Coronavirus: quello che potrebbe fare MILANO se fosse una città stato

Diventare città stato significa per Milano avere più strumenti per affrontare i problemi. Vediamo, ad esempio, quali di questi strumenti potrebbero essere utili per l'emergenza coronavirus

Foto: Andrea Cherchi (c)

Molti ci stanno chiedendo cosa si potrebbe fare con il coronavirus se Milano fosse una città stato.

Coronavirus: quello che potrebbe fare MILANO se fosse una città stato

La premessa: in un’emergenza globale ci vuole una unità di azione tra le singole parti

Premessa. Città stato significa nel nostro ordinamento dotare Milano dei poteri e delle risorse attribuite a una regione (ex art.132 della Costituzione). L’autonomia è una modalità più efficiente di gestione amministrativa perché consente di rispondere meglio alle esigenze del territorio in quanto mette l’organo di decisione più vicino ai cittadini.
Questo vale nella ordinaria amministrazione. Ma in emergenze così importanti e diffuse, come una pandemia, occorre una unità di azione tra le parti gestita da un coordinamento superiore, nazionale o sovra nazionale, altrimenti ciò che si fa bene in un posto rischia di danneggiare un altro, se si procede in ordine sparso.


Fatta questa premessa, se fosse città stato, con poteri da regione, Milano potrebbe disporre di più strumenti che potrebbero rivelarsi utili su tre aspetti:

  1. Uscire dall’emergenza sanitaria
  2. Affrontare l’emergenza economica
  3. Prevenire una nuova emergenza 

#1 Risolvere l’emergenza sanitaria: i vantaggi dell’autonomia per uscirne meglio

La situazione. Al momento la strategia in Lombardia e nel resto d’Italia consiste nell’isolamento di tutti i cittadini: si sta applicando il lockdown, la “politica della chiusura”.
Il vantaggio principale è la facilità di applicazione: tutti i cittadini vengono isolati e confinati nelle loro abitazioni, così si bloccano le possibilità di contagio.
Il principale svantaggio è l’incertezza sulla conclusione. Come ha spiegato il ministro israeliano Naftali Bennett, nella tattica centrata sulla quarantena applicata sull’intera popolazione “manca una visione strategica perchè poniamo che tra una mese la curva dei contagi si stabilizzi verso il basso e il governo faccia riaprire le attività. Secondo questa logica, bastano 50/100 nuovi contagi per riaprire zone gialle e rosse, quindi si ritorna al punto di partenza senza avere avuto nessun beneficio ma solo danni al sistema economico e di tenuta sociale delle persone” (clicca qui per maggiori informazioni: Bennett)

La tattica del lockdown in Italia oltre all’incertezza sul come uscirne, non presenta ancora effetti certi in termini di tempi sul contenimento dei contagi e dei decessi, che al momento risultano a livelli record su scala mondiale. Invece esistono casi di successo sul contenimento dell’epidemia in tempi rapidi: Taiwan, Giappone, Singapore e Corea del Sud. In particolare la Corea del Sud sta riuscendo ad arrestare la diffusione dell’epidemia nonostante fino a due settimane fa (9-10 marzo) fosse il Paese al mondo più colpito dopo la Cina.


Leggi anche: Taiwan e Quello che sta facendo la Corea per sconfiggere il virus

Proprio la Corea del Sud sta venendo presa a riferimento da molti come modello da applicare anche in Italia. L’elemento centrale del modello coreano consiste in un sistema di tamponi a tappeto insieme alla misurazione della febbre in ogni luogo pubblico, in modo da individuare e isolare tutti i contagiati, lasciando così il resto dei cittadini liberi di poter lavorare e, anche, di rendersi utili a chi si trova in quarantena.
Lo stesso sindaco di Milano, in un’intervista del 22 marzo ha dichiarato che per Milano vorrebbe “più Corea e meno Cina”. Il nostro sindaco non ha aggiunto però che non ha i poteri per farlo.

Chi potrebbe applicare il metodo coreano è la Lombardia. Perchè non lo applica? Lo ha detto in una conferenza stampa il 22 marzo l’assessore Caparini: non si può fare su scala regionale perchè “ci vorrebbero troppi laboratori per analizzare i tamponi” (vedi dichiarazione nell’Articolo).


