Addio, RENO

Lo sapevo che prima o poi una notizia demmerda sarebbe arrivata

foto: Andrea Cherchi (c)

Oggi sono preso male.

Lo sapevo che, dopo tutti i meme, i flash mob, gli aperitivi virtuali, le videochiamate con gli amici e la famiglia (non so se sia normale, ma dei miei genitori over 70 vedo soltanto narici e fronti), lo sforzo di riorganizzare una routine, la drôle de guerre tra Donna Adelaide e il Benny, prima o poi una notizia demmerda sarebbe arrivata a rimettere le cose al loro posto.

Ed è arrivata, secca come una sberla.

Stamattina mi sono svegliato con un messaggio whatsapp che temevo e m’aspettavo. Reno non c’è più. Aveva da tempo una malattia di quelle che non si dicono, le cose si sono imbordellate, metastasi dappertutto: il Reno ha ceduto. Già, perché a Milano, in questi giorni infami, non si muore soltanto “di” coronavirus o “con” il coronavirus. Si muore anche senza. Si crepa nonostante. E che sia di, con o senza, in questi giorni bui si muore soli. C’erano un sacco di cose che avrei voluto dire al Reno prima che andasse affanculo chissà dove. E ad essere proprio sinceri, c’erano soprattutto le cose che avrei potuto dirgli, quando ancora avrei avuto l’occasione. Ma non l’ho fatto. Perché sai, le scadenze. Le telefonate. Gli impegni. Le scuse. L’apatia.

Poi un giorno è troppo tardi per tutto.

Me lo ricordo, il Reno, la prima volta che l’ho conosciuto. Era impiegato nello studio legale in cui iniziai la pratica sedicimila anni fa. Era uno studio straniero, si parlava solo straniero. Ma il Reno parlava solo milanese. Neanche italiano: milanese. E pure stretto. Era una persona gentile. Un po’ solo, forse. Un “originale”, si sarebbe detto anni fa.

Al primo giorno di pratica legale non si è semplicemente inesperti. Si ha la netta sensazione d’aver buttato nel cesso quattro cinque anni di vita per studiare qualcosa di completamente inutile. Si ha ancora la testa piena di enfiteusi, collazione e abigeato, di altissimi concetti, e tutto ciò che ti chiedono di fare è di mettere insieme un fascicolo. Un fottuto fascicolo. Mai visto uno, prima. Sono delle fotocopie di atti e documenti: mai visto un atto e un documento. Dopo sedici ore di pura disperazione il Reno è venuto lì. Se fa inscì. Tric e trac ed ecco lì il fascicolo assemblato.

Il Reno cucinava.

Nello studio c’era una cucina e nella cucina c’erano diverse tradizioni.
La prima: la tazzina rossa. Tutte le tazzine del caffè erano bianche. Una sola era rossa. Usciva di tanto in tanto dall’armadio e una manina invisibile la porgeva a un dato collaboratore. Era il segnale. Entro breve quel collaboratore sarebbe stato silurato. La tazzina rossa invitava tutti gli altri a prendere commiato. Era un avviso ai superstiti, la rappresentazione della caducità delle cose.
La seconda tradizione era la cucina. Quando il titolare non c’era, ovviamente, e si cambiava la carta da lettere da “Studio Legale XY” a “Studio Letale XY”. Nessuno straniero avrebbe mai colto la differenza.
Il venerdì a pranzo, il Reno preparava per tutti le pappardelle all’uovo con i gamberi e le zucchine. Rimettersi a lavorare dopo quella ghiottoneria era un vero inferno. Ricordo una volta che, gustandole, ci accorgemmo che nel piccolo balcone della cucina avevano nidificato dei merli. Tornarono tutti gli anni successivi. Li aspettavamo con ansia.

Quando me ne andai, custodii i miei rapporti col Reno.

Perché era un bravo cristo. Sempre umile, sempre ottimista, un milanese di quelli veri. Testa bassa, minimizzare, a ostionare e lavorare, lavorare e lavorare: la soluzione si trova. Ad un certo punto però il Reno s’è arreso. S’è nascosto e non dirò dove. S’è illuso e non dirò da cosa. Inizialmente sembrava contento ma non si sfugge troppo a lungo da se stessi. Prima o poi bisogna pur dirsi la verità. Reno se la disse e sparì. Lo rincontrai dopo tanto tempo, già messo male.
Mi sforzai di sorridere ma quel teatro lì, io l’avevo già visto. Quel male lì, io già lo conoscevo. Tal quale la mia nonna, avrò avuto quindici anni. Quella sentenza io l’avevo già letta. E stamattina me l’hanno notificata.

Ogni volta che la morte arriva ad alitarti così vicino senti quant’è fetida e quali, e quante cose, t’impedisce di fare per sempre.

