Quando chiuderanno la porta dell’inferno?

Harry a pezzi (Woody Allen)

Il 15 ottobre al Quirinale è stata aperta la porta dell’inferno con l’installazione di Auguste Rodin. È anche il giorno in cui è entrato in vigore l’obbligo di lasciapassare per tutti i lavori, coincidenza un po’ inquietante.

Nei giorni scorsi sono usciti due articoli del New York Times e del Washington Post che sottolineano come l’Italia stia adottando misure di restrizione della libertà di natura dragoniana senza precedenti nella storia umana. In particolare, scrive il Washington Post come l’Italia “si è spinta in un nuovo territorio per le democrazie occidentali”: è “un laboratorio politico in cui si sta cercando di capire quale sia il livello di controllo che la società è disposta ad accettare”.


Sono misure che inevitabilmente stanno amplificando la tensione sociale, nonostante i media nostrani minimizzino. Comprimere i diritti di una minoranza porta necessariamente a una lacerazione nella società e a forme di resistenza passiva e attiva per recuperare i diritti perduti. Come è sempre successo nella storia per ogni tipo di minoranza che non possa godere degli stessi diritti della maggioranza.

La porta al Quirinale richiama la descrizione dell’Inferno fatta da Dante, in cui si immagina la suddivisione in bolge che più si va verso il fondo e più si incrementa la gravità delle pene. E in questa progressione l’unico motivo di attenuazione della punizione per chi sta al di sopra è sapere che c’è chi sta peggio.

Nel film Harry a Pezzi Woody Allen scende nell’ascensore dell’Inferno. Arriva fino in fondo e chiede a una delle anime dannate perché si trova lì. E questo risponde che è perché ha inventato gli orribili infissi in alluminio anodizzato.



Forse è quello che sta accadendo anche all’Italia di oggi, in cui dei diavoli stanno facendo scontare ai cittadini delle pene sempre peggiori, per colpe difficilmente identificabili.

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