Se fosse città stato Milano avrebbe la libertà di poter decidere se applicare il metodo dei tamponi a tappeto e avrebbe la possibilità di farlo.  
Non solo, infatti, avendo poteri da regione Milano potrebbe scegliere in autonomia dal resto della Lombardia, ma soprattutto a Milano ci sono le condizioni per fare quello che in tutta la Lombardia non si può fare.

In un territorio geograficamente più limitato rispetto a tutta la Regione e con caratteristiche uniformi, si potrebbe iniziare ad applicare il metodo dei tamponi, usando anche metodologie più avanzate per la loro misurazione, come quella di Diasorin (un’ora per i risultati) o quella avviata in Irlanda (15 minuti per i risultati, qui la fonte).
La questione più importante nell’attivare il metodo dei tamponi è che permette di risolvere il principale problema del lockdown, l’incertezza sulla sua conclusione. Potendo analizzare chi è positivo al virus e chi non lo è, si può da un lato isolare i contagiati e i loro contatti più prossimi, dall’altra parte si può progressivamente ridare libertà alle persone non contagiose e riaprire le attività, continuando a isolare i nuovi casi attraverso tamponi e misurazione della febbre in tutti gli esercizi pubblici senza rischiare che per nuovi focolai l’unico sistema sia ripetere la quarantena a tappeto: si rischierebbe altrimenti di riaprire definitivamente solo dopo molti mesi, fatto grave per un paese di provincia, catastrofico per una metropoli internazionale come Milano.

Attivare la modalità dei tamponi consente dunque di gestire diversamente chi è contagioso dal resto dei cittadini, riuscendo così gradualmente a riaprire le attività economiche mantenendo il controllo dell’epidemia. Uno dei principali vantaggi di avere una città stato (autonoma di poteri e di risorse) è quello di poter fare da laboratorio di sperimentazione. Così potrebbe essere Milano che potrebbe estendere oltre i suoi confini il sistema dei tamponi e di controllo dei contagiati e fare da laboratorio anche sulla modalità di riapertura delle attività. Anche perché fuori dall’emergenza sanitaria ci attende un’emergenza economica. Se fosse città stato Milano potrebbe avere, anche in questo caso, gli strumenti per affrontarla al meglio.

#2 Affrontare l’emergenza economica: l’autonomia è meglio dei finanziamenti

L’epidemia del coronavirus e le iniziative poste in atto per sconfiggerlo, rischiano di trasformarsi nella più grave crisi economica dai tempi della guerra. Questo per due ragioni sostanziali: 1. Per gli effetti del lockdown e della paura del contagio che hanno fermato numerose attività per un lungo tempo privandole dei loro ricavi 2. Per l’effetto rete delle nazioni che sono state colpite contemporaneamente.

Queste due ragioni determineranno con ogni probabilità il crollo del PIL (alcuni parlano di oltre il 10%) e l’aumento del debito dello stato. Il rapporto debito/PIL, che è il parametro base con cui i mercati finanziari decidono se e a che prezzo dare i loro soldi a uno stato, potrebbe impennarsi, c’è chi ritiene oltre il 150%/170%. Con il rischio di generare una spirale di debito che alimenta debito, ossia di prestiti concessi a un prezzo talmente alto da consentire di ripagare solo in parte il nuovo debito contratto. Un po’ quello che capita quando si deve ricorrere agli strozzini per ripagare altri debitori.

E’ facile prevedere quali saranno le categorie di cittadini più colpite: le fasce più povere e deboli della popolazione. Ma non solo. Come per l’epidemia anche in questo caso si rischia di avere degli effetti endemici, per cui tutti potrebbero essere coinvolti pesantemente.

In questo scenario, quali potrebbero essere i vantaggi della città stato?

Anche in questo caso si tratta di avere degli strumenti in più. Innanzitutto Milano potrebbe essere più padrona del suo destino. Nella situazione attuale dipenderebbe completamente dalle scelte dello Stato e della Regione. Ma se fosse città stato (o città regione) avrebbe potere e risorse per poter scegliere azioni più consone ai suoi cittadini.

Ad esempio, più che ricevere finanziamenti, spesso complicati e a volte controproducenti, Milano dovrebbe mirare a diventare una ZES, uno spazio economico più libero e con dei vantaggi per le attività produttive, almeno per il periodo necessario ad uscire dall’emergenza. Questo per Milano sarebbe prioritario perché l’economia della città è strettamente connessa a quella delle altre grandi città internazionali, quindi sarebbe fondamentale per Milano rientrare al più presto in questa economia sovranazionale delle città globali, ma senza freni o penalizzazioni che rischierebbero di essere fatali a lei e, di conseguenza, a tutta l’economia italiana.

