Genitori contro figli: a Milano sembra di vivere nel SETTECENTO

Nella Milano del Settecento i giovani riuscirono a rivoluzionare la società dei padri. Oggi sapremo fare lo stesso?

Genitori contro figli

Il Settecento è passato alla storia come uno dei periodi più felici della storia di Milano. Le riforme teresiane e giuseppiniane, improntate all’Illuminismo, trasformarono la città da cupa e mediocre provincia spagnola a una delle grandi capitali culturali europee. Questa transizione non fu certo facile: aristocrazia e clero opposero una tenace resistenza per non perdere i vecchi privilegi. Ed è proprio di questo che vogliamo parlare.

La storia del XVIII secolo, a Milano e in Europa, è segnata dal conflitto fra genitori e figli: conservazione contro innovazione, “Ancien Régime” contro Illuminismo, privilegi contro diritti universali. È impossibile non vedere similitudini con l’Italia di oggi, dove la questione intergenerazionale è all’ordine del giorno. Il paragone fra i due secoli è un invito all’ottimismo, dato che nel Settecento, dopo varie peripezie, furono i giovani a trionfare.

Una lezione dalla storia: mai carpire le ali a Milano

Iniziamo con una parentesi storica. Nel 1700 l’ultimo Asburgo di Spagna morì senza eredi, la casata si estinse e scoppiò la guerra di successione spagnola fra Asburgo e Borbone. I secondi ottennero il trono spagnolo, dovendo però rinunciare ai domini iberici in Italia: con l’ingresso trionfale del principe Eugenio di Savoia e il trattato di Rastadt del 1714 a Milano iniziò la dominazione austriaca. Fino alla metà del secolo il Nord Italia fu continuo teatro di guerra e il Ducato di Milano (che comprendeva la Lombardia occidentale, a cui, dopo la caduta dei Gonzaga, si aggiunse Mantova) vide brevi parentesi borboniche e sabaude. Finalmente nel 1748, dopo la fine della guerra di successione austriaca e la definitiva affermazione di Maria Teresa come Imperatrice d’Austria (ma non del Sacro Romano Impero, che andò al marito), Milano ebbe pace sotto l’aquila bicefala asburgica.

I nuovi dominatori si trovarono in mano una città sfinita dalle continue guerre, che, unite al malgoverno spagnolo seicentesco, ne avevano affossato l’economia. Maria Teresa, però, capì che Milano era una gallina dalle uova d’oro: se lasciata libera di esprimere a pieno le proprie potenzialità, avrebbe dato tantissimo all’Impero. La Lombardia divenne perciò il laboratorio politico degli Asburgo. Tramite governatori come il genovese Giovanni Luca Pallavicini e il trentino Carlo Giuseppe conte di Firmian, Maria Teresa e Giuseppe II iniziarono un programma di “riforme illuminate”.

Già qui iniziano i primi screzi: seppur entrambi convinti della necessità delle riforme, Maria Teresa voleva introdurle in maniera più graduale, mentre il figlio ribelle Giuseppe II voleva un cambiamento netto e repentino. Contro la volontà della madre incontrava segretamente gli illuministi francesi e addirittura l’arcinemico dell’Austria, Federico II di Prussia, e esortava continuamente l’imperatrice ad accelerare nel percorso delle riforme.

Lo Scontro Perenne tra Rivoluzione e Ancien Régime

Nel frattempo, a Milano, una nobiltà parassitaria e conservatrice tentava di ostacolare il cambiamento e rimpiangeva il periodo spagnolo. Simbolo di questa aristocrazia era il barone Gabriele Verri, capostipite di una famiglia divenuta nobiliare a fine Seicento. Magistrato e uomo politico, era riuscito a ricostruire con gli austriaci i legami che i suoi antenati avevano formato sotto la Spagna. Per ironia della sorte, proprio dai suoi figli, Alessandro e Pietro, nascerà l’Accademia dei Pugni, destinata a rivoluzionare la società milanese. Una sorta di Vivaio Settecentesco!

Nei suoi scritti, Pietro racconta l’estrema severità del padre: ogni fallimento negli studi era punito con la verga, non si poteva mancare alla quotidiana recita del rosario, ogni “sgarro” (persino portare i capelli lunghi…) significava dure punizioni. Come se non bastasse, a 25 anni Pietro iniziò una relazione con una donna sposata, Maria Vittoria Ottoboni Boncompagni, moglie del duca Serbelloni. Scoperto il fattaccio, Gabriele fece richiesta al governo austriaco e persino all’Imperatrice in persona di rinchiudere il figlio in una cella del Castello Sforzesco. Per fortuna di Pietro, anche Maria Vittoria era una nobildonna e lo salvò con abili escamotage politici. Simile sorte capitò a Cesare Beccaria: innamoratosi della sedicenne Teresa de Blasco, il padre fece intercessione ai vertici dell’Impero asburgico per bloccarne le nozze, che poi avvennero, ma i due sposi furono cacciati di casa e solo Pietro Verri riuscì a farli riconciliare con la famiglia Beccaria. Se queste erano le reazioni a qualche scappatella amorosa, si può ben capire quale fosse l’opposizione alle riforme teresiane. I nobili ottennero qualche successo riuscendo a far rimpiazzare il governatore Pallavicini con il più conservatore Beltrame Cristiani, e per realizzare il catasto teresiano ci vollero ben 40 anni: solo il giurista toscano Pompeo Neri, scelto da Maria Teresa proprio perché non lombardo, riuscì a portare a termine l’impresa.

