong a danno della stessa economia comunista con la cancellazione dello status commerciale privilegiato concesso all’ex colonia britannica come dichiarato dal Segretario Generale degli USA Mike Pompeo, dall’altra potrebbe subire ritorsioni economiche da America e Europa.

Fonti:
Cina, un nuovo giro di vite sull’autonomia di Hong Kong
Cina, via libera alla legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong

# L’ipocrisia italiana: dalla parte di Hong Kong ma netta chiusura a qualunque autonomia per Milano

Ferma condanna della Cina che viola l’autonomia di Hong Kong. Ma se l’Italia deve guardare a casa sua su questo tema diventa improvvisamente strabica. Hong Kong infatti può mantenere nei confronti della Cina un livello di autonomia che Milano non si può neanche sognare. Semplicemente, Milano non ha nessun tipo di autonomia: la piazza finanziaria italiana, capitale mondiale della moda e del design, primo centro per startup, aziende di comunicazione, informazione e biomedicale, con il 10% del Pil nazionale ha gli stessi, miseri, poteri di un qualsiasi altro comune italiano. A questo si aggiunge un’azione del governo di Roma che non sempre è andata a supporto della capitale morale. Anzi. Ci sono stati diversi episodi a mostrare che spesso il peggior nemico Milano se lo è ritrovato nel proprio Paese:

Anche durante l’emergenza Covid le cose non sono andate meglio. In una Milano in totale balia dei poteri della Regione Lombardia e del Governo di Roma,  il Governo si è mostrato avaro nel sostenere la città con soli 13 milioni dal Fondo di Solidarietà per coprire i buchi di bilancio, 7,2 milioni per i pasti dei cittadini in difficoltà e notizia di oggi 29 maggio ulteriori 3 miliardi da suddividere tra i Comuni italiani anche se non si conosce l’entità per Milano. Poche risorse insomma, se si pensa ai 40 miliardi di Pil prodotti dalla città con un ritorno annuo di soli 450 milioni di euro ovvero l’1% sul totale e tenuto conto dei 130 miloni che ogni anno vengono versati nelle casse statale per il Fondo di Solidarietà dei Comuni.

Milano potrebbe avere un’autonomia adeguata alla sua forza trasformandosi in Regione seguendo l’art. 132 della Costituzione Italiana senza correre il rischio di vedersi ridurre competenze e risorse, grazie al nostro ordinamento costituzionale, mentre al contrario se chi la amministra non ritiene questo cambiamento necessario potrebbe vedere in futuro la nostra città continuare a restare nelle mani di Regione Lombardia e del governo di Roma. Mani che già hanno dimostrato di non essere sempre molto capaci. 

Leggi anche: Carrozzone LOMBARDIA: la regione va divisa in due

FABIO MARCOMIN

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