L’Italia e l’anomalia Milano: serve sempre di più un CONCILIO INTERNAZIONALE delle città

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Rappresentazione artistica del Senato Romano

La data del 4 settembre del 476, quando il generale Odoacre depose l’ultimo imperatore romano de iure, Romolo Augustolo, è convenzionalmente riconosciuta come il momento della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Un avvenimento storico, quindi: eppure, l’imperatore bizantino Zenone, a quel punto l’uomo più importante d’Europa, seppe della notizia solo dopo qualche giorno, giusto il tempo necessario per ricevere l’ambasciata del Senato Romano.

Passarono giorni anche affinché la notizia della presa di una delle città più floride dell’epoca, Baghdad, da parte del condottiero mongolo Hulagu Khan nel 1258, arrivasse alla rivale Costantinopoli. La caduta stessa di Costantinopoli nelle mani degli ottomani, nel 1453, che segnò la fine di un’era, impiegò settimane per giungere alle orecchie dei signori di tutta Europa.

Cristoforo Colombo ci mise 71 giorni a compiere il suo mitico viaggio, dalla Spagna a Cuba, e poco più di 50 per tornare indietro, facendo scalo alle Azzorre. Le due navi che trasportarono Napoleone sull’isola di Sant’Elena navigarono nell’Atlantico per 68 giorni. Ancora nel 1914, ai reali inglesi veniva data questa mappa con i tempi di percorrenza per raggiungere qualsiasi punto del globo da Londra:

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Oggi, in meno di 96 ore si può ragionevolmente andare in qualsiasi parte del mondo partendo da ovunque: lo stesso tempo che poco più di 100 anni fa serviva per coprire la tratta Londra-Istanbul, o da Milano alla Lapponia.

Chi fosse nato nel 1900, avrebbe visto un mondo dove erano ancora le carrozze e i cavalli i mezzi di trasporto più utilizzati. Nelle città si vedevano i primi tram, e piano piano andavano diffondendosi i treni e le automobili. 100 anni dopo, non solo abbiamo 543 auto per 1000 abitanti nell’UE, ma usiamo quotidianamente anche treni ad alta velocità e aerei capaci di volare dall’Inghilterra all’Australia senza scalo. Come se non bastasse, in soli 100 anni siamo andati sulla Luna, a oltre 10000 metri di profondità nel mare e, ci siamo adesso, abbiamo creato internet: un’ultim’ora paragonabile alla presa di Costantinopoli comparirebbe nelle notifiche dei nostri smartphone in men che non si dica. Nessun altro secolo nella storia dell’umanità ha visto trasformazioni così repentine, rapide ed incisive condizionare la vita di tutti noi. E, sempre di più, queste trasformazioni passano dalle grandi città.

Le megalopoli sono gli hotspot del cambiamento

Gran parte del nostro immaginario è forgiato dalle città che da sempre hanno rappresentato i loro popoli. Persepoli, Babilonia, Atene, Alessandria, Roma, Nanjing, Costantinopoli, Baghdad, Tenochtitlán, Chan Chan, Edo, Venezia. Templi in marmo, paesaggi lussureggianti, viali spaziosi, piazze maestose, sedi dei palazzi del potere di alcuni tra i più grandi uomini mai esistiti, hanno costellato le capitali di tutti i tempi. Sono i luoghi dove ogni grande pensiero, fosse nato lì o meno, è prima o poi passato prima di diventare archetipo.

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The Architect’s Dream – Thomas Cole (1840)

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Oggi, il mondo è, ancora e sempre di più, trainato dalle città. New York, Londra, Tokyo, Shanghai, Singapore indirizzano tutto ciò che accade sul nostro pianeta. Città come Dubai e Shenzhen ci stanno dando un antipasto di ciò che sarà il futuro, al netto degli sguardi diffidenti che arrivano da talune parti in Occidente, probabilmente simili a quelli che dovevano provenire da un etrusco o da un fenicio all’epoca dell’ascesa della giovane Roma.

Per questo motivo, è giunto il momento di elevare ogni grande megalopoli al rango di decisore globale: così come esistono l’ONU, il G7, il G20, la SCO e altri importanti momenti ed entità dove i potenti della Terra si riuniscono per capire chi siamo, dove siamo e in che direzione stiamo andando, sembra sempre più incontrovertibile l’esigenza di avere un raduno simile con i rappresentanti delle città più influenti del pianeta. In un’ottica win-win anche per le loro nazioni. Ci hanno già provato San Francisco e Washington nel 2016, andando però a finire in un nulla di fatto.

L’Italia e l’anomalia Milano

Nella stagnante Italia dell’ultimo ventennio, specie dalla crisi del 2008 dopo la quale il Paese ha perso il 4,5% del PIL, quello di Milano ha invece guadagnato 3,1 punti percentuali, e non è l’unico dato ad essere in controtendenza col clima di sfiducia e sconforto che si respira nella penisola.

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Milano vista dagli occhi di Andrea Cherchi/Semplicemente Milano

Oltre ad essere la città più ricca e rutilante d’Italia, infatti, Milano e la sua provincia sono riuscite finalmente a primeggiare nella classifica della qualità della vita redatta ogni anno dal Sole 24 Ore. Report che prende in esame 42 indicatori di benessere, appartenenti a sei macro-aree: Ricchezza e Consumi, Affari e Lavoro, Ambiente e Servizi, Demografia e Società, Giustizia e Sicurezza, Cultura e Tempo Libero. Milano è risultata essere sul podio per sette volte nei 42 indicatori, un risultato che nessun’altra città italiana è stata in grado di raggiungere. Milano è inolte riuscita a portare le Olimpiadi in Italia in un momento dove, innegabilmente, la fiducia internazionale nel nostro paese è ai minimi.

Certamente non tutto oro è quel che luccica, e Milano è una città sempre più ricca in un’Italia sempre più povera: ma non è forse proprio questo il motivo per cui occorre fare in modo che possa mantenersi in questo circolo virtuoso? Allestire e consentire un ecosistema che non le carpisca le ali, non ci risulta sempre più evidentemente necessario? 

Senza lasciar indietro nessuno, i migliori vanno sempre messi nelle condizioni di prosperare. E nell’ottica di uno sviluppo armonico con i flussi globali e connesso a tutto ciò che accade sul nostro pianeta, è chiaro che il migliore caso italiano che possiamo proporre sia Milano. Anche una Milano con maggiore autonomia, perché no.

 

Pericolo Hybris!

Prometeo, eroe della mitologia greca, fu colui che volle rubare il fuoco agli Dei, fino a quel momento riservato a loro uso esclusivo. Per punirlo, Zeus lo fece incatenare in una montagna sul Caucaso, legato con catene d’acciaio, e ogni giorno un’aquila ne avrebbe divorato il fegato che si sarebbe poi ricostruito durante la notte. Non contento, Zeus inviò agli uomini Pandora, la donna che aprirà poi il Vaso contenente tutti i mali del mondo. Prometeo è quindi colui che, nel nome del progresso, della civiltà e del benessere degli uomini, compie un peccato di tracotanza, contro il volere divino, e per questo viene condannato.

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concilio delle cittàContro cosa c’è il rischio di mettersi contro, quindi, di quali istanze deve tenere conto chi vive il sogno delle magnifiche sorti e progressive, oggi? Sono fondamentalmente tre gli aspetti da prendere in considerazione per poter portare avanti con forza la volontà di maggiore integrazione tra gli hub urbani del pianeta: nessuna città può (e deve?) essere totalmente avulsa dal Sistema Paese in cui è immersa, la sempre più crescente domanda di protezione dalle ombre della globalizzazione e il destino di tutto ciò che non è città.

La globalizzazione ha impoverito la classe media occidentale, che ha sacrificato la proprio sicurezza socio-economica in cambio di non si è ancora capito bene cosa. Ormai sempre più spesso accade che in una città i prezzi medi degli affitti superino la media dei salari. C’è chi dice fosse un processo necessario: di sicuro è andato a giovamento dei ricchissimi. Intanto, il bisogno di un’economia umanistica cresce inesorabile.

Il combinato disposto di invecchiamento della popolazione, migrazioni endogene, fuga all’estero e cambiamenti industriali sta inoltre privando le aree interne del loro ruolo sociale, costituendo un importante fattore di rischio: si veda il famoso caso della Germania Est.

Che i centri nevralgici e produttivi di Milano, Shanghai e New York si assomiglino sempre di più rispetto a quanto le stesse città abbiano in comune con quanto sta loro attorno è sicuramente vero. Ma, fuor di slogan, questo non è un bene assoluto. E anche qui la domanda da farsi è: cui prodest?

Un concilio che veda riunirsi insieme New York, Londra, Tokyo, Shanghai, Hong Kong, Singapore, Dubai, Seoul, Mumbai, San Paolo, Milano, Parigi, Francoforte, Istanbul, Sydney, Lagos, Addis Abeba, Kinshasa (l’Africa arriverà) e altre, per cooperare e guidare al meglio il futuro del mondo, è quantomai auspicabile, andando tra l’altro a rispecchiare ciò che è già un’innegabile realtà: ma se non si terrà conto delle legittime forze centrifughe, si correrà il serio rischio di renderlo una torre d’avorio.

 

 

HARI DE MIRANDA

 

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