LILIANA SEGRE, la testimonianza milanese dell’Olocausto

"Mi sento talmente milanese, che non potrò mai vedermi in un altro posto che non sia Milano"

Liliana Segre

Una milanese, orgogliosa di esserlo, e un simbolo di chi è sopravvissuto all’Olocausto e ha scelto di raccontare quella tragica pagina di storia alle generazioni che non l’hanno vissuta.

LILIANA SEGRE, la testimonianza milanese dell’Olocausto

# Il ricordo di Liliana bambina: “Mi avevano espulso dalla scuola, perché eravamo ebrei

Liliana Segre

Io ho un ricordo, di quelli che non passano mai: avevo otto anni, era la fine dell’estate. Ero a Premeno, sul lago Maggiore, con mio papà e i miei nonni. Lui, tra l’imbarazzo e la preoccupazione, mi disse che mi avevano espulso dalla scuola, perché eravamo ebrei. Da quel giorno, ogni giorno, gli chiedevo il perché di quella espulsione, anche perché la mia non era una famiglia religiosa, era una famiglia molto più che laica. E da lì è iniziata una storia, che è finita ad Auschwitz. Mi resi conto che la mia vita non sarebbe stata più la stessa: le mie compagne di scuola non si fecero più vive (a parte tre, con le quali siamo ancora adesso amiche) e la risposta della maestra fu che non era colpa sua se c’erano le leggi razziali“.

Questo è il racconto del vissuto di una bambina di 84 anni fa, la cui unica colpa fu quella di essere nata. Una bambina che in pochi istanti si ritrova nella piena consapevolezza di essere esclusa dal mondo. Quella bambina è Liliana Segre, una milanese, orgogliosa di esserlo. Comunque la pensiate, Liliana Segre va considerata un simbolo, un’entità umana da ascoltare e maneggiare con cura.

# L’arresto e la deportazione ad Auschwitz dal binario 21 della Stazione Centrale

Credits: memoranea.it

Fu arrestata a 13 anni, perché ebrea. Per lei ci sono voluti 45 anni, dalla fine della seconda guerra mondiale, per raccontare e divulgare le atrocità del nazifascismo.

A questa nostra concittadina il racconto sullo sterminio costa sempre molto, ha sentito il bisogno di parlare del genocidio dopo essere diventata nonna. Un cambiamento nella propria vita che le ha dato una scossa positiva e che al tempo stesso l’ha portata a decidere di abbandonare il silenzio sulle atrocità dei campi di concentramento, iniziando, con modestia e onestà, a raccontare.

Venne deportata dal binario 21 della stazione di Milano: era il gennaio del 1944, fu mandata ad Auschwitz. In quel treno di deportati c’erano 605 persone, se ne sono salvate 22. Fu separata dal padre, che non vide mai più, il genocidio le uccise tutti i parenti paterni (la madre di Liliana morì quando lei aveva soltanto un anno).

# Salva perché mandata a lavorare in una fabbrica di munizioni

La Segre porta ancora al braccio sinistro il numero di matricola, tatuato: in quell’universo del male le diedero il codice 75190, che non ha mai pensato di togliere, anzi, lo porta con grande onore perchè “rappresenta la vergogna di chi lo ha fatto“. Quel numero serviva, secondo la macabra numerazione nazista, per sapere quanti “stucke”, ovvero quanti “pezzi”, c’erano nel campo: esseri umani trattati come oggetti numerati.

Si salvò, perché mandata a lavorare in una fabbrica di munizioni, tra fatica feroce e sofferenze, ma almeno sotto un tetto che, in un modo o nell’altro, la proteggeva. La notte torna nel lager, tra le grida, che riecheggiano nel buio, delle persone mandate a morire nei forni, le grida delle madri separate dai figli piccoli.

Resiste, malgrado i due inverni passati nel campo, un fisico debilitato dalla fame, dalla fatica, dalle percosse, dal freddo, dalla sofferenza e dal quel sopravvivere giorno per giorno, chiedendosi se fosse arrivata l’alba successiva.

# La liberazione e l’inizio di una nuova vita

Viene liberata nel maggio del 1945: in estate torna a Milano dai suoi parenti sopravvissuti. Dopo tanta sofferenza, vive da leonessa in gabbia fino ai diciotto anni, quando incontra Alfredo Belli Paci, colui che diventerà suo marito. La vita di Liliana prosegue all’insegna della dedizione alla famiglia, lei e Alfredo hanno tre figli, Luciano, Alberto e Federica.

Poi collabora nell’azienda di famiglia, la Segre & Schieppati, che si occupava di tessuti di qualità, che rifornivano importanti case di moda.

# Il racconto della tragedia dell’Olocausto

Liliana Segre

Negli anni novanta diventa nonna, sente che le nuove generazioni rischiano di perdere il contatto con la memoria delle pagine più atroci del ‘900. Così esce da quel silenzio sull’Olocausto che si è tenuta bloccata dentro per 45 anni e inizia a raccontare. Raccontare la sua tragedia, che poi è stata, ed è, la tragedia di un pezzo della nostra storia. Il suo racconto diventa un verbo che vuole arrivare a tutti, soprattutto ai più giovani. Per non ripetere gli sbagli del passato.

Liliana Segre nel 2018 diventa senatrice a vita. Ultimo riconoscimento dopo tante onoreficenze.

# “Mi sento talmente milanese, che non potrò mai vedermi in un altro posto che non sia Milano

Questa nostra concittadina è nata il 10 settembre 1930, e con il proprio vissuto ha saputo elaborare i concetti più forti del nostro tempo: l’Odio, “è una forma disumana che va combattuta, io ho odiato tanto durante e appena dopo il lager, ora continuo a non voler perdonare e a non dimenticare quello che ho subito, ma ho imparato a non odiare“, l’Indifferenza, “è più potente e violenta della violenza stessa“, la Discriminazione, “si cura attraverso gli incontri tra le persone e il guardarsi negli occhi“. Sulla nostra città continua a mantenere la stessa idea: Mi sento talmente milanese, che non potrò mai vedermi in un altro posto che non sia Milano.

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FABIO BUFFA

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