Perché l’Italia va male?

Guardavo un filmato su Youtube realizzato a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Descriveva la realizzazione di una nuova “opera d’arte”: l’autostrada del sole. Quello che mi ha colpito del filmato è la voce narrante. Utilizza un linguaggio e delle espressioni che trasmettono una positività e una voglia di fare che ti vien voglia di prendere una pala e di iniziare ad asfaltare anche tu un pezzo di autostrada.

Filmati come questo, che si trovano in abbondanza in quegli anni, mi sollevano ancora più interrogativi sulla situazione dell’Italia di oggi. Un’Italia che ha cento volte le risorse che possedeva negli anni cinquanta ma che riesce a fare cento volte di meno. In breve mi sono chiesto:

Perché l’Italia va male?

Marx direbbe che bisogna partire dall’economia anche perchè il resto sarebbe solo sovrastruttura. L’economia in Italia va male. Sia se la si raffronta con gli altri Paesi del mondo, sia se si osserva lo stallo in cui ci troviamo da oltre dieci anni. Che cosa è cambiato nell’Italia di oggi rispetto agli anni del boom?

La perdita nella catena del valore

Negli anni sessanta i soldi che servivano a finanziare le autostrade erano in Italia e in Italia sarebbero ritornato, tramite il ritorno degli investimento e il pagamento degli interessi sui capitali presi a prestito. Usando termini economici, tutta la catena del valore era in Italia: dal prestito iniziale al ritorno dell’investimento finale.
Questo accadeva non solo per le opere pubbliche che venivano assegnate ad aziende italiane ma anche per la stragrande maggioranza della spesa, per consumo e per investimenti, degli italiani. Oggi non è più così. In qualunque decisione di acquisto che facciamo buona parte della catena del valore esce dall’Italia. Ogni volta che un’azienda italiana finisce in mani straniere, di solito i media festeggiano celebrando l’arrivo di capitali stranieri. Ma questo è un modo miope di valutare i fatti. Perchè la verità è che ogni investimento estero in Italia significa flussi di denaro, che in precedenza rimanevano in Italia, che se ne andranno via dal Paese. Se prima i flussi della catena del valore restavano in Italia per un tot, dopo l’investimento una parte più o meno grande viene perduta.
Rispetto al passato, ogni volta che acquistiamo uno yogurt della Parmalat, un vestito di Valentino, una pasta da Cova, un parte di quello che paghiamo va ad aumentare il PIL di un paese straniero, in tutti questi casi della Francia.
L’investimento avviene una volta, mentre la parte di valore che viene trasferita in seguito all’investimento resta per sempre, generando dei flussi costanti in uscita.

Una globalizzazione sbilanciata

Si dirà che gli investimenti esteri in Italia sono un lato della medaglia. L’altro lato è la possibilità per le aziende italiane di operare all’estero allo stesso modo, contribuendo pertanto a portare in Italia i margini di guadagno dei loro investimenti. Questo è vero. Però è indubbio che se si paragona la situazione di oggi con quella degli anni sessanta, allora tutti o quasi tutti i flussi degli italiani restavano nel nostro Paese, oggi la gran parte se ne va. E a fronte delle numerose attività in Italia di proprietà estera, sono sempre meno le aziende italiane capaci di fare acquisti all’estero. La borsa italiana, già di per sé, di dimensioni sempre più irrisorie rispetto ai mercati internazionali, è per il 67% in mani estere. Ciò significa che due terzi dei profitti delle nostre aziende principali vanno fuori dal Paese. E questo non basta. Perchè per motivi fiscali anche molte aziende italiane trasferiscono i margini di profitto all’estero, in fiduciarie o holding di stanza in paesi più convenienti. E se il privato in Italia annaspa anche il pubblico non se la passa bene.

Debitori italiani, creditori stranieri

Anche nel settore pubblico si tende ad applaudire l’incremento di spesa straniera in Italia. Fino all’inizio degli anni novanta solo una percentuale minima del debito pubblico italiano era in mani straniere: nel 1988 era il 4%, nel 1992 era il 7%. Questo significa che anche se avevamo un grosso debito pubblico, l’alta spesa degli interessi pagati dagli italiani (lo Stato) tornava agli italiani (banche, fondi e risparmiatori). L’uscita netta di capitali era minima.
Nel giro di pochi anni la situazione è radicalmente cambiata: nel 1999 la quota di debito pubblico italiano detenuta dagli stranieri era più che quadruplicata rispetto a sette anni prima, passando al 27%. Fino a toccare nel 2011 il 40%, per poi scendere al 32% di oggi. La percentuale posseduta dagli investitori stranieri esprime la perdita netta di soldi pubblici che per pagare gli interessi escono dal Paese. Questa impennata di investimenti esteri ha un effetto ancora più clamoroso se si considera che è avvenuta in un periodo in cui, a parte un anno, lo Stato ha chiuso il bilancio con un avanzo primario. In parole semplici il grosso aumento del debito pubblico negli ultimi venti anni, che è passato da 1300 a 2300 miliardi di euro (+30% circa del PIL), è stato causato dall’interesse composto: ossia lo Stato si indebita per ripagare gli interessi. E’ un aumento di debito che è stato causato dal pagamento degli interessi, pagamento che, a differenza dei decenni precedenti, è finito in parte consistente all’estero.

