Quando a Milano un PUNTO valeva ORO

Dall'era del denaro a quella della crescita: la rivoluzione new Age sembrava arrivata anche in Borsa


Una delle stagioni più magiche di Milano è stata la fine degli anni ’90. Quella coincisa con la bolla delle dot-com.
Si definisce in questo modo l’impennata dei titoli azionari trainati dalle società tecnologiche, in particolare quelle che operavano, o aspiravano ad operare, su Internet.
Si parlava di “new economy”, della fine della vecchia economia basata sui profitti: ciò che contava era la crescita del numero di utenti, raggiunti anche attraverso servivi gratuiti. Dall’era del denaro a quella della crescita: la rivoluzione new Age sembrava arrivata anche in Borsa. 

In inglese “Dot” significa “Punto”, Dot-Com vuole dire “punto-com”, il suffisso dei siti internet internazionali. Si diceva che bastasse mettere nella ragione sociale il .com per fare prendere il volo alle quotazioni.
Il boom dei prezzi tecnologici portò a delle situazioni paradossali, come la nuova Tiscali che raggiunse i 18 miliardi di capitalizzazione, un valore di mercato superiore a quello della Fiat.


Di quel periodo magico ricordiamo la foga con cui investitori, docenti universitari, manager in pensione andavano con il portafoglio gonfio alla ricerca di giovanotti con un’idea per internet. Il sogno di tutti era quello sempreverde di fare soldi in modo facile e veloce. Sembrava possibile anche perché i casi di successo non mancavano.
Mi viene in mente un amico programmatore che nel giro di poche settimane era passato da uno scantinato con quattro smanettoni a occupare un intero palazzo, grazie a un finanziamento di Telecom che allora aveva tanti quattrini e amava darli a giovani intraprendenti. 
Era anche il periodo di progetti bizzarri, come quello di Virgilio Degiovanni che con Freedomland voleva portare Internet nella televisione, l’esatto contrario di come si mosse il mercato. Oppure di Nicola Grauso che fece incetta di domini da rivendere alle aziende omonime o buchi nell’acqua come Excite e altri motori di ricerca preistorici

Un periodo che vide raggiungere quotazioni record a iniziative con i piedi d’argilla. Ci furono compravendite a peso d’oro di Kataweb, Dada, Virgilio e altre iniziative passate da grandi sogni al dimenticatoio che portarono grandi ricchezze da una parte del tavolo e grave crisi di liquidità dall’altra. 

Già, perché la vecchia economia, dopo averla sopportata per qualche anno, decise che era venuto il momento di infilare uno spillo in quella bolla, facendo scoppiare la new economy, fatta di database di utenti e di cercatori di punto.com.
Il 10 marzo 2000 con un primo calo del 10% ebbe inizio un crollo che portò in pochi mesi al collasso del mercato. Alcune società fallirono completamente: nel 2004, solo il 50% delle società quotate nel 2000 sul Nasdaq erano ancora attive e a quotazioni infinitesimali rispetto ai loro massimi, come Cisco Systems che perse il 90% del suo valore o la stessa Amazon.com le cui azioni passarono da 107 a 7 dollari anche se, nel decennio successivo,  riuscì a rilanciarsi alla grande, superando i 950 dollari per azione. 



Alla Borsa di Milano a lasciarci le penne furono numerose superstar, come Biscom, Finmatica o la stessa Freedomland che fallirono, oltre alle molte che passarono da valori da capogiro a briciole. I 18 miliardi di Tiscali, dieci anni dopo erano diventati 200 miloni: svanito tutto, come la poltrona in pelle umana e la pianta di ficus dei sogni di gloria del ragionier Fantozzi. 

Di quella stagione rimangono alcune imprese che proseguono con successo come Volagratis (diventata BravoFly), Affaritaliani o Mutuionline. Ma soprattutto rimane la memoria di un periodo in cui tutto sembrava possibile, quando con una buona idea in breve tempo si potevano raccogliere grandi fondi, quando il sogno di ricchezza era creare una nuova azienda con un punto messo nel punto giusto.
Un ricordo che nell’Italia di oggi sembra la favola di Babbo Natale.

#milanograffiti

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ANDREA ZOPPOLATO

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