Milano tra Parigi e Avellino? Per sprovincializzare Milano gli animali devono uscire dallo ZOO

foto di Andrea Cherchi (c)
foto di Andrea Cherchi (c)

Il problema di Milano? Che si sente Parigi mentre è ancora provinciale come Avellino. Questo il titolo di un articolo pubblicato su Linkiesta. La tesi dell’autore è che Milano si dia le arie da grande città europea ma invece nei comportamenti sia più simile a una provincia italiana.
Anche se i contenuti sono provocatori, del vero c’è. E ammetterlo è motivo di dolore. Quello che mi chiedo è qual è la causa di questo provincialismo ancora diffuso, se non dominante? E, soprattutto, come si potrebbe superarlo, proiettando Milano al ruolo che le spetta, di grande città internazionale?

Milano tra Parigi e Avellino? Per sprovincializzare Milano gli animali devono uscire dallo zoo

Milano è o non è una città provinciale?

Milano ha una debolezza geografica. Gli italiani sono molto provinciali: si adagiano sulle consuetudini, sul modus operandi. Se si è fatto sempre così una ragione ci sarà, è il comune sentire nel Paese che tra fare e non fare preferisce il secondo.
All’ostilità verso l’innovazione si accompagna un’altra caratteristica del provincialismo: giudicare il mondo con la misura del proprio ombelico. Gli italiani sono ancora quelli che vanno all’estero e dicono il caffé in Francia fa cagare, questi mangiano le aringhe a colazione, quelli mettono i calzini sopra i sandali, perchè il modo italiano è quello giusto e si misura tutto in base a quello. Anche il finto moralismo è molto provinciale, il giudicare gli altri. In generale la chiusura mentale, la mancanza di curiosità è sintomo del provincialismo.
Altra caratteristica del provincialismo è l’assenza di mobilità sociale, la ridotta meritocrazia. E’ provinciale un luogo dove lo status conta più dell’idea. E’ qualcosa di medievale, quando il figlio del fabbro faceva il fabbro e il potere era dinastico.
Per capire se questo quadro si può applicare anche a Milano bisogna partire proprio da questo aspetto. Il potere a Milano è meritocratico oppure dinastico?

Milano è provinciale perchè è provinciale la sua classe dirigente

Esiste una classe dirigente che è fissa, non ci sono mai novità, è una classe chiusa. In passato era difficile cambiare classe, ora è quasi impossibile.
Chi ha il potere in mano non vuole sprovincializzare Milano. Per loro va bene che sia così perché una classe chiusa non può che essere provinciale: il provincialismo si vede nel fatto che hanno tutti la casa nello stesso posto, fanno tutti le stesse cose, sono soggetti al modus operandi del gruppo. Nelle città più internazionali esistono dei fenomeni trasversali, di rottura. Ci sono classi dirigenti differenti e una grande mobilità sociale. Non c’è la logica del paese in cui ci sono sempre gli stessi quattro, con Pinko amico di Panko che vanno a cena insieme, tutti parte della stessa elite che ha sempre comandato la città, come se a New York ci fosse un’elite anglosassone che da secoli domina la città.
In una città meno provinciale queste logiche sono stemperate perchè ce ne sono diverse e i modi di definire uno status sono tanti. L’unica alternativa al provincialismo è l’esistenza di gruppi diversi, è l’assenza di monopoli e rendite di posizione, la presenza di mobilità verticale. La mancanza di questo porta a un impoverimento gigantesco perchè se tutti pensano allo stesso modo, si arriva al massimo dell’appiattimento, non si prendono in considerazione altre strade, altre vie perchè tutti pensano che la via è solo questa.

A Milano è talmente ristretta la classe che governa che non riesci a creare una spinta all’emulazione. La gente non sa neanche che ci sono. E non esiste immaginare di accedere a qualcosa che se non ne fai parte pensi che neppure esista.
La miglior difesa di questa classe dirigente provinciale è lasciare che invece a risplendere alla luce del sole sia altro. Quello che frega Milano è che in apparenza sembra che sia davvero una città internazionale.
Quando si esce dalla casta dominante si apre infatti un mondo che è tutt’altra cosa: c’è una società di corpi intermedi che è più fluida ed è basata su altri parametri rispetto a quelli della rendita e delle cricche.
I corpi intermedi sono sprovinciali perchè si sono formati in diverse ondate e si misurano con il resto del mondo, il problema è che fondamentalmente non contano nulla. E’ come se fossero qualcosa a sé stante. Come uno zoo. Lo zoo serve perchè è divertente, c’è la scimmia, l’elefante. 

