Tutta colpa di PISAPIA

La storia è fatta di autosabotaggio


Marzo 2011. In un ristorante con veranda di una traversa di corso Vercelli c’è aria di festa. E’ presente lo stato maggiore del centro destra di Milano. Mancano ancora due mesi alle elezioni amministrative ma sembra che la vittoria sia già dietro alle spalle. Il clima è da sboroni, l’unica incertezza è se si vincerà al primo turno o se bisognerà attendere il secondo. Anche se la convinzione generale è che ne basterà uno solo.

Per il resto si discute sui nomi dei futuri assessori con la lega che spadroneggia, ne pretende molti di più rispetto al solo Morelli della giunta uscente. A chi prova a chiedere lumi sulla strategia elettorale o a esprimere dubbi, viene fulminato come cornacchia del malaugurio. Milano è da sempre una città di destra e la candidatura come avversario di quel comunista di Pisapia sembra l’ennesima scelta suicida di una sinistra che a Milano non ne azzecca una e che pare destinata a vedere palazzo Marino con il binocolo almeno per un quarto di secolo. La Moratti vincerà, nessun dubbio. Ma sarà al primo o al secondo turno?


E, in effetti, sembra il candidato migliore per riportare Letizia Moratti a Palazzo Marino in carrozza. Alle primarie Pisapia ha sconfitto l’archistar Boeri che qualche breccia tra i moderati milanesi l’avrebbe aperta di sicuro. E invece è passato l’uomo più di sinistra della borghesia milanese, l’avvocato con slanci giovanili nell’estremismo del pugno chiuso, entrato in Democrazia Proletaria è finito in Parlamento tra le file di Rifondazione Comunista, posizionandosi sempre a sinistra che più a sinistra non si può. In una città moderata, considerata di destra, avrebbe avuto più chance la reincarnazione di Stalin. Questo si pensava ovunque, in particolare nel locale di corso Vercelli dove già si brindava al successo, al primo o, alla peggio, al secondo turno. 

Ma lo stato maggiore del centro destra tra i brindisi non si era accorto di un convitato sgradito ma sempre presente nelle grandi occasioni. Quando pare non ci sia più nulla tra noi e il traguardo finale ecco che spunta la punta del suo piede, quanto basta per farci lo sgambetto che ci porta faccia a terra, sostituendo il sapore del brindisi con quello della polvere. L’ospite non gradito presente quella sera di marzo tra le file del centro destra è l’autosabotaggio. 



Per la psicologia umanistica la vita delle persone è governata dall’autosabotaggio: dentro ogni soggetto c’è una componente autodistruttiva che, se non compresa e governata, porta il soggetto a sgambettarsi da solo, finendo con la faccia nella polvere.

A marzo la situazione era dunque questa. Il sindaco uscente, Letizia Moratti, quotata al 70% nei sondaggi, con un budget record a disposizione, in una città che da sempre aveva premiato il candidato più a destra. Di fronte Giuliano Pisapia, un candidato noto a pochi, con posizioni estreme se non marginali, con poche risorse a disposizione, una capacità comunicativa scialba e una voce che i detrattori definivano da Paperino.
La situazione era quella degli indiani che attaccano con gli archi e le frecce l’esercito americano o di una squadra di provincia del Sud proveniente dalla serie C che sfida la regina della Champions. Ma la storia è fatta anche del generale Custer sconfitto dai Cheyenne o del Milan battuto dalla Cavese. La storia è fatta di autosabotaggio. 

In quella primavera, Letizia Moratti può contare anche sull’autosabotaggio nazionale con un Berlusconi in stato di disgrazia che, invece di nascondersi, cerca un rilancio proprio abbinandosi alla partita che crede più sicura, quella per il sindaco di Milano. Ma questo è niente rispetto a ciò che accade durante la campagna in città. Innanzitutto i mezzi.
Stretta nella sua torre d’avorio con guardie del corpo che la separano dai cittadini anche quando passeggia in Galleria, Letizia Moratti è rimasta ferma alle elezioni del 2006, senza accorgersi che il mondo del 2011 è completamente diverso a quello di cinque anni prima. Soprattutto non si è accorta dell’astro splendente nel mondo della comunicazione: Facebook, la cui potenza virale a quel tempo è perfino superiore rispetto a oggi, calmierato da algoritmi e controlli.

Su Facebook Letizia Moratti e i suoi si schierano come i soldati italiani nella campagna di Albania, con le scarpe di cartone e le armi di vent’anni prima. Non solo: forniscono ottimi spunti e contenuti virali per essere rilanciati dagli avversari. Come quello del fantomatico paese di Sucate dove, secondo la Moratti caduta in un tranello, ci sarebbe potuta essere una nuova moschea, oppure l’incidente della casa del figlio: quello che doveva essere poco più di uno scantinato, grazie all’intervento la giunta Moratti era stato riconvertito in una mega struttura tipo il palazzo di Ceausescu, subito soprannominato dagli avversari “la casa di Batman”. Ma questi sono incidenti tipici da campagna elettorale, che potevano essere riassorbiti.
Invece la mamma di Batman si fa trascinare da altri errori come quello di affidare la comunicazione a Red Ronnie. Attenzione, qui non parliamo del Red Ronnie di oggi che, forse traendo lezione da quella disavventura, è diventato un esperto nell’uso dei social network. All’epoca Red Ronnie era ancora quello del Roxy Bar, assomigliava a uno degli ospiti dei programmi nostalgia di Carlo Conti e si aggirava armato di telecamera gigante cercando di trasformare Letizia Moratti nella protagonista del Truman show.

La donna celebre per la distanza con cui si teneva dalla “gente comune” non è certo il soggetto ideale da immortalare in tempo reale. Il risultato è un disastro. Forse anche per la frustrazione di sentirsi tagliato fuori dai tempi, Red Ronnie comunica finalmente qualcosa che fa il botto. Il problema è che il botto gli esplode in casa: scrive infatti su Facebook che alcuni concerti sono stati annullati a causa del nuovo vento che sta soffiando a Milano. Il vento di Pisapia. 

L’uscita di Red Ronnie si trasforma nello slogan trionfale della campagna del 2011. il meme “tutta colpa di Pisapia” si è diffonde su Facebook come uno tsunami, con gli utenti che fanno a gara ad abbinare Pisapia a qualunque possibile sciagura attuale o futura. 
L’apoteosi la si raggiunge con il video “il favoloso mondo di Pisapie”, realizzato da “il terzo segreto di satira”, in cui si vede il protagonista al seggio che al momento di votare Pisapia gli arrivano le immagini di come Milano sarebbe diventata con il nuovo sindaco.
La vede trasformata in una città cupa, da occupazione sovietica, con migliaia di migranti che sbarcano sul Naviglio, governata dai terroristi di Al Quaeda e con autobus che passano una volta ogni tre o quattro giorni.

Ma l’autosabotaggio è ormai la forza motrice della macchina elettorale di Letizia Moratti: la sua grande occasione per rifarsi è nel confronto televisivo con l’avversario. Ma anche qui arriva lo sgambetto dell’autosabotaggio che la fa scivolare in una caduta di gusto quando attribuisce all’avvocato un passato da terrorista e da ladro di furgoni.
Altra accusa che scatena un effetto boomerang su Facebook che porta Pisapia a sfiorare lui sì la vittoria al primo turno con oltre il 48% dei voti fino al quasi plebiscito del secondo turno.

La vittoria di Pisapia sembrava una vera e propria rivoluzione milanese. La rivoluzione arancione, colore scelto che ricordava altre insurrezioni popolari dell’epoca, che avrebbe dato una nuova libertà a Milano. A celebrare il suo trionfo quasi tutta Milano, perfino chi non lo aveva votato, si ritrovò in piazza Duomo, in una serata magnifica costellata da un doppio arcobaleno nel cielo. 

La folla, l’energia, gli arcobaleni nel cielo. Sembrava una serata da paradiso, l’inizio di una nuova formidabile stagione per Milano finalmente libera dai giochini di palazzo e dai lacciuoli della politica nazionale.

Ma dove c’è entusiasmo e dove si aprono le più grandi opportunità non può mancare lui. Come il demonio nell’Avvocato del Diavolo, cambia lineamenti, sembianze, modi di presentarsi, ma in quei momenti lui non manca mai a riprendersi il ruolo di protagonista. Così, nella piazza gremita di una Milano arancione che celebra i sogni di rinnovamento gli occhi scintillanti e i sorrisi di festa si incrinano quando sul palco appare un euforico Nichi Vendola che molti milanesi si chiedono che cosa c’entri. Il politico pugliese sposta tutto il piano su un altro livello, dichiarando pomposo che «Abbiamo espugnato la capitale del Nord» e che «Il prossimo obiettivo è liberare Palazzo Chigi!». 

Milano espugnata, Palazzo Chigi. L’annuncio è chiaro: mettete via bandiere arancioni e altri orpelli da campagna elettorale. A Milano comanda sempre lei, la politica nazionale. E le sue sorti si continueranno a decidere a Roma. 
Forse qualcuno se ne è accorto anche quella sera di festa. Guardando bene dietro i lineamenti di Nichi Vendola forse lo ha intravisto, il vero trionfatore di quelle elezioni: l’autosabotaggio. Già proiettato a rompere le uova nel paniere. Anche in una magnifica serata di fine maggio colorata da due arcobaleni nel cielo. 

#milanograffiti

Continua la lettura con: La hybris di Milano e la grande nevicata del 1985

ANDREA ZOPPOLATO

copyright milanocittastato.it

Clicca qui per il libro di Milano Città Stato

Clicca qui per la guida: 50 LUOGHI ALTERNATIVI da vedere in ITALIA almeno una volta nella vita

Se vuoi collaborare al progetto di Milano Città Stato, scrivici su info@milanocittastato.it (oggetto: ci sono anch’io)

ENTRA NEL CAMBIAMENTO: Ti invitiamo a iscriverti alle newsletter di milanocittastato.it qui: https://www.milanocittastato.it/iscrizione-newsletter/