Dall’altra parte della barricata c’erano invece i giovani. Affascinati dalle idee dei Philosophes francesi e dagli economisti inglesi, non solo supportavano il riformismo teresiano, ma spingevano per accelerare il cambiamento. Nel 1761 Verri, Beccaria e altri giovani talentuosi fondarono la già citata Accademia dei Pugni, e nel 1764 nacque la rivista Il Caffè. Lo scopo è semplice: rivoluzionare Milano e l’Impero Asburgico, diffondendo i principi dell’Illuminismo. Cancellare i privilegi della nobiltà e del clero, come la manomorta e il fidecommesso, affidare la riscossione delle imposte allo Stato invece che darla in appalto ai Fermieri, celebri per la loro corruzione (e, ovviamente, acerrimi nemici di Maria Teresa), eliminare gli innumerevoli dazi interni e pedaggi che rendevano difficilissima la circolazione delle merci, abolire istituti come il diritto d’asilo dei criminali nelle Chiese, sopprimere i conventi e le parrocchie non strettamente necessarie e limitare lo strapotere dei Gesuiti, che ormai si occupavano di tutto fuorché di carità cristiana, uniformare la legislazione nella Lombardia Austriaca rendendo chiare norme, diritti e doveri, incentivare l’istruzione per liberare il popolo dall’ignoranza: di questo parlavano Verri e i suoi sodali, e molte di queste proposte furono effettivamente accolte dal governo austriaco. Ma soprattutto è da qui che nacque il celebre Dei delitti e delle pene di Beccaria, in cui si chiedeva l’abolizione di pena di morte e tortura. Pubblicato inizialmente in forma anonima a Livorno, per sfuggire alla pur presente censura austriaca, il libro divenne un vero e proprio bestseller. Ora tutti cercavano di invitare Beccaria, dai pezzi da novanta dell’Illuminismo francese a sovrani illuminati come la zarina Caterina II di Russia: da provincia depressa dell’Impero spagnolo, Milano era diventata una delle capitali culturali d’Europa.

Da parte loro, gli Asburgo non si lasciarono scappare i loro talenti: Pietro Verri viene nominato prima nella giunta per la riforma fiscale, poi divenne membro del Supremo Consiglio dell’Economia assieme a Cesare Beccaria, per il quale gli austriaci istituirono ad hoc la cattedra di Scienze Camerali (di fatto, economia politica) presso le scuole palatine di Milano. Queste non furono eccezioni: gli Asburgo fecero entrare tutti gli illuministi milanesi nell’amministrazione dello Stato, e spesso toccò a loro realizzare praticamente le idee che avevano propugnato.

La nascita della Lombardia così come la conosciamo

Nel frattempo, la Lombardia Austriaca era in grande fermento. Con il catasto arrivò anche un’imposta fondiaria del 4%, uguale per tutti, anche per i nobili, e indipendente dalla resa effettiva dei campi.

Può sembrare poco, ma allora fu una rivoluzione. Il ricco possidente assenteista fu costretto ad occuparsi in prima persona dei propri terreni e a studiare i modi per farli fruttare al meglio. Fu così che la villa in stile “goldoniano” divenne cascina, al centro di una vera e propria impresa agricola, il cui proprietario razionalizza la produzione per ottenere un profitto superiore al 4%. Laddove c’era la mezzadria, quello che era il “podere” affidato al contadino venne invece dato in gestione a un affittuario, spesso borghese, che in cambio di un canone da versare al nobile gestiva il suo terreno con metodi capitalistici.

Qui si pongono le basi dell’industrializzazione lombarda. I filatoi seicenteschi di manzoniana memoria si trasformarono nelle prime industrie, dove i lavoratori a cottimo furono sostituiti da veri e propri operai. Gli incentivi fiscali promossi dal Conte di Firmian spinsero i grandi capitalisti francesi, svizzeri o tedeschi a investire in Lombardia. Con quasi un secolo di anticipo rispetto alla celebre Crespi d’Adda, i fratelli Rho fondarono una cittadella operaia all’avanguardia per l’epoca.

Non finisce qui: fu introdotta l’istruzione obbligatoria fino a 12 anni, si pose fine allo strapotere del clero, si creò una burocrazia moderna ed efficiente e si introdussero i “numeri civici” delle case come li conosciamo oggi.

Una chiamata alle armi

In poche parole, fu soprattutto grazie alla rivoluzione teresiana che la Lombardia da provincia arretrata divenne la locomotiva d’Italia e una delle regioni più avanzate d’Europa. E tutto questo fu possibile anche grazie a una generazione di giovani combattivi che decisero di essere protagonisti del cambiamento e rivoluzionare la vecchia, decadente società barocca: non fu facile, ma noi oggi ci ricordiamo di loro, non dei loro padri.

Allo stesso modo, i giovani italiani di oggi devono lottare contro una generazione che ha portato il Paese al declino, prendendosi tutti i privilegi e lasciando ai figli solo debiti e sacrifici. La spesa pensionistica arriva al 15,5% del PIL, mentre per i giovani entrare nel mondo del lavoro è un incubo. Come Verri e Beccaria ci insegnano, però, questo non vuol dire che non c’è nessuna speranza. Se i giovani sapranno essere combattivi e ambiziosi, e sfonderanno la porta del dibattito pubblico portando i loro valori, come uno Stato più leggero, un’amministrazione più efficiente e meno elefantiaca, l’importanza della ricerca nella società della conoscenza, la sostenibilità ambientale e la lotta all’inquinamento, l’introduzione di un vero federalismo che responsabilizzi gli enti locali, un’Università fatta per gli studenti e non per i professori e tanto altro, i vecchi saranno costretti a cedere e piano piano la chiave dell’Italia (e dell’Europa) passerà ai giovani. La battaglia sarà dura, ma non si può più rinviare: ne va del destino del Paese.

 

ANDREA PRADELLI

 

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