Nuovo Ordine Mondiale: 3 sfide che Milano deve accettare per il FUTURO

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Sebbene gli istituti democratici dei paesi occidentali costringano, di fatto, i nostri governanti a portare avanti battaglie dialettiche e ad intraprendere politiche assolutamente miopi (la forza gravitazionale delle scadenze elettorali impera), ciclicamente e necessariamente arriva il momento in cui i processi storici bussano alla porta, ineluttabili. Ce ne sono tre, in particolare, che se continueranno ad essere ignorati o tenuti all’angolo com’è ora, la porta la sfonderanno – e i primi scricchiolii iniziano già a sentirsi.

 

I cambiamenti climatici tra Antropocene, ambiente e Melissa Price

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Un rifiuto di plastica fluttua accanto a una barriera corallina. Foto Richard Whitcombe / Alamy

Diciamo subito che avere a cuore l’ambiente e, quindi, il clima, è un sentimento squisitamente egoista: nel senso di antropocentrico.

Il nostro pianeta ha già conosciuto almeno cinque estinzioni di massa nella sua storia, con tutti i conseguenti sconvolgimenti nella biosfera che esse hanno comportato. In nessuna di queste c’eravamo noi: si può dire che l’uomo sia un loro prodotto. Il vissuto della Terra è un susseguirsi di catastrofi e rinascite. L’estinzione del Permiano-Triassico, occorsa circa 252 milioni di anni fa, uccise il 96% delle specie marine esistenti e il 57% del totale delle famiglie animali. Una delle sue cause fu un aumento spropositato del vulcanismo, che rilasciò quantità di anidride carbonica intollerabili per tutti. La natura necessita di fare pulizia una volta ogni tanto, e la nostra specie potrebbe essere il suo veicolo mediante il quale, oggi. Alla fine, la vita vince sempre, come dichiara Ian Malcolm nel capolavoro di Michael Crichton prima che nel blockbuster di Steven Spielberg, Jurassic Park.

Da qui, è parimenti assurdo parlare di equilibrio negli ecosistemi: l’evoluzione si alimenta di instabilità, l’Universo intero va avanti perché è rotto.

Ma al di là di ciò che possono insegnarci la filosofia, la biologia e la cosmologia, torniamo all’egoismo, del quale siamo prigionieri. E, per stare all’attualità, ciò che è recentemente accaduto nel bellunese, in Friuli e in Sicilia non può e non deve lasciarci indifferenti. Anche se, purtroppo, si tratta di moniti: l’Italia è un territorio difficile, sul quale abbiamo costruito male, con la scusante dell’ignoranza del passato, con l’aggravante di aver chiuso troppi occhi su abusivismo, difetti strutturali, mancate manutenzioni. Il 91% dei comuni italiani rischia il dissesto idrogeologico: i tragici eventi del novembre 2018 si ripeteranno.

Tornano in mente i versi iniziali di un componimento del Petrarca, Italia mia, benché ’l parlar sia indarno / a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio, / piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali / spera ’l Tevero et l’Arno, / e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio (…). Un inno all’Italia, più che un inno d’Italia.

Il clima sta cambiando, in peggio per noi, a un ritmo forsennato, veloce come mai prima, così com’è stata la corsa dell’uomo nell’ultimo secolo. Non solo. Paul Crutzen, chimico premio Nobel, riprendendo suggestioni ottocentesche l’ha detto nel 2000: siamo nell’Antropocene, etimologicamente “uomo nuovo“, di fatto l’età dell’uomo, la cui attività ormai massicciamente segna la storia geologica del pianeta. E siccome la Terra è Gaia, incidiamo anche nell’atmosfera: stando all’ultimo rapporto Onu, al tasso attuale di emissioni di CO2 le temperature globali raggiungerrano dal 2030 un incremento di 1,5 gradi dall’era pre-industriale e di almeno 3 nel 2100, con effetti devastanti per i nostri habitat, a meno che non si adottino immediatamente misure drastiche per ridurle, riconvertendo praticamente in toto le fonti del nostro approvigionamento energetico.

In tutta risposta, Melissa Price, ministro dell’ambiente del primo esportatore mondiale di carbone, l’Australia, ha dichiarato che per il suo paese “sarebbe irresponsabile eliminare il carbone dal mix energetico elettrico da qui a trent’anni”.

