Milano non può trattare alla pari con Merdasio Di Sopra e Puzzate Di Sotto

L’accoglienza del mio primo articolo per Milano Città Stato è stata elettrizzante. Vi sono grato. Certo, forse era un po’ sopra le righe, magari un tantino superficiale, ma che cazzo, dovevo pur farmi notare. E per un F205 -gente riservata per natura- uscire dall’understatement è uno sforzo devastante.

Ciò detto, qualche lettore ha sollevato il problema delle periferie: un tema che mi tocca da vicino, visto che in periferia ci sono nato, in periferia ci sono cresciuto ed in periferia vivo. Starting point: piazzale Udine a cavallo tra gli anni 70 e 80. Lì c’era l’ultima farmacia del mondo civile prima del Parco Lambro, l’ultima Thule di ogni tossicomane. Ho visto passar di mano più siringhe, cucchiai e limoni io di un Narcos, ed avevo solo l’età in cui si vedeva Goldrake alla tele. Ricordo una gita di classe, alle elementari. Per qualche motivo che ancora mi sfugge, finimmo ad aspettare un tram in viale Ungheria: ho ancora davanti l’immagine, e nelle orecchie il rumore, dei nostri piedi di bambini che calpestavano centinaia di siringhe abbandonate a terra. Centinaia.

Mi dicono che il Giambellino, la zona dove vivo ora, all’epoca non fosse meglio. E così il resto di Milano. All’imbrunire scattava il coprifuoco, ed il panorama che sfilava dai finestrini dell’auto, uscendo dalla città, era quello di una zona smilitarizzata.
In quello stesso periodo, ricordo Londra brutta, sporca, puzzolente, i negozi chiusi e le vetrine orbate dalla polvere.

Piuttosto che vivere in periferie squallide, molti decisero di andarsene a cercare la felicità fuori città, in villette-di-nuova-realizzazione nell’hinterland, col miraggio di un fazzoletto di verde tutto per sé. Per un po’ invidiai i fuggiaschi, rimpiansi gli amici persi. La popolazione residente di Milano praticamente si dimezzò, e le prime zone a pagarne il prezzo furono proprio le periferie: via la gente, via le attività, via tutto. Avvitate in una spirale deprimente di abbandono e di degrado che neanche la peste manzoniana.

Poi, a macchia di leopardo, lentamente, qualcosa iniziò a cambiare. Il Parco Lambro fu ripulito. Si ok, le grigliate dei peruviani, ma vuoi mettere coi fattoni che da bambini c’inseguivano con le siringhe spianate? La zona Solari/Savona, che alla chiusura della Riva Calzoni sembrava Detroit e dopo l’arrivo di Armani sembra Soho. O la zona tra via Conterosso / Ventura a Lambrate: ci passavo per andare a scuola, ora non la riconosco quasi più. Prossima in lista, la zona dell’ex Scalo Romana, benedetta dalla Fondazione Prada. Dove hanno prevalso creatività e innovazione è tornata la vita. Dove ha prevalso la pura speculazione (Santa Giulia, Porta Vittoria), no.

A trent’anni dal grande esodo, quelle amene villette-di-nuova-realizzazione sono rimaste strangolate a loro volta dall’asfalto, preda di amministrazioni comunali con la lungimiranza di una talpa: con la cementificazione, invece della comodità, è arrivata l’inenarrabile rottura di palle di vivere in un posto che non è né più campagna né ancora città, appesi ai capricci di Trenord o alle imprevedibili macumbe delle tangenziali. Valori immobiliari praticamente azzerati, famiglie rovinate, obiettivo dei millenials tornarsene a Milano.

La lotta tra il centro e le periferie è la vita stessa di una città. E’ inestinguibile, ma è un male necessario. Quanto più il centro è figo, tanto più la periferia si sente trascurata. Ma quanto più il centro è figo, si espande, e tanto più la periferia è un po’ meno lontana.
Tale Giorgio Scerbanenco descriveva in termini desolati piazza della Repubblica negli anni ’50: palazzoni senz’anima e tutti appartamenti, diceva. Compra lì, adesso. Negli anni ’30, tale Agatha Christie faceva descrivere in termini disgustati al suo Poirot certe zone di Londra in cui oggi trovi Rolls Royce mollate per strada manco fossero delle Punto usate, e dove un metro quadrato costa quanto un terrestre guadagna mediamente in una vita. E un certo Carlo Cattaneo, mentre si proponeva di allagare la città di Milano per impedire agli Austriaci di rientrare dopo il tradimento e la fuga ignominiosa di Carlo Alberto (e non sarà l’ultima volta di un Savoia), descriveva la zona oltre la Porta Orientale (l’attuale Baires e la zona circostante) come aperta campagna, infestata dai briganti. Correva il 1848, mica tanto tempo fa.

Il tema è solo uno, e riguarda quanto gli F205 hanno di più caro al mondo: il tempo. L’espansione urbana, l’attrattività dei suoi modelli culturali, il bisogno di infrastrutture multimodali è qualcosa di ineluttabile, con buona pace dei ragazzi della via Gluck.
Ma la periferia non può aspettare che il centro esploda: e per realizzare tutto questo, una città come Milano non può avere gli stessi strumenti normativi di un qualunque altro Comune italiano di medie dimensioni, trattare alla pari con Merdasio Di Sopra e Puzzate Di Sotto. Non esiste.

L’espansione di Milano ai Comuni circostanti è una necessità vitale: riduce i costi della politica, amplia e moltiplica la nozione di “centro”, dà respiro ad una città intorno alla quale gravita tutto il Nord Italia: nessuno deve potersi sentire dimenticato o troppo lontano. Ecco perché l’autonomia di Milano è una necessità vitale. Questa città è chiusa in una camicia troppo stretta. E le camicie stringono, sia quando metti la panza -parlo per esperienza- che quando metti i muscoli -vi odio-, e comunque ogni volta che si cresce.

Le grandi città del mondo sono cresciute perché hanno sempre potuto decidere per sé stesse: Milano, tanti o pochi che siano gli anni che ha avuto a sua disposizione, non ha mai avuto questo privilegio. Le ultime annessioni a Milano risalgono al 1924, tra queste il Lorenteggio. Da allora la camicia è diventata una gabbia.

Chiudo da dove sono partito, la mia zona. Nel 1873 il Comune di Milano aveva bisogno di un posto dove piazzare la spazzatura, ed inglobò i Corpi Santi, tra cui le Rottole. Quasi cent’anni dopo, in quella zona sono nato io. Dopo altri cinquant’anni, un trilocale con terrazzo in via Pordenone viene via a mezzo milione di Euro. Il bel miliardino di cui si favoleggiava giocando a biliardino all’oratorio.

Centocinquant’anni per arrivare al punto in cui una Città autonoma arriverebbe in dieci.

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ANDREA BULLO

Foto di Andrea Cherchi

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