Un DISASTRO secondo solo al VAJONT. A meno di 100 Km da Milano

Il primo Dicembre, alle 7,15 di mattina, un boato squarciò il silenzio di una valle che da lì a poco avrebbe conosciuto il peggiore dei suoi giorni

Diga del Gleno

Il primo dicembre del 1923 accadeva un disastro che è secondo, in numero di vittime, solo a quello del Vajont. A poco meno di 100 km dalla nostra città. Ecco la sua drammatica vicenda.

Un DISASTRO secondo solo al VAJONT. A meno di 100 Km da Milano

# Nel primo ventennio del ‘900 si scelse di investire sulla produzione di energia idroelettrica per soddisfare il fabbisogno delle industrie

Procediamo con ordine. Nel ventesimo secolo l’Italia soffriva di una grave carenza di energia dato che l’unica fonte disponibile era quella ottenuta dal carbone e come materia prima il carbone non era, e non è, praticamente presente in Italia. Fu così che si pensò di ricorrere a fonti di energia alternativa e quella idroelettrica sembrava essere la strada più percorribile. Migliaia di torrenti e fiumi che solcavano le valli italiane potevano essere contenuti in invasi artificiali e tramite quella immensa mole d’acqua si poteva ottenere energia pulita e, se ben studiata, progettata e realizzata, sostanzialmente ecologica.


Per i tempi un passo da gigante. Siamo nel primo ventennio del ‘900, con un’Italia che stava curando le ferite della Grande Guerra e contemporaneamente iniziava a crescere con le sue grandi industrie sempre affamate di materie lavorate, e in questo panorama riuscire ad avere tanta energia elettrica da distribuire ai vari distretti produttivi era una esigenza imprescindibile.

# La Diga di Gleno, in Val di Scalve, aveva una capienza di 4 milioni di metri cubi d’acqua. Il progetto sbagliato, i lavori mal eseguiti e i materiali di scarto alla base della tragedia

Nell’alta Val di Scalve, in Val Camonica (Brescia), si individuò un alveo naturale che si prestava perfettamente alla costruzione di una diga che avrebbe potuto avere una capienza di poco inferiore ai 4 milioni di metri cubi d’acqua. Una massa importante e che avrebbe necessitato di una struttura altrettanto importante. Dopo una travagliata fase di progettazione e un passaggio in più mani tra società che ne avrebbero dovuto seguire la costruzione si arrivò alla accettazione del progetto definitivo nel 1921, quando i lavori di realizzazione erano già cominciati e l’aspetto della diga stessa era stato più volte rivisto e stravolto.



Da una diga a gravità, ovvero che contrasta, con il solo peso della struttura, la forza dell’acqua, si arrivò ad una più complessa struttura ad archi. In sé nulla di male, non fosse che gli archi dovrebbero sostenere la struttura grazie al fatto che scaricano a terra la pressione mentre la parte centrale della nuova costruzione poggiava su una base precedentemente costruita e inadatta nel resistere a grandi sollecitazioni. Il pagamento a cottimo delle maestranze che dovevano completare il ponte da parte delle imprese incaricate di costruire la parte mancante della diga fece il resto del danno. Lavori frettolosi, mal eseguiti e con materiale di scarto portarono il completamento della costruzione della Diga del Gleno verso il peggiore dei risultati.

# Il primo dicembre del 1923 la diga venne sfondata da quasi 6 milioni di metri cubi d’acqua. Una stima incerta ha calcolato quasi 500 vittime

Credits: montagnee paesi.com – I paesi travolti dall’acqua della diga del Gleno

Il primo Dicembre del 1923, alle 7,15 di mattina, un boato squarciò il silenzio di una valle che da lì a poco avrebbe conosciuto il peggiore dei suoi giorni. Una mole di acqua di quasi 6 milioni di metri cubi, ben oltre la soglia massima di tenuta ma arrivata a tanto per le piogge e le nevicate cadute in zona, si riversò verso valle portando con sé interi paesi e trovando sfogo finale solo in prossimità del Lago d’Iseo. Una serie di circostanze nefaste che alla fine dei conti portarono a un numero prossimo di 360 vittime anche se il numero effettivo non si saprà mai per la difficoltà di poter considerare i neonati non ancora denunciati e le persone che ancora dopo anni non fu possibile stabilire se fossero state coinvolte nel disastro o altro. C’è chi senza troppo ardimento calcolò che le vittime effettive fossero circa 500. A disastro compiuto lo spettacolo di devastazione fu ulteriormente funestato dai molti corpi galleggianti nelle acque del lago d’Iseo verso la sponda di Costa Volpino.

# Un’opera scellerata crollata per avidità e totale mancanza di rispetto della vita umana

Nelle indagini che seguirono il disastro si arrivò ad una condanna piuttosto mite per i due principali responsabili del crollo ma gran parte della causa fu tacitata sia per il clima politico che stava prendendo forma con l’inizio del ventennio fascista sia per alcune azioni risarcitorie delle quali si sa ben poco tranne che anche in questo caso il braccio che doveva elargire il denaro fu piuttosto corto. Analizzando il moncone rimasto tra le due parti della diga ancora intatta furono trovate tracce di fascine di legna e materiale inerte inadatto per una costruzione che avrebbe dovuto resistere ad enormi sollecitazioni ma perfetto per riempire velocemente la massa costruttiva che faceva parte della struttura portante.

Un’opera scellerata crollata per avidità e totale mancanza di rispetto della vita umana e che riversò il proprio risultato sulla popolazione di una vallata che viveva e avrebbe continuato a vivere grazie al duro lavoro quotidiano. Questo disastro quindi, a differenza della diga del Vajont, fu causato non da un errore di calcolo geologico ma per pura speculazione da parte delle aziende che ne avevano seguito la costruzione.

# A memoria del disastro rimangono i due monconi laterali della diga

Diga del Gleno

Come monumento a questo incredibile disastro rimangono i due monconi laterali della diga, visibili anche dalla vetta della Presolana. Uno scenario incredibile che, per chi ne conosce la storia, fanno ancora gelare il sangue. Se si vuole visitare il sito, meta di molti turisti e passaggio di molti camminamenti montani delle Orobie, basta uscire a Bergamo e seguire per le valli. Svalicata la Val Seriana in località Passo della Presolana si prosegue per la val di Scalve verso Vilminore. In poco più di un’ora ci si troverà alla piazza del paese dalla quale parte un percorso di circa 30 minuti di buon passo. Lo spettacolo è incredibile e lo scenario consente di poter immergersi perfettamente nell’atmosfera di un disastro che nessuno vuole più che si possa ripetere.

 

Continua la lettura con: VAL SERIANA e VAL DI SCALVE: le incredibili attrazioni per godersi una vacanza tra le Prealpi Bergamasche

ROBERTO BINAGHI

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Roberto Binaghi
Nato a Milano il 25 agosto 1965. Sin da bambino frequento l’azienda di famiglia (allora una tipografia, ora azienda di comunicazione e stampa) dove entrerò ufficialmente a 17 anni. Diplomato Geometra all’Istituto Cattaneo a 27 anni e dopo aver abbandonato gli studi grafici a 17, mi iscrivo a Scienze Politiche ma lascio definitivamente 2 anni dopo per dedicare il mio tempo libero alla famiglia e allo sport. Sono padre di Matteo, 21 anni, e Luca, 19 anni. Sono stato accanito lettore di quotidiani e libri storico-politici, ho frequentato gruppi politici e di imprenditori senza mai tesserarmi, per anni ho seguito la situazione politica italiana collaborando anche con L’Indipendente allora diretto da Vittorio Feltri e Pialuisa Bianco (1992-1994). Per questioni di cuore ho iniziato a seguire il mondo del basket dilettantistico ricoprendo il ruolo di dirigente della società Ebro per oltre 10 anni e della Bocconi Basket FIP dal settembre 2019 (ruolo che ricoprirò anche per la prossima stagione). Nel corso degli anni ho contribuito allo sviluppo di alcune start-up e seguito alcuni progetti di mia ideazione che hanno come obiettivo la rivalutazione del patrimonio meneghino oltre che un chiaro interesse sociale.