LESSON NAMBER UAN

L’architetto Bulfoni non ha un cane, non ha mai avuto un cane, odia i cani ed è allergico ai cani. Eppure è la terza volta che lo vedo in giro con un cane.

Fonte: Instagram (@mjmabw)

Ne avevo colto alcuni timidi segnali giorni fa, ma ora sono certo che nel palazzo è in corso un vile, spregevole commercio.

L’architetto Bulfoni – un geometra con laurea posticcia conseguita on line in Azerbaigian – non ha un cane, non ha mai avuto un cane, odia i cani ed è allergico ai cani. Eppure è la terza volta che lo vedo in giro con un cane. Oggi, agghindato da cacciatore degli Alpini, trascina un recalcitrante pointer, che riconosco essere la Lily del dottor Grassi, il dentista dei VIP del terzo piano, scala D (lui sì, un vero appassionato: l’ho personalmente visto modificare a penna l’avvertimento sui pacchetti di sigarette in “Smetti di fumare: Vivi per i tuoi cani”). Lo stesso dottor Grassi che non più d’un’ora fa era in giro con la stessa Lily!

Idem per il prof. Zambelli, cinquanta chili con l’autoradio e gli anfibi per un metro e sessanta col cappello da mago che, nonostante i piedi piatti di cui si lagna continuamente, trotterella ansante al fianco dell’Ercole, l’immenso alano dei Bajo, primo piano scala A: un golem di 3 anni, 85 chili di muscoli e testosterone da ergastolano. Ogni volta che Donna Adelaide lo scorge dalla finestra si affila le unghie trastullandosi nel pensiero di sgozzarlo. L’ultima volta, quaranta minuti fa.
In altre circostanze avrei pensato a delle cortesie tra vicini, ma l’aspetto via via più affaticato dei cani m’ha persuaso del contrario. È in corso un maltrattamento. Poiché io amo gli animali e – cordialmente ricambiato – ignoro i miei vicini, decido di piantare la grana.

In realtà ho bisogno di un qualunque pretesto per uscire di casa.

Non ne posso più delle continue schermaglie di Donna Adelaide e del Benny per il controllo della Lebensraum. Se non tentano di ammazzarsi a vicenda gareggiano, subdoli e vendicativi, nella più sfacciata gara di adescamento (del sottoscritto) cui abbia mai assistito. Mi sento usato. Sono uno Stato cuscinetto. Devo prendere aria.

M’affaccio alla finestra ma lo spettacolo che mi si para davanti è, se possibile, ancora più degradante di quanto immaginassi. Il cortile sembra il mercato degli schiavi di Zanzibar. I cani, esausti in un angolo, sono oggetto di un mercimonio sfacciato, alla luce del sole. Da quel che posso intuire, la contropartita è piuttosto semplice: ti presto il cane se tu mi tieni i figli, che all’indomani della scellerata circolare del Ministero degli Interni, che autorizza le passeggiate con i minori, sono diventati anch’essi merce di scambio.

Non esiste.

È mattina presto e quella caciara rende impossibile sbrigare il (poco) lavoro rimasto da fare in “lavoro agile”, autarchica definizione di smart working che fa tanto pensare a cravatta di Marinella e calzettoni alla Jane Fonda, hop! hop! hop! Ma adesso basta, è ora di intervenire.

Scendo in cortile pronto a dar battaglia quando vengo intercettato dall’ex prefetto Lauria.

«Avvocato, giusto lei», fa catarroso come sempre, «cos’è quella faccia indignata, venga a vedere, venga»!

Mi trascina nel corsello dei box e la scena è a dir poco sbalorditiva. Lungo un lato sono allineati tutti, e dico tutti, i bambini e i ragazzi del condominio di età compresa tra i 3 e i 18 anni. Non hanno un’aria troppo entusiasta, ed è comprensibile: sono sorvegliati a vista dalla Pescantini, già etoile della Scala, in formissima nonostante i suoi ottanta e passa. Magrissima, biancovestita, vista di fronte o di fianco lo spessore non cambia. Flessibile come il frustino che ha in mano e materna come un varano di Komodo. «Ah, avvocato, mi squadra sprezzante, s’è lasciato andare, vedo». Lancia un colpo di fischietto e tutti i ragazzi, a distanza di sicurezza, iniziano con il jumping jack, venti ripetizioni, cinque flessioni, ripetere.

«Abbiamo preso in mano la situazione, vede»?

«Ma i cani»?

«Ah, mi fa il Lauria sprofondando in una voragine di catarro, i cani sono una scusa, servono per il pattugliamento dell’isolato. Quel rincoglionito di Mimmo, sa… Mi segua, prego». Mi sento come James Bond in “Si vive solo due volte”, in visita alla scuola di Ninja del servizio segreto giapponese.