Gli animali dello zoo tutte le cose più innovative e internazionali della città. Sono realtà che invece di divampare e di contagiare, vengono rinchiuse in ambiti e in tempi con confini ben limitati, diventando dei fenomeni da baraccone. Milano è innovativa e bella perchè è questa, ci sono il gorilla, l’elefante, ti piace perchè se no ti annoi, ma allo stesso tempo li tieni relegati e non gli consenti di esercitare un potere. Così incanti tutti facendo finta che Milano sia una grande città internazionale, ma in realtà mantieni il controllo come in un’oligarchia medievale. 
Milano è regina nel creare questi fenomeni che rimangono confinati: il modello principe è il Fuorisalone, che è la festa dello zoo, in cui si aprono le gabbie, ma solo per una settimana. 

I rischi del provincialismo

Questo scenario può apparire concettuale e astratto, invece presenta dei rischi molto concreti.
Il rischio di continuare a essere diretti da una classe dirigente provinciale è di far ripiegare Milano in una dimensione provinciale, come è successo nelle altre città d’Italia. 
Il rischio è quello di inibire l’innovazione. Più una città è provinciale meno è innovativa. Perchè non si prende il rischio di vedere altre cose e di mettere in pericolo il proprio status.
Il rischio è di ritrovarsi a periferia d’Europa. Siamo talmente succubi delle culture esterne che si festeggiano robe che non sapevamo neanche cosa fossero. Acquisiamo riti da altre realtà. La classe non dirige, non innova, è ripiegata sule sue posizioni e quindi assorbe passivamente ciò che arriva dall’esterno.

Una delle caratteristiche delle città non provinciali è che sono più meritocratiche. Non è l’appartenenza a un gruppo ma è la proposta che stai facendo che interessa. A New York anche se non ti conosce nessuno puoi fare cose pazzesche. A Milano provate a prendere un appuntamento nei veri centri di potere e di presentare una vostra idea: vi accorgerete che ciò che conta non è l’idea che presentate ma lo status di chi la presenta. Se avete lo status, il progetto sarà di tutto il gruppo di appartenenza, con divisione di oneri e di onori. Se non avete lo status il massimo a cui potete ambire sono le noccioline, elargite con apparente magnanimità agli animali di uno zoo.

Cosa fare per liberare Milano dal provincialismo?

Milano potrebbe essere una città molto più importante, prendendosi cura anche del resto d’Italia. Milano dovrebbe rompere questo muro, diventare veramente una città aperta, come forse lo era negli anni sessanta. In quel periodo la crescita e il boom economico ha aperto il potere a nuovi ricchi che non venivano da famiglie con più cognomi e che hanno portato innovazione in città.
Poi questa spinta si è affievolita e la preoccupazione della classe dirigente è diventata difendersi dai nuovi entranti per arroccarsi sulle posizioni acquisite, come nel medio Evo.
Ma oggi esiste un’opportunità simile a quella degli anni sessanta. Come negli anni sessanta il mercato ha consentito di crearsi piccoli imperi dal nulla, oggi l’occasione sono i nuovi mercati, le tecnologie, le innovazioni, il poter operare sui mercati internazionali. Queste sono opportunità che alcuni stanno cogliendo ma che ancora non hanno saputo trasformare in potere in città.

Quelli che stanno nello zoo dovrebbero smettere di dipendere dalle noccioline. Dovrebbero acquisire la consapevolezza di essere quelli dell’innovazione, di affermare la loro diversità, non una diversità retorica o narcisistca, ma responsabile. Intesa come responsabilità di esercitare potere al di là delle proprie gabbie, senza misurarsi o dipendere dalla classe dirigente attuale che rappresenta il passato, non il futuro di Milano.
Il grande cambiamento sarebbe se gli animali uscissero davvero dallo zoo. Invece di godere dell’ammirazione della classe dirigente e delle noccioline che gli lanciano, dovrebbero affermarsi, senza complessi di inferiorità.

Forse la cosa più probabile per rilanciare Milano come città internazionale e meritocratica, sarebbe che uno di questi animali da zoo, di questi fenomeni che fanno sembrare grande Milano, diventasse grande per davvero.
Se uno di loro diventasse qualcosa di potente, se Milano avesse una nuova impresa di livello mondiale, una nuova Google, Facebook o Amazon, che operando sui mercati internazionali riuscisse a ridisegnare le regole su scala locale. A quel punto le gabbie potrebbero essere aperte per sempre, gli animali si diffonderebbero in città, sarebbe il trionfo del merito, sarebbe Fuorisalone tutto l’anno.

ANDREA ZOPPOLATO

(in collaborazione con Duilio Forte)

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