M’affaccio alla finestra, oggi l’aria è gelida.
Vedo la mia Milano deserta.
Il palazzo è stranamente quieto, non si vedono i soliti loschi viavai dei vicini, dei cani, dei ragazzi sotto le grinfie della Pescantini. La strada, fuori, è spazzata dal vento. Le piante del terrazzo iniziano a rifiorire. L’acero rosso è infiammato. Muore un po’ alla volta, vive un po’ alla volta. Penso da quanto tempo ce l’ho e quanto poco tempo ho passato ad apprezzarlo.

Intravvedo nel balcone di sotto la Britton Ravelli D’Agogna. È vecchia, casca a pezzi ed ha avuto una vita burrascosa. Sotto quei drappeggi e quei capelli tinti alla perfezione, a dispetto delle finzioni, c’è dolore, c’è amore, c’è speranza. E c’è poco tempo. La prendiamo tutti per il culo, qui nel palazzo, ma ci mancherà quando sarà il suo turno di passare al quadro due.
L’ex prefetto Lauria attraversa il cortile con una cesta all’interno della quale ci sono i flaconi prodotti con l’alambicco per grappa che mi ha, sostanzialmente, requisito. Sta facendo il solito giro per lasciarne uno su ogni zerbino. Anche lui non è proprio di primo pelo. Scherzando, una volta ha chiesto di essere sepolto avvolto nella stagnola delle Marlboro.

A tutta questa gente non ho dedicato, nel corso della mia vita qui, niente più che un buongiorno e un buonasera.

Potrò anche averli mandati affanculo in qualche assemblea condominiale: ma a fin di bene. Sto iniziando ora, a capire che razza di adorabili lestofanti siano in realtà.

Soltanto ora che siamo tutti isole, m’accorgo per la prima volta di far parte d’un arcipelago, protetto da una invisibile barriera corallina nella quale ognuno è importante. Anche le persone che, per qualunque motivo, non hai potuto, o voluto, o trovato il tempo per considerare.

E questo vale anche per questi due esseri pelosi qua, che nonostante le schermaglie sembra stiano iniziando ad apprezzarsi a vicenda. Donna Adelaide ha provvisoriamente ceduto il suo cuscino preferito al Benny, che a dispetto delle sue arie da bulletto s’è rivelato un vero tatone.

Ma oggi non ce l’ho, una storia da raccontare.

Oggi non voglio sentire rumori, non voglio impicciarmi, non voglio niente.
Oggi ho capito che non voglio indietro la mia vita di prima: ne voglio una nuova.
E forse è già cominciata, a partire dal Benny.

Sarà ancora lunga e perderemo altri amici lungo la strada, piccoli adorati rognosi topi di fogna.
Ma, come avrebbe detto il Reno, tiremm innanz.

ANDREA BULLO

Altre storie dalla quarantena di Andrea Bullo:
Milano, ventordicesimo giorno di QUARANTENA
Sono qui che parlo col Sergio. Sergio è il mio LIMONE
Il Porconauta
Il PROFUGO
I CARBONARI della Quarantena
LESSON NAMBER UAN

Le città più internazionali e aperte al mondo sono delle città stato come #Amburgo #Madrid #Berlino #Ginevra #Basilea #SanPietroburgo #Bruxelles #Budapest #Amsterdam #Praga #Londra #Mosca #Vienna #Tokyo #Seoul #Manila #KualaLumpur #Washington #NuovaDelhi #HongKong #CittàDelMessico #BuenosAires #Singapore

Leggi anche:
10 città stato del mondo che possono ispirare Milano
* E ora Milano Città Stato! Se non lo fa l’Italia, si può chiederlo all’Europa
Milano Città Stato sarebbe un bene soprattutto per l’Italia
Primo passo del consiglio comunale verso Milano Città Stato
Corrado Passera: Milano Città Stato è il più interessante progetto che ci sarà in Europa nei prossimi anni
“Proviamoci. Mi impegnerò personalmente”. Beppe Sala a Milano Città Stato

VUOI CONTRIBUIRE ANCHE TU A TRASFORMARE IN REALTA’ IL SOGNO DI MILANO CITTA’ STATO?
SERVE SCRIVERE PER IL SITO, ORGANIZZARE EVENTI, COINVOLGERE PERSONE, CONDIVIDERE GLI ARTICOLI, PROMUOVERE L’ISTANZA, AIUTARE O CONTRIBUIRE NEL FUNDING, TROVARE NUOVE FORME UTILI ALL’INIZIATIVA.
SE VUOI RENDERTI UTILE, SCRIVI A [email protected] (OGGETTO: CI SONO ANCH’IO)

 

 

SOSTIENI MILANO CITTÀ STATO

Caro lettore, il sito Milano Città Stato è gestito da Vivaio, associazione no profit. Per assicurare contenuti di qualità tutti i collaboratori lavorano senza sosta. Se apprezzi il nostro lavoro, da sempre per te gratuito, se ci leggi spesso e se condividi il nostro intento di contribuire a una Milano (e un’Italia) che sia sempre migliore, ti chiediamo un piccolo contributo per supportarci, in particolare in questo momento così delicato. Grazie!

 
Milano Città Stato. Il grande sogno dei milanesi