“Col PLASMA IPERIMMUNE non si è verificato nessun decesso”: alla scoperta della cura COVID che pare più di successo

La somministrazione del plasma dei guariti sta dando risultati promettenti nella cura dei pazienti affetti da Covid-19. Quali ospedali la utilizzano, con quali risultati e quali sono i principali vantaggi e svantaggi del protocollo?

Cesare Perotti, direttore di immunoematologia del San Matteo

Circola tanto nelle chat di whatsapp ma la stampa ufficiale ne ha parlato ancora poco finora. È la sieroprofilassi, il trattamento dei pazienti covid-19 con il plasma iperimmune dei guariti.

L’idea è quella di sfruttare il sistema immunitario già “allenato” dei guariti per mettere fuori combattimento il virus nei malati. Nel caso di un’infezione virale, infatti, la scomparsa del virus è accompagnata dalla produzione di anticorpi specifici che hanno il compito di proteggere l’organismo da una seconda infezione. Sulla base dei dati disponibili, si ritiene che questo tipo di protezione possa agire anche per il Covid-19 e pertanto si può pensare di utilizzare il plasma – ovvero la componente del sangue che contiene gli anticorpi – di pazienti guariti dalla Covid-19 per trattare i malati gravi. In Italia, alcuni ospedali nel Nord stanno conducendo delle sperimentazioni cliniche che prevedono di iniettare il sangue dei convalescenti da COVID-19 nei pazienti che hanno la malattia.  I primi risultati ottenuti con questo protocollo sperimentale sono incoraggianti e indicano un rapido miglioramento dei pazienti trattati. Cerchiamo quindi di capire meglio di che cosa si tratta, dove viene utilizzata questa terapia e quali sono i suoi vantaggi e i suoi limiti.


“Col PLASMA IPERIMMUNE non si è verificato nessun decesso”: alla scoperta della cura COVID che pare più di successo

#1 Le origini: metodo usato contro la “Spagnola”, Ebola, Mers e SARS

L’uso del plasma per trattare le malattie infettive non è una novità. Questa pratica ha una lunga storia alle spalle ed è stata utilizzata più di un secolo fa durante l’ “influenza spagnola” e più di recente per trattare i pazienti affetti da Ebola, Mers e SARS.

Anche la Cina ha sperimentato questo approccio terapeutico quando a gennaio si è trovato a dover affrontare il diffondersi dell’epidemia di Covid-19.

#2 Come funziona: si “infondono” le difese sviluppate dai pazienti convalescenti nei pazienti ancora malati.

La guarigione da COVID-19 avviene quando il sistema immunitario impara a riconoscere il coronavirus e produce gli anticorpi che lo attaccano e gli impediscono di continuare a replicarsi nell’organismo. Il plasma delle persone guarite contiene pertanto anticorpi specifici contro il coronavirus che, una volta infusi nei pazienti sintomatici, possono determinare una rapida risposta terapeutica. Semplificando molto, possiamo pensare di “infondere” le difese sviluppate dai pazienti convalescenti nei pazienti ancora malati.



Si parla pertanto di “immunizzazione passiva” per distinguerla dall’ “immunizzazione attiva” che si ottiene stimolando l’organismo a produrre direttamente anticorpi contro una determinata malattia tramite un vaccino.

I potenziali candidati per la donazione di plasma iperimmune sono pazienti con una diagnosi di Covid-19 (con tampone), dichiarati guariti con doppio tampone negativo, asintomatici da due settimane e idonei alla donazione del sangue. La donazione deve essere volontaria e la selezione dei candidati avviene in base alla carica anticorpale, ovvero il sangue dei donatori deve avere una quantità minima di anticorpi contro il virus per poter esercitare un’azione terapeutica una volta infuso nel ricevente. Inoltre il sangue prelevato dai donatori deve essere processato per separare il plasma e renderlo sicuro, pertanto per ciascun donatore si riescono a trattare circa due pazienti.

#3 Dove si sta utilizzando: ospedali di Pavia, Mantova, Lodi e Cremona + Padova e Novara

La sperimentazione che prevede l’uso del plasma dei convalescenti per trattare i malati di Covid-19 è partita dal servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale del Policlinico Universitario del San Matteo di Pavia sotto la direzione del dottor Cesare Perotti, per poi coinvolgere altri tre ospedali della Lombardia, ovvero i presidi Carlo Poma di Mantova, Maggiore di Lodi e Asst di Cremona. Sperimentazioni analoghe sono poi state avviate in maniera indipendente anche in Veneto, presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, e in Piemonte, presso l’ospedale di Novara.

#4 I primi risultati: “Nel protocollo del plasma iperimmune non si è verificato nessun decesso”

Ad oggi tra Pavia e Mantova sono stati trattati 52 malati e i risultati ottenuti sembrano incoraggianti. Il plasma dei pazienti convalescenti – detto iperimmune – sembra funzionare come sperato, ma è ancora presto per dire che abbiamo la soluzione, precisa il dottor Perotti. Bisogna prima analizzare i dati e pubblicare lo studio ma c’è qualche dato che fa decisamente ben sperare. “Nel protocollo del plasma iperimmune non si è verificato nessun decesso” ha detto Perotti “e qualche paziente è anche già stato dichiarato guarito e dimesso”.

Anche i dati provenienti dall’ Azienda Ospedaliera di Padova sono molto promettenti. “Gli 11 pazienti trattati sono migliorati in tempi brevi e sono stati dimessi dalla terapia sub-intensiva, nessuno è peggiorato, altri si sono stabilizzati e stiamo valutando se procedere con un secondo ciclo della terapia», spiega Giustina De Silvestro, responsabile del Centro trasfusionale dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova.

La dottoressa De Silvestro di Padova ha inoltre stretto una collaborazione con il San Matteo di Pavia con lo scopo di avere un protocollo di sperimentazione comune per trattare un ampio numero di pazienti e raccogliere dati sufficienti a validare questo approccio.

#5 Vantaggi e svantaggi:

Ad oggi i pazienti più idonei a questo trattamento sembrano essere quelli ad alto rischio di peggioramento ma non ancora in terapia intensiva. In questi pazienti, infatti, il plasma iperimmune sembra essere in grