BRUTTO NATALE

Per celebrare in modo consono il Natale più deprimente di Milano, ci voleva Andrea Bullo

Drunk Santa

Preg.mo signor Babbo Natale,

devo premettere d’aver avuto la sensazione d’averLa vista, qualche sera fa, sgusciar via da un club di scambisti dietro il Naviglio. Sarà stato senz’altro un errore. Però quel ciccione barbuto Le somigliava davvero molto e, parcheggiata in una viuzza laterale, aveva una slitta molto simile alla Sua.


Detto questo, per quest’anno non voglio niente. Un cazzo di niente, proprio. Per tutta la vita ho dovuto affannarmi a decorare alberi, allestire presepi con te da giovane nella culla, dipanare chilometri di lucine (attività grazie alla quale ho accumulato centinaia di anni di purgatorio), imbandire tavole, impacchettare regali (sappiamo entrambi che i Suoi pacchetti sono penosi), orchestrare e subire menù da condannati a morte, sopportare famigli e liberti, ostentare pace e serenità e bontà, sperare (puntualmente deluso) di svegliarmi in una Milano imbiancata dalla neve, insomma tutte quelle cose che distinguono il Natale da qualunque altro giorno, da qualunque altra festa.

Quest’anno invece, illustre Babbone, ‘ncazz. Zone rouge. Silenzio spettrale. Le strade vuote, silenzio intorno a me.

Niente albero, che tanto non ci sono ospiti. Niente regali, che tanto tutti hanno già tutto. Niente libagioni lisergiche: mangio tre volte al giorno tutti i giorni, mica sono uno di quei pezzenti ottocenteschi che aspettavano il Natale per vedere un pezzo di carne in tavola. Niente allestimenti hollywoodiani, mussole e porcellane e argenti, nada. Niente parenti, vivaddio, niente amici, niente conoscenti. Nessun aperitivo, nessuna cena di Natale con commossi auguri e arrivederci tra colleghi che rivedrai da li a tre giorni, gonfi come otri. Niente musichette dedicate, niente roasted nuts, jingle bells e triccheballacche. Silenzio eremitale. Mi farò anche il dispetto di non vedere, per il cinquantesimo Natale di fila, Il Piccolo Lord, o la versione originale di Non siamo angeli del ’56, o Una poltrona per due. Anzi forse li vedrò. Da solo, in pigiama, sbronzo, ruttando nella mascherina su ogni battuta.



Quindi glieLo lo dico chiaro: non venga qui a ricordarmi di quando, bambino, lasciavo davanti alla finestra biscotti per Lei e latte per la renna, tentando di resistere sveglio per sorprenderLa, brutto ciccione scambista.

Non venga qui a ricordarmi quei Natali in cui c’erano i miei nonni ed i protagonisti eravamo noi bambini, oscillanti, nel giorno più bello dell’anno, tra lo stupore per i regali e la noia di pranzi infiniti.

Non venga qui a ricordarmi che in fondo, per un giorno all’anno, uno solo, in effetti si potrebbero anche accantonare i risentimenti, le insoddisfazioni, i rimpianti e godersela un po’.

Non lo faccia, perché tanto quest’anno non si può.

Sicché, se un Natale di merda dev’essere, che un Natale di merda sia fino in fondo.

Magari l’anno prossimo vediamo, ma per il momento, sta’ a ca’ tua che l’è mej.

Qua son tutti incazzati, e io sono uno dei più ragionevoli: si figuri gli altri.

Cordiali saluti.

PS. La faccenda del club di scambisti resta tra di noi. Mi faccio vivo io se serve.

ANDREA BULLO

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