“Siamo tutti sulla stessa barca”. C’è un’eccezione: i DIPENDENTI PUBBLICI. La proposta: una parte del loro stipendio per aiutare i non garantiti

Un gesto di altissima dignità e coesione sociale per aiutare tutti insieme chi rischia di non riuscire più a ripartire, evitando il default del Paese

Foto: Andrea Cherchi (c)

C’è una categoria che non è stata toccata dal lockdown: i dipendenti della Pubblica Amministrazione, che nel periodo di quarantena, e fino a quando il Coronavirus impedirà a tutti di tornare a lavoro, devono rinunciare solo ai buoni pasto. Tutto il resto, lo stipendio e il posto, sono garantiti. Per questo motivo, a livello anche previdenziale, non dovranno fare i conti con alcuna perdita o rischio economico.

Nel privato sono invece tutti appesi a un filo: ai dipendenti privati tarda ad arrivare la cassa integrazione, imprenditori professionisti e partite iva hanno visto crollare i loro ricavi e in molti temono di non poter neppure riaprire. Alle imprese, per compensare il crollo degli affari, è stato offerto di indebitarsi di più e solo una parte dei lavoratori autonomi hanno ricevuto 600 euro ad aprile e forse 800 per i prossimi 2 mesi. Cifra non solo riservata ad alcuni ma che per quasi tutti rappresenta una cifra insufficiente per colmare le perdite del lockdown.


“Siamo tutti sulla stessa barca”, ama ripetere il premier Conte. Se davvero è così, perchè lasciare fuori i dipendenti pubblici? La proposta: ridurre la retribuzione dei dipendenti pubblici (esclusi quelli impegnati in prima fila nell’emergenza economica) in misura uguale al calo del PIL per aiutare i non garantiti e le imprese a ripartire.

Fonte:
quifinanza.it
Facciamo LUCE su BONUS 600 euro, CASSA integrazione e FINANZIAMENTI alle aziende: il governo sta mantenendo le promesse?

“Siamo tutti sulla stessa barca”. C’è un’eccezione: i DIPENDENTI PUBBLICI. La proposta: destinare una parte del loro stipendio per aiutare il Paese a superare l’emergenza 

# 3,2 milioni di dipendenti pubblici a tempo indeterminato in Italia costano 160 miliardi di euro all’anno, su 750 miliardi di spesa totale

L’apparato statale è tutelato al 100%, mentre il sistema delle partite iva, dal freelance all’azienda quotata in borsa, che con le loro tasse finanziano anche gli stipendi dei dipendenti pubblici, rischia il tracollo.



I fatturati sono a zero da mesi per la maggior parte delle imprese o delle piccole partite iva, e i dipendenti privati che non percepiscono lo stipendio e sono in un’attesa angosciante del pagamento della cassa integrazione con il rischio di perdere il posto di lavoro finita l’emergenza. Nel frattempo l’ultimo dato sul costo delle retribuzioni dei dipendenti pubblici a tempo indeterminato risalente al 2017 riporta questa cifra: 160 miliardi e 105 milioni, che ogni anno viene garantito dalle tasse pagate proprio da chi solitamente genera ricchezza nell’economia e che è stato bloccato in casa dallo Stato, senza contare i 200 miliardi di sprechi dovuti all’inefficienza degli uffici.

Significa che in 2 mesi sono stati liquidati 26 miliardi di stipendi, mentre i 25 miliardi promessi a marzo, che comprendono anche bonus baby sitter e congedi parentali per dipendenti pubblici, solo in parte sono arrivati a destinazione.

Fonte: truenumbers.it

# Fino a 47 miliardi di PIL perso, serve una misura di solidarietà da chi è tutelato verso chi non ha garanzie fa funzionare il Paese

Le stime parlano di 47 miliardi di PIL perso in questi 2 mesi, con debito fino al 160% a fine 2020, servono misure drastiche per evitare conseguenze irreparabili. Per una volta possiamo invertire i ruoli e chiedere aiuto ai dipendenti pubblici, escludendo le categorie in prima linea nell’emergenza, ossia personale sanitario e forze dell’ordine?