Grassi interessi italiani, miseri interessi esteri

Si dirà che questo vale anche all’opposto. Ossia che molti risparmiatori e banche italiane a loro volta hanno sottoscritto titoli di stato esteri. E dunque ricevono dagli stati stranieri dei capitali che finiscono nel nostro Paese. Però questo varrebbe se vi fosse una parità negli interessi, almeno tra economie che utilizzano la stessa valuta. In realtà ciò non avviene, né in termini relativi (interessi più alti) né in termini assoluti (entità del debito più elevato). Interessi più alti assommati a un debito pubblico più alto determinano un maggiore flusso di capitali pagati dallo Stato. Quindi la verità è che quanto lo Stato versa all’estero ai detentori di debito pubblico è largamente superiore rispettato a quanto gli altri Stati versano del proprio debito ai detentori italiani.
Così come sempre più margini nel settore privato fuggono all’estero, così anche sempre più risorse dello Stato italiano finiscono oltre frontiera.

Meno aziende hai in Italia, meno Pil meno tasse meno lavoro

Una fetta sempre più grande nella catena del valore di beni e servizi venduti in Italia finisce all’estero. E una fetta costante di interessi pagati dallo Stato lascia il Paese impoverendo la nostra economia. Questo ancora non basta a spiegare perchè l’Italia se la passi male e ogni anno sempre peggio. C’è anche poi una causa interna.
Tutto quanto sopra descritto potrebbe essere arginato se ci fosse una crescita di aziende in Italia. Se per ogni azienda che viene venduta agli stranieri se ne creasse una o più altre in Italia, allora sì che potrebbe essere vantaggioso attirare investimenti esteri. Ma purtroppo questo non accade. E il motivo è semplice: le aziende nascono poco in Italia, e quelle che ci sono spesso si trasferiscono all’estero, perchè da noi è sempre meno vantaggioso fare impresa.
Lo è per motivi fiscali, impliciti ed espliciti, lo è per la burocrazia, lo è anche per un tipo di mentalità diffusa che tende a considerare gli imprenditori come soggetti da controllare per evitare che facciano dei danni agli altri.
Il risultato di questo è che ogni volta che un’azienda chiude o non apre, non viene prodotto reddito, ergo vengono pagate meno tasse e si perde occupazione.
Questo è un altro problema che spiega il declino del Paese soprattutto in rapporto agli anni cinquanta e sessanta quando chi si metteva in proprio era considerato parte positiva del sistema e non qualcuno a cui prendere i soldi ma da trattare con diffidenza. E sempre tornando agli anni sessanta ci sono stati altri cambiamenti che hanno tutti lo stesso risultato: l’impoverimento del Paese.

Altre perdite con l’Italia degli anni sessanta: anziani e giovani

Dal punto di vista economico c’è una perdita di risorse anche a causa dello spostamento fisico delle singole persone, che negli anni cinquanta e sessanta non avveniva:
– Pensionati italiani che si trasferiscono all’estero: 400.000 pensionati che ricevono la pensione dallo stato italiano ma che stando all’estero non pagano le tasse in Italia e spendono i soldi nel paese dove abitano.
– I ragazzi che lasciano l’Italia dopo gli studi: ogni anno circa 30.000 laureati italiani se ne vanno all’estero, causando una perdita di capitale umano che viene formato in Italia (investimento) ma che crea valore fuori (ritorno dell’investimento pari a zero).

Come riportare lo spirito degli anni cinquanta e sessanta

Se si ha cuore il benessere del Paese bisogna considerare tutti i fattori che portano o tolgano valore all’economia. E se Marx aveva ragione nel dire che la struttura di un paese è la sua economia, occorre avere la priorità di lasciare la massima libertà di fare impresa. Perchè più togli libertà a chi fa impresa, meno possibilità hai di creare un reddito che va a formare la ricchezza di un Paese. E solo producendo ricchezza si possono avere tutti gli effetti positivi desiderati in un Paese civile, come la realizzazione di opere di interesse pubblico o una redistribuzione delle risorse per ridurre la povertà. 
Mentre in passato qualunque perdita di competizione poteva essere arginata dai confini, oggi ogni comportamento contro le impresa genera effetti a cascata che moltiplicano il danno sociale.
Invece di rincorrere i capitali degli stranieri perchè comprino le nostre imprese e perchè ci prestino i soldi, la priorità dei nostri governanti dovrebbe essere quello di facilitare al massimo l’attività di tutte le nostre imprese, ripagando la ricchezza che ogni attività economica produce per il Paese con la moneta più importante che uno Stato può dare a chi fa impresa: la libertà.

ANDREA ZOPPOLATO

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