Se fosse città stato, quindi, Milano avrebbe più strumenti, poteri e risorse per rilanciarsi con più forza e più velocità fuori dalla crisi economica, trascinando con sé il resto del Paese, senza dipendere per il suo futuro interamente dalle scelte di altri.

Leggi anche: ZES, per rilanciarsi dopo il coronavirus

#3 Prevenire una nuova emergenza

In questo caso non è solo una questione di maggiori strumenti ma di un diverso punto di vista. Il coronavirus ha colpito in modo particolarmente drammatico la Lombardia. Al momento risulta il luogo dove si registra il tasso di mortalità più alto tra le nazioni più sviluppate, circa dieci volte superiore al resto d’Europa. Poter diventare una città stato significherebbe avere un nuovo punto di vista per comprendere quali siano le cause di questi risultati e per risolvere le carenze emerse nel sistema sanitario. Un punto di vista che si potrebbe rivelare utile anche per affrontare forse il problema più grave dei nostri ospedali: il primo posto in Europa dell’Italia per morti da infezioni ospedaliere (L’Italia conta il 30% delle morti di tutte le morti nei paesi UE).
Come città stato Milano avrebbe poteri e risorse per crearsi un suo sistema sanitario, che potrebbe costituire uno stimolo di maggiore efficienza anche per il resto della Lombardia e dell’intero Paese.

L’altro dato drammatico di questa epidemia è stato l’alto numero dei contagi in Lombardia. Tra le possibili cause di questa aggressività virale una delle più menzionate è l’inquinamento.

Diverse ricerche (L’inquinamento aumenterebbe la diffusione del coronavirus) ipotizzano come concausa fondamentale nella diffusione del coronavirus l’inquinamento atmosferico, in particolare le polveri sottili (PM2,5 e Pm10). In questo, purtroppo, la Pianura Padana risulta ai vertici delle classifiche in Europa. Che sia vera o no la correlazione è certo che vivere in un’area inquinata indebolisce i polmoni e ha effetti negativi sulla salute. Da anni se ne parla e, a parte qualche timida misura di contenimento, nulla di strutturale è stato mai fatto per sconfiggere questa piaga che secondo dati OMS uccide in Italia oltre 85.000 morti all’anno (Fonte).

Se fosse città stato Milano non avrebbe più alibi: avrebbe poteri e risorse, che oggi non ha, per migliorare radicalmente la qualità dell’aria, adottando ogni tecnologia e innovazione d’avanguardia per risolvere il problema. Non solo per evitare qualunque rischio di correlazione con questo o nuovi virus ma, soprattutto, per migliorare la salute delle persone.

L’efficacia universale delle città stato

Diventare una città stato significa dunque avere più strumenti per risolvere i problemi di un territorio. Milano, in quanto grande area urbana e polmone dell’economia del Paese, ha delle esigenze diverse rispetto al resto d’Italia e sarebbe meglio per tutti se potesse adottare una strategia ottimale sul suo territorio, seppur in modo funzionale all’unità di azione nazionale.

Questo è il principio alla base della creazione di città stato o città regione, con poteri autonomi, per le grandi metropoli del mondo, da Berlino a Londra, da Amburgo a San Pietroburgo, fino ad arrivare alle grandi città orientali che stanno mostrando che si possa gestire con efficacia il fenomeno coronavirus anche o grazie alla loro autonomia. Sono città stato infatti Seoul, Hong Kong, Singapore e Tokyo, quattro città che stanno riuscendo a contenere in maniera forte e decisa la diffusione del virus.

La Lombardia ha quasi il doppio di abitanti della seconda regione italiana più popolata. Non sarebbe un dramma se tre di questi dieci milioni decidessero di autogestirsi, consentendo quindi di avere un organo di governo più vicino alle esigenze di una popolazione urbana che ha necessità e caratteristiche diverse rispetto alle aree non metropolitane.

Anche se ora il dibattito è giustamente orientato su altre priorità, credo che alla conclusione dell’emergenza si debba rilanciare il tema dell’autonomia di Milano per fare ripartire con forza il motore del Paese e per evitare di ritrovarci in una nuova emergenza senza i mezzi idonei per affrontarla.

ANDREA ZOPPOLATO

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