Con un taglio deciso dei costi dei dipendenti pubblici pari alla perdita del PIL, fino all’uscita dalla crisi, si potrebbero finanziare le imprese e soprattutto distribuire il sacrificio su tutti i lavoratori per coprire il bisogno di chi è costretto a non lavorare. Si eviterebbe un alto ricorso al debito, perché questo andrà a ricadere sempre sui cittadini, pesando soprattutto su quelli del settore privato che in questo periodo non hanno guadagnato nulla.

Se le imprese non hanno liquidità dovranno chiudere e non pagheranno più tasse, se i dipendenti privati e i liberi professionisti non hanno un’entrata, oltre a non pagare le tasse non consumeranno più e questo porterebbe ad un unico finale: il default dello Stato che travolgerebbe a quel punto l’intero settore pubblico che non avrebbe più nessuno in grado di sostenerlo.

Si tratterebbe di una misura eccezionale, per far fronte ad un’emergenza mondiale, che tutelerebbe anche i dipendenti pubblici, consentendo loro di fare ripartire chi paga le tasse che servono a finanziarli. In più riducendo gli stipendi per una cifra corrispondente a PIL significa che il loro potere d’acquisto reale resterebbe invariato, ma destinando risorse extra per sostenere imprese e lavoratori non garantiti che, in questo modo, possono contribuire a risollevare il PIL.

Ma non solo questo. L’ideale è se fossero proprio i dipendenti pubblici a destinare temporaneamente una parte del loro stipendio a favore delle imprese più colpite. Sarebbe un gesto di altissima dignità e coesione sociale da parte di tutto il settore pubblico per fare parte realmente della stessa barca, senza lasciare che solidarietà e unità nazionale rimangano confinate nella retorica del buonismo di facciata.

FABIO MARCOMIN

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55 COMMENTI

  1. magari eliminate qualche consulenza inutile data ai soliti noti (aziende multinazionali private, sempre le stesse…

  2. Chi scrive evidentemente non conosce in quali condizioni lavorano i dipendenti pubblici italiani (di cui fanno parte gli operatori sanitari che con il loro lavoro stanno fronteggiando l’emergenza sanitaria da Covid 19).

    Dal 2009 i dipendenti della PA hanno subito il blocco della contrattazione che è ripartita solo negli ultimi anni (rinnovi contrattuali 2016-2018). Contestualmente la PA ha visto un decremento importante del numero dei dipendenti pubblici, imputabile prevalentemente al “blocco del turn over” assunzionale, inserito da oltre 10 anni nel nostro ordinamento con diversi interventi normativi, a partire dal 2008 (per alcuni anni è stato possibile fare solo 1 nuova assunzione ogni 4 dipendenti cessati dal servizio!!! ), con conseguente impatto sui carichi di lavoro dei dipendenti rimasti.

    In questo contesto, si è sviluppato un sentimento di pregiudiziale ostilità nei confronti dei dipendenti pubblici, visti – in modo general generico- come assenteisti, fannulloni e “furbetti del cartellino”; questa visione appare ancora più iniqua per i dipendenti pubblici che lavorano nella Regione Lombardia (che è la Regione con il minor numero di dipendenti pubblici in rapporto a lavoratori e residenti).

    Per la ripresa occorre finanziare le imprese e dare supporto alle persone in difficolta, ma anche avere una PA che funziona (in primis la sanità pubblica, come l’emergenza sanitaria in corso dovrebbe avere evidenziato).

    Per la cronaca: tutti i dipendenti pubblici stanno continuando a lavorare (chi con attività svolta in presenza, chi presso la propria abitazione, in smartworking).

    Siamo convinti che sia opportuno fare ulteriori tagli sulla PA, che sia a livello di nuove assunzioni o a livello di tagli economici a chi già ci lavora?

    Perché piuttosto non iniziamo a recuperare l’evasione fiscale vergognosa che c’è (che di certo non è da imputare ai lavoratori dipendenti, pubblici o privati che siano)?

  3. Siamo alle solite…quando non sanno più cosa dire se la prendono con i dipendenti pubblici! In realtà, almeno qui a Milano, la maggioranza è in Smart working senza orari, con il proprio PC ( io ho un piccolo notebook scomodissimo) e senza percepire le indennità che si percepiscono in presenza. E poi parliamo di stipendi miseri, spesso unica entrata di una famiglia. Troppo facile mettere i poveri contro i poveri.

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