La piazza contesa. PIAZZA D’ARMI tra difesa dello status quo e progetti avveniristici

Cittadini contro il Comune, Comune contro Ministero. Quella sul futuro di Piazza d'Armi è una partita che si gioca sulla pelle di Milano

Credits: urbanfile.org - Progetto Leopoldo Freyrie

Cittadini contro il Comune, Comune contro Ministero. Quella sul futuro di Piazza d’Armi è una partita che si gioca sulla pelle di Milano, interessata in questi ultimi anni da una vera e propria rinascita culturale ma soprattutto urbanistica. Finché qualcuno non si mette di traverso.

Natura vs Nuove costruzioni

I progetti storici della nuova Milano – porta Nuova, City Life, l’area ex-Expo e ora anche gli Scali ferroviari – sono ormai in fase quasi conclusiva o comunque avviati su un percorso già ben definito. Ma se finora sì è trattato semplicemente di riempire spazi in abbandono ma già fortemente urbanizzati, alcune delle aree attualmente all’attenzione dell’amministrazione comunale pongono il problema più spinoso di dover mettere mano ad ampi vuoti urbani che in qualche modo la Natura ha già avuto modo di colmare, creando piccole (ma neanche tanto) oasi naturali. E in un periodo storico in cui i problemi climatici e la riforestazione sono al centro del dibattito politico, le opposizioni di chi vorrebbe preservare il patrimonio naturalistico – e paesaggistico – della città trovano, per così dire, terreno particolarmente fertile.

Così ad esempio il futuro di Piazza d’Armi è diventato un po’ un emblema di due visioni diverse sullo sviluppo della città. Potremmo dire, semplificando, di chi si batte per la conservazione e la riqualificazione dell’esistente, preservandone il valore culturale, naturalistico e pubblico, e chi vorrebbe investire su uno stravolgimento totale, in grado di ricostruire su basi più moderne e di rendere appetibile l’investimento per soggetti privati, con positive ricadute anche sui conti pubblici cittadini.

La sua storia: dai dirigibili alle esercitazioni militari

Partiamo dall’inizio. Piazza d’Armi è un interessante e vasto complesso situato in via Forze Armate, a poca distanza dal Parco delle Cave e dal Parco Agricolo Sud Milano. Tale area aveva avuto un uso agricolo fino al primo decennio del ‘900. Poi, nel 1913, l’Ingegner Forlanini vi costruì le Officine Leonardo Da Vinci, da cui uscì il primo dirigibile italiano denominato “città di Milano”. Qui nacque anche il primo aerodromo cittadino, su cui volò in più riprese, negli anni Dieci, la prima aviatrice italiana, Rosina Ferrario.

Dagli anni ’30 la piazza divenne un campo di esercitazione soprattutto per mezzi logistici (carri armati e mezzi pesanti) dell’adiacente Caserma Santa Barbara. L’area oggi comprende  una  Piazza d’armi vera e propria (35 ettari) e alcuni edifici adibiti a suo tempo a Magazzini militari (7 ettari), costruiti con caratteristiche costruttive e stilistiche unitarie, per una superficie complessiva ampia come quella del Parco Sempione (che non a caso era la vecchia piazza d’Armi).

Ormai in disuso dalla fine anni ’80, l’area verde è stata ricolonizzata dalla natura e trasformata in boschetti di latifoglie miste, alternati ad aree umide e praterie dalle vivaci fioriture, e vi si sono  inseriti spontaneamente orti urbani e  un’attività di apicultura. La biodiversità dell’area è tale che Piazza d’Armi è stata inserita nella Rete Ecologica Regionale ed è stata di recente riconosciuta ufficialmente come Area di Rilevanza Erpetologica Regionale per la rilevata presenza di anfibi rari e in via d’estinzione.

I progetti in campo

Nel 2015 Investimenti Immobiliari Italiani Sgr S.p.A. (Invimit Sgr), una società di gestione del risparmio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è stata incaricata del recupero e della valorizzazione dell’area. Il Comune di Milano, nel Documento di obiettivi per il piano di governo del territorio dell’agosto 2017, ha inserito Piazza d’Armi, insieme ad altre aree come quelle degli Scali ferroviari, di Città Studi e dell’ex area Expo, tra quelle che potranno contribuire in modo rilevante a ridefinire l’assetto urbano della città e dell’intera area metropolitana del prossimo decennio. Il Piano di Governo del Territorio (PGT) identifica quindi l’area come ATU (Ambito di Trasformazione Urbana) e prevedeva la possibilità di  costruirvi 290.000 mq di superficie lorda di pavimento. Un progetto che si sarebbe potuto attuare con la costruzione di circa 4000 alloggi di medie dimensioni o con la realizzazione di un centro sportivo per il quale sembrava esserci l’interesse dell’Inter. Il bando pubblicato da Invimit Sgr era tuttavia andato deserto.

Credits: urbanfile.org – Progetto Leopoldo Freyrie

In entrambi i casi, tuttavia, una buona fetta dell’area ora totalmente verde sarebbe stata cementificata con indici di edificabilità molto elevati, e la cittadinanza privata dell’uso di tale spazio oggi completamente pubblico.

Un luogo del cuore

Nel corso di questi anni quindi si è levata la voce critica e autorganizzata di alcuni gruppi di cittadini, in particolare quella dell’Associazione Parco Piazza d’Armi Le Giardiniere, che ha richiesto una revisione del PGT che preveda l’abbattimento dell’edificabilità sull’intera area verde.