Al riparo da sguardi indiscreti, nel garage doppio dei Canossa, è stata allestita una vera e propria aula scolastica.

«I tavolini, ognuno il suo, ce li hanno prestati i cinesi del bar all’angolo, tanto sono chiusi», mi sussurra il professor Zambelli mentre, tra due bici arrugginite e degli sci d’anteguerra, allestisce una specie di lavagna con l’aiuto del Guarnaccia.

“Lo Zambelli insegna italiano, storia e geografia. Il sedicente architetto Bulfoni, geometria. La Golding, inglese. La Pescantini educazione fisica, poveretti… Guarnaccia scienze, matematica e tutta quella roba lì. Mi raccomando semplifichi, Guarnaccia, non siamo al Politecnico!” ammicca bonario il Lauria.

In quel momento compaiono i due studenti colombiani dell’ammezzato, manco so come si chiamano. “Estamos listos exelencia, es on line”. Potrei sbagliarmi ma sull’exelencia il Lauria è stato percorso da un fremito. “Ma cos’è”? “Es una aplicaciòn por el celular que produce en automatico las autocertificaciones”, mi fa orgoglioso il tipo, “falsifica los estados de familia y altera en tempo real qualquier test del DNA!”. Sa, sussurra timido il Guarnaccia, per i controlli. Guardo la app. “Ma è in spagnolo, deficienti”. I due si fissano, ¡Ay madre!, e scappano in casa a sistemarla.

Questo posto è un verminaio, altro che condominio altoborghese. Inizio a subodorare l’inghippo.

“E da me che vuole, Lauria”?
“Avvocato, non si agiti, venga, venga a vedere”.
Per i più piccoli, nel garage vuoto della mia vicina, la sfuggente dottoressa Morelli, è stato allestito un teatrino delle marionette. La scena è surreale. Sugli scaffali campeggiano scatole e scatole su cui è stata apposta in caratteri vistosi la scritta “non aprire”. Fisso il Lauria. “Ovviamente le avrete aperte”. “Ovviamente”. “C’è dentro quello che sospetto”? “Ogni genere di giocattolo, se mi spiego…”, sogghigna il Lauria, “la Britton abbiamo dovuto sedarla”.
“Cosa c’entra la Britton”?
“Il teatrino è suo”.

E infatti, da dietro il teatrino, emergono la Aurora Britton Ravelli D’Agogna, ex tenutaria di casa chiusa, e l’insospettabile Genziana Bonetti, ex catechista, centottantanni in due, che discutono animatamente del plot dello spettacolo del mattino. Sembra che le due abbiano trovato una convergenza sulla storia di Maria Maddalena. Non riesco a pensare ad una coppia peggio assortita: o sarà un successo o una psicosi infantile irreversibile.
“Tutto molto bene. Bravi. Meritereste tutti la galera, per inciso. Adesso, di grazia, posso sapere cosa vuole da me”?

Come sa essere untuoso un vecchio boiardo di Stato non sa esserlo nessun altro.

“Veda avvocato, due cose. La prima, se ne ha voglia, insegni a questi scappati di casa un po’ di diritto”.
“Ma lei scherza. Sono settimane che cerco di star dietro a questo profluvio di decreti, ordinanze, circolari e ormai mi sono rincoglionito. Io non sono neanche più in grado di esercitare, figuriamoci di insegnare. Se lo scordi. La seconda?”
“Già, la seconda…”, e si ferma proprio davanti al mio box.
“Beh?”.
“Ci chiedevamo tutti cosa tiene qui dentro”.

Deglutisco. “La macchina”.
“E…”?
“… e un alambicco per distillare la grappa, maledizione. E con questo”?
“Appunto. (bastardo, lo sapeva!) Se non ricordo male è illegale”.
“E’ illegale distillarla, furbacchione, non possedere un alambicco”.
“Quello è un problema nostro, avvocato. Lei farà lezioni di diritto e ci presterà l’alambicco. E nessuno si farà male”.

“Per la bisca?”
“Macché bisca. Ci serve per preparare dell’igienizzante per mani. Ovvio che se ne avanza…”
“Ci sto. Dov’è la lezione?”.
“Nel garage dei Canossa, alle 12. E mi raccomando, avvocato, non insista troppo con le libertà costituzionali… lo sa come sono i giovani, poi si montano la testa”.
Alle 12 in punto mi presento fiducioso in garage pensando che, tutto sommato, sto facendo la mia parte.
Alle 12:05 rimpiango con tutta l’anima di essere venuto al mondo.

ANDREA BULLO

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