Si parlava di appuntamenti elettorali?

 

Il boom demografico: uno tsunami in arrivo

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Fonte: The Guardian Nigeria Newspaper

Parlando di boom demografico ci si collega immediatamente a quello che negli ultimi mesi è stato un tema caldissimo nel dibattito italiano: l’immigrazione.

Sono proprio le aree di maggior impulso migratorio, infatti, quelle dove la popolazione sta esplodendo: entro il 2050, infatti, il numero di africani crescerà del 209%, quello degli asiatici del 41%, in Oceania si avrà una crescita dell’84%, a fronte di un +43% in America (+39% nel Nord, +48% nel Sud) e di una preoccupante stagnazione in Europa.

Eh sì, nonostante nel mito greco Europa partorì (almeno) tre figli, oggi nel nostro continente siamo appena sotto la soglia di nuove nascite che garantisce una crescita della popolazione, e la situazione non sembra poter cambiare. Ciò ci prospetta, all’orizzonte, tensioni enormi: i Paesi di maggiore crescita demografica corrispondono anche alle zone di maggiore povertà. Da qui al 2100 le città più popolose del mondo saranno Mumbai, Kinshasa e Lagos, che comunque la si racconti hanno sacche di miseria di elevata magnitudo.

Questo non sarà un processo indolore, sia che si realizzi come da previsioni (implicando un inevitabile e traumatico spostamento del fulcro geopolitico ed economico), sia che si verifichi un’inversione di tendenza (mediante una guerra? O un’epidemia?). Insomma, che si parli di Paleolitico o di terzo millennio, con la demografia non si scherza.

Ed è per questo che, guardando avanti, l’aiutiamoli a casa loro diventa l’unica strada possibile: non tramite dichiarazioni o investimenti di facciata, vedasi il Piano Marshall per l’Africa vagheggiato dalla Germania, ma trattandola come una questione esistenziale. Anche perché può esserci qualcosa di più razzista di voler indifferentemente continuare ad importare disperazione?

Così, mentre in Europa litighiamo e litigheremo su etica e morali algide e stantie, la Cina, libera da fardelli elettorali, si porta addirittura avanti costruendo città al momento vuote nell’est dell’Africa, ma scommettendo sulla nascita di una classe media che le abiterà – sotto il suo controllo. Il Celeste Impero è infatti dal 2009 il principale partner commerciale del continente nero. Non è ancora il primo per investimenti (è dietro a Stati Uniti, Regno Unito e Francia), ma ci sta arrivando, con un approccio nuovo e non mirato a difendere antichi interessi come per gli altri Paesi, per quanto anch’esso sia inevitabilmente permeato di volontà di potenza.

 

Artificial Intelligence, tecnologia e il rischio del Gestell

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Un visore per la Realtà Virtuale presentato al Consumer Electronics Show del 2016

Se in passato la tecnica era uno strumento nelle mani dell’uomo in quanto suo prodotto, oggi questa interpretazione non è più sostenibile: è la tecnica stessa ad imporci le sue regole e i suoi ritmi. Di più, costruiamo computer sempre più simili agli uomini, mentre gli uomini diventano sempre più simili ai computer.

La simbiosi è tale che una sentenza della Corte Suprema statunitense risalente al 2014, che doveva decidere sulla legittimità o meno del sequestro coatto da parte di un poliziotto (senza mandato da parte di un giudice) dello smartphone di un uomo poi rivelatosi essere effettivamente un criminale, ha affermato che il proverbiale marziano in visita sulla Terra avrebbe potuto ritenere il dispositivo una parte fondamentale dell’anatomia umana: e quindi no, non si può assolutamente sequestare senza il cosiddetto search and warrant previsto dal IV emendamento della Costituzione americana a tutela della vita privata dei cittadini.

Fatto salvo che, giusto o sbagliato che sia, in Italia siamo lontani anni luce dall’istituzionalizzare un pensiero del genere, manca (e questo è grave, non ce n’è) un dibattito e di conseguenza un’azione politica sul digitale e sull’innovazione. Massimo Mantellini ha analizzato, per il suo blog, i programmi elettorali presentati alle ultime elezioni dai principali partiti italiani per provare a capire quali siano le loro intenzioni e i loro progetti per la politica digitale per i prossimi cinque anni. Il risultato è stato desolante: il caos e l’astrattezza regnano sovrano nei migliori dei casi – negli altri, il nulla totale.

Nel frattempo, tutte le nostre speranze sono riposte in Luca Attias, il nuovo Commissario per il digitale, che avrà l’arduo compito di portare a compimento la tanto agognata e necessaria digitalizzazione della pubblica amministrazione, un toccasana per il nostro Paese. Attias parla di contaminazione digitale: “per lo più ancora oggi tutto il processo di trasformazione digitale della PA viene demandato alle strutture informatiche (laddove esistenti) e ciò ha contribuito in buona parte al fallimento del processo: gli informatici da soli non possono farcela. Il digitale non è un Moloch a sé stante. Tutta l’organizzazione, chi più chi meno, deve occuparsi di digitale. Ma ognuno facendo il proprio mestiere, contribuendo con le proprie competenze al risultato finale. Per questo dal 1998 in ogni ufficio della Corte dei Conti ci sono dei referenti informatici: la contaminazione è un meccanismo positivo, come nell’arte e nella musica”.

Questa permeazione andrebbe spinta, guidata, spiegata a tutti i livelli della società. A causa dell’immenso e dirompente potenziale delle tecnologie afferenti all’intelligenza artificiale, chi decidesse di non restare al passo sarà tagliato fuori dal nuovo ordine mondiale che ne verrà, a più livelli: e mentre in Cina i robot fanno gli anchorman, l’Italia rischia.

 

Ultime parole famose

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Foto di Isaiah Rustad

Ma, infine, fare terrorismo psicologico sul futuro annunciando apocalissi imminenti è facile e ridicolo.

Il contrasto al cambiamento climatico è in cima all’agenda di quasi tutti i governi del mondo, sempre più Paesi acquisiscono sempre più energia da fonti rinnovabili, la sensibilità e la consapevolezza ambientale sono ai massimi storici (si pensi alla guerra senza quartiere che sta conducendo l’UE contro la plastica).

Il boom demografico, sebbene presenti anche elementi problematici nella sostenibilità delle risorse del pianeta, potrebbe vedere i suoi effetti smussati proprio da quelle tecnologie, questa volta in campo biochimico, che tanto fanno paura per la montagna di potenziali squilibri che si portano dietro. Nel 1798, l’economista inglese Thomas Malthus pubblicò la prima edizione del suo “Saggio sui principi della popolazione”, facendo una previsione estrema: la crescita della popolazione avrebbe secondo lui portato ad un eccesso della domanda mondiale di cibo rispetto alla disponibilità di risorse alimentari entro la fine del diciannovesimo secolo. Ad oggi, ce la siamo cavata.

E se guardando all’innovazione l’Italia rischia di trovarsi presto nel Medioevo, è anche vero che il nostro Paese ha un patrimonio umano, culturale e storico che non ha pari, che ha un valore inestimabile e dal quale si potrà sempre ripartire.

Le sfide sopraelencate richiedono un approccio frutto della coordinazione e della collaborazione tra tutti gli stati del mondo. Harari ci insegna che ciò che ha contraddistinto l’uomo è stata proprio la sua capacità di essere un tutt’uno nella sfida del progresso, grazie alla sua abilità di costruire storie e grandi narrazioni, a differenza di tutte le altre specie animali.

Oggi, l’idea di globalizzazione per come ci è stata venduta è in forte crisi, tanto che potremmo aver già visto il suo apice nei primi anni 2000: l’identità, sebbene sia un concetto dalle mille facce, rimane un elemento fondante nei popoli. Serve una nuova storia: gli attori protagonisti stanno diventando sempre più le grandi città, da loro occorre ricominciare. Per questo, per continuare ad essere grande e fare il decisivo salto di qualità, Milano dovrà assumersi il ruolo di guida culturale, filosofica, scientifica, si spera anche politica, per tutti, nell’affrontare queste grandi dinamiche.

Alla classe politica chiediamo intanto risposte che dimostrino, almeno, un arrière-pensée che sia durato più di cinque minuti e un visus che vada oltre ciò che c’è davanti al proprio naso (ripensando i nostri sistemi per liberarci dal giogo delle scadenze elettorali? O tramite una rivoluzione culturale?). Perché sì, le grandi cose richiedono tempo, ma di tempo se ne sta già perdendo abbastanza.

 

HARI DE MIRANDA

 

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