A loro si sono affiancati nel corso del tempo altri comitati cittadini, che sono confluiti nel Coordinamento Piazza D’Armi. Le loro richieste sono supportate da evidenze importanti, come il fatto che nell’area si sia sviluppata spontaneamente un’oasi naturalistica e della biodiversità che merita protezione, un unicum in una città come Milano ove il problema dell’inquinamento è all’ordine del giorno. I Comitati di Piazza D’Armi hanno anche avanzato una petizione alla Commissione Europea affinché l’area verde boschiva esistente venga mantenuta e valorizzata come “capitale naturale di biodiversità”, diventando una grande Parco Pubblico Urbano, mentre il FAI l’ha inserita tra i suoi luoghi del cuore.

Il loro progetto, alternativo a tutti quelli finora presentati, prevede nell’area a verde la realizzazione di un parco agro-silvo-pastorale urbano, con attività di carattere orticolo, vivaistico, didattico, culturale, botanico, scientifico e di allevamento, oltre alla tutela degli animali selvatici presenti e delle colonie feline; e la riqualificazione dei Magazzini militari dismessi a scopo residenziale, sociale con attività didattiche, riabilitative, culturali produttive e commerciali, senza aumento delle volumetrie.

Progetto dell’Associazione Parco Piazza d’Armi Le Giardiniere

Recependo in parte le istanze della cittadinanza, all’inizio del 2018 sono state accolte dal Comune due importanti osservazioni, che hanno ridotto l’indice di edificabilità da 0,7 a 0,35, aumentando la quota minima di verde dal 50% al 70% dell’area (quasi tutta quella non già edificata), e identificano la Grande Funzione Urbana della Piazza d’Armi nella riforestazione urbana. E’ un passaggio importante perché, per la prima volta, nel Pgt di Milano l’area di piazza d’Armi viene esplicitamente considerata innanzitutto area verde. Piazza d’Armi è quindi destinata ad essere un grande parco con edifici non residenziali al posto degli ex magazzini militari, che avrebbero dovuto essere abbattuti per far posto alle nuove costruzioni.

Il vincolo paesaggistico, una decisione annunciata

Ma ecco che la primavera scorsa, insieme ai temporali di stagione, arriva anche il vincolo paesaggistico chiesto dal Ministero dei Beni Culturali, che riguarda tutti gli edifici militari esistenti nonché il divieto di nuove edificazioni in tutta l’area attualmente a verde, oltre ad alcune prescrizioni paesaggistiche per la salvaguardia di “prospettiva, luce, ambiente e decoro degli edifici sottoposti a tutela”. Il complesso della Piazza d’Armi e l’ospedale militare attiguo del resto costituiscono un esempio unico di cittadella militare del periodo tra le due guerre in Lombardia, di importante memoria storica e identitaria e di significativo valore artistico-antropologico.

Non si è trattato di un fulmine a ciel sereno. Già nel marzo 2018 infatti il FAI aveva presentato una richiesta di apposizione di vincolo paesaggistico sull’intera area, ai sensi della legge 42 del 2004 – “Codice dei beni ambientali e culturali”, in cui  si sottolineava il “notevole interesse pubblico per gli aspetti di memoria storica, di valore estetico, tradizionale e visivo/paesaggistico e per peculiarità panoramiche in ambito urbano”. Mentre il Parlamento Europeo aveva inviato nel marzo 2019 a Comune, Regione e ai Ministeri Finanze, Beni culturali e Ambiente un monito in cui faceva suo l’appello dei cittadini contro il possibile scempio nell’ex Piazza d’Armi, invitando a preservare i suoi valori ambientali, paesaggistici, storici-architettonici, nonché a porre vincoli urbanistici con gli appositi piani regolatori e paesaggistici”.

E’ però evidente che il mantenimento di un’ampia area verde, unito all’impossibilità di aumentare le volumetrie esistenti, è molto difficilmente compatibile con l’appetibilità economica di questo complesso per gli investimenti immobiliari. E da qualche parte il denaro per la riqualificazione deve pur essere trovato, se non si vuole destinare ampie zone di città all’abbandono definitivo, rinunciando altresì a ricavarne nuove risorse per i cittadini. «Se parliamo in termini economici – ha dichiarato l’assessore Maran – Invimit deve rientrare dei 60 milioni di euro di investimento (il prezzo di acquisto dell’area) e l’intervento deve generare oneri sufficienti a realizzare il parco e le altre urbanizzazioni necessarie» (circa 40 milioni di euro  per 30 ettari di parco e servizi vari).

E il Modello Milano?

Pare difficile che il vincolo paesaggistico possa mutare, anche a seguito delle recenti vicissitudini della politica nazionale, ma la questione di fondo rimane, e si pone anche per altre aree del nostro territorio interessate da vicende simili, come la Goccia alla Bovisa. In parole povere la questione è la seguente: è meglio difendere le conquiste della Natura, preservando un patrimonio verde atoctono e spontaneo, completamente pubblico e in funzione prevalentemente ecologica; oppure è preferibile fare piazza pulita riprogettando il verde ad uso privato e prevalentemente come arredo urbano, dove magari gli alberi si vedono solo nei rendering, piegandosi a logiche prettamente economiche (anche in funzione di investimenti pubblici)?

Siamo fiduciosi che la soluzione stia nel mezzo, e che nella conciliazione tra la salvaguardia del nostro patrimonio culturale e naturalistico,  e il ritorno economico di soggetti pubblici e privati possa infine identificarsi il famigerato “modello Milano”, tanto sbandierato dalla Giunta Sala.

ROBERTA CACCIALUPI

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1 COMMENTO

  1. Quando avevo una decina d’anni ( ora ne ho 73 ) andavo spesso ad esplorare quell’area quando non era occupata da esercitazioni militari. Mi ricordo che nei piccoli stagni formati da risorgive vivevano nientemeno che dei tritoni! Un fatto straordinario in un contesto cittadino, un’area da preservare a tutti i costi, per il bene di Milano

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