In trappola a Milano

Milano è un'avanguardia sociale oppure sta accadendo a Milano qualcosa di diverso, sotto certi aspetti perfino di regressivo?


Ancora una volta Milano si è mostrata diversa. Ha votato in modo opposto al resto d’Italia. Non solo, si è comportata in modo diverso anche dal resto della regione di cui è capoluogo. In questi due anni e mezzo la città si è mostrata la più fedele alle politiche dei governi. Molti si chiedono: Milano è un’avanguardia sociale oppure sta accadendo a Milano qualcosa di diverso, sotto certi aspetti perfino di regressivo?

Una evidenza è che a Milano più si va verso il centro e più si ritrova la fedeltà acritica a un sistema di potere. Ma questo accade in tutto il mondo occidentale. Negli Stati Uniti succede lo stesso nelle grandi metropoli, come New York e Los Angeles. In Gran Bretagna Londra è diventata pilastro di un mondo, della grande finanza e delle forze multinazionali, che fa storia a sé rispetto al resto di un Paese che infatti ha scelto in modo diverso sulla Brexit e su altre questioni politiche. 

Da decenni si parla di una popolazione mondiale che si sta concentrando sempre di più nelle grandi aree urbane. Come se ci fosse una costante spinta a fare in modo che tutti gli esseri umani si trovassero concentrati. Dal punto di vista del controllo, si può pensare che sia più facile governare persone aggregate nello stesso spazio, un po’ come un pastore che deve avere tutte le pecore assieme per poterle condurre.

Qualche filosofo ha parlato delle città come luogo di allevamento dell’essere umano per renderlo più dipendente possibile dal sistema. Come gli animali allo zoo o in un allevamento intensivo che vengono addomesticati secondo il fine del gestore. 

Nelle grandi città contemporanee il soggetto è sostituito dal sistema nell’adempimento dei suoi stimoli individuali: viene servito nei suoi bisogni fino a rendersi incapace di provvedere a se stesso, per le sue necessità concrete ed esistenziali. Viene così portato automaticamente anche ad avere una visione distorta del mondo per cui gli sembra che tutti i suoi bisogni siano soddisfatti da una città che non produce nulla ma dà tutto. 

Questo processo di addomesticamento è molto noto a livello di psicologia individuale. Come il film La luna di Bertolucci dove la prima scena, con la madre che lecca il miele dal corpo del figlio per ripulirlo, già anticipa la trama, con l’ipergratificazione della madre che porta il figlio alla tossicodipendenza. Dalla dipendenza emotiva si sconfina in una dipendenza tossica, come si studia in psicologia evolutiva. 

Ci si chiede se Milano stia diventando come una madre che produce dei figli tossici, a livello emotivo e psicologico, che inconsapevolmente diventano dipendenti anche dalla propaganda. Come se la sostituzione fisica nella necessità di adempiere ai propri bisogni fosse il contraltare di una dipendenza psicologica, che porta il cittadino a nutrirsi di informazioni a cui aderisce in modo cieco: la dipendenza nei bisogni elementari indebolisce la coscienza critica.

Nella stessa bolla ovattata si ricevono pane e informazioni, in modo passivo e dipendente. Il sistema provvede a ogni cosa e trasmette all’individuo, attraverso la forza del gruppo, la sicurezza di essere dalla parte del giusto. Anche se le idee che l’individuo trasmette con convinzione non sono le sue ma sono dell’emittente del sistema. 

Non è un mistero che la possibilità di esercitare il potere su soggetti dipendenti sia molto più alta di quella ottenibile su soggetti autonomi. 
Il paradosso è che le città formate in gran parte da individui dipendenti da chi gestisce il potere, diventa il luogo di maggiore solitudine esistenziale per il soggetto. La massa rende soli, perché toglie la necessità di una cooperazione tra pari, visto che il sistema provvede dall’alto a ogni bisogno individuale.

Le città nate per un’esigenza di cooperazione tra i cittadini si stanno trasformando nel mondo contemporaneo in un luogo che disumanizza attraverso una ipergratificazione a vuoto.
Il cittadino diventa consumatore di stimoli fisici e mentali, un ricettore di tendenze, un megafono di precetti calati dall’alto. Questo accade ovunque, non solo a Milano: gli individui che vengono concentrati nei centri urbani sono i più grandi servitori del sistema.

Anche gli antichi romani conoscevano questa tecnica di manipolazione, quando dicevano se Roma mangia e si diverte, l’impero sta tranquillo. Ciò che ha portato al panem e circenses che ha finito per indebolire Roma fino alla sua fine. 

La domanda che ci possiamo fare è se potrebbe accadere a Milano e alle grandi città del mondo occidentale quello che è capitato nell’antica Roma. La Roma che ha perduto la sua identità di forza e di leadership in nome dell’ubbidienza dei cittadini al potere è stata fatalmente spazzata via da forze periferiche più anarchiche ma produttive.

Come la Roma antica anche le nostre grandi città non producono ma servono il sistema. E se si indebolisce nell’ubbidienza, la città diventa solo una struttura che consuma. Non solo beni e servizi ma la stessa identità dei suoi cittadini. 

La previsione è che dipendere dal sistema porti a una pericolosa situazione di debolezza per le grandi città. Perché se sarà il sistema a crollare, saranno certamente i centri urbani a subire la botta più violenta. 

Invece di essere educati al pericolo, a capire che lo Stato non produce nulla, e che bisogna di darsi da fare per provvedere a se stessi come premessa a qualsiasi forma di sviluppo, nel momento in cui chi ha provveduto a ogni esigenza non è più capace di farlo, il soggetto si comporterà come il bambino che urla, ma la mamma non c’è più. 

Saranno, dunque, i barbari a salvarci?

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LA FENICE

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