Vita nella foresta

In fondo lo scopo dell’esistenza è uguale per chi vive nella foresta o per chi lavora in borsa a Londra


In questo video su Youtube si racconta la storia di una coppia che ha lasciato il mondo civile per trasferirsi in mezzo a una foresta della Nuova Zelanda, andando in città solo una o due volte all’anno. Per sette anni hanno trascorso ogni loro giornata come fosse un grado zero dell’esistenza, impegnati nel trovare il cibo e nel cercare di sopravvivere. È curioso che la loro scelta è stata precedente il Covid e nel video raccontano in un’intervista che il fatto di vivere nella natura potrebbe essere positivo in caso di una pandemia. 

In fondo lo scopo dell’esistenza è uguale per chi vive nella foresta o per chi lavora in borsa a Londra. Noi pensiamo che vivere nella società sia un esorcizzazione di questa esigenza primaria. Si pensa che la complessità sociale ci consenta di metterci al riparo dal problema della sopravvivenza.  

Anche la gestione di questa emergenza mostra il tentativo dell’uomo in società di risolvere il problema della sopravvivenza attraverso la complessità, con l’adozione di procedure, tipo lasciapassare, misure di distanza o zone a colori, che trasmettano la percezione che sono le regole sociali a garantire la sopravvivenza.

La differenza tra la natura e la società è che in natura è sempre presente la necessità quotidiana della sopravvivenza, è il focus principale e si raggiunge in maniera semplice, esplicita. La sopravvivenza è la premessa per tutto il resto. E si è sempre consapevoli di questa premessa che va conquistata ogni giorno, non si può darla per scontata. La società invece cerca di trasformare un’esigenza naturale e quotidiana in qualcosa di scontato, come se la sopravvivenza di una persona fosse garantita dal suo essere parte della società e condizionata all’adesione alle regole e alle procedure sociali. Che invece hanno il risultato di creare una sovrastruttura che fa perdere di vista il focus esistenziale. 

Per esempio per mangiare, una persona in società deve attivare una serie di azioni che sembrano non essere neanche correlate al cibo: bisogna trovare un lavoro, sbrigare tutte le relative pratiche e mansioni, aprire un conto, farsi dare i soldi, ottenere una carta di credito e, a questo punto, entrare in un negozio, acquistare il cibo e avere una casa con una cucina e tutto l’occorrente per poterlo cucinare.

Si crea una distanza tra la necessità di cibo e la realizzazione di questo bisogno che passa attraverso una infinità di azioni più o meno impegnative per arrivare alla sua soddisfazione. È come l’inserimento della persona in un labirinto di procedure per ottenere quello che in natura si ottiene in modo elementare.

Forse la crisi che stiamo vivendo è che abbiamo perso il senso della sopravvivenza come conquista quotidiana e individuale. Una conquista che è il sale che dà gusto alla vita. Invece di cercare di riprodurre ancora di più i meccanismi artificiali di prima, ricorrendo a procedure e sovrastrutture per risolvere apparentemente i problemi basici della vita, forse questa è una grande occasione per riportare la vita nella nostra società.

O lo si fa riuscendo a ridare all’individuo la responsabilità (e il piacere) di affrontare e risolvere i problemi elementari e fondamentali dell’esistenza, oppure la realtà dei fatti ci potrebbe spingere a fare come la coppia del video e a ritrovare il senso della vita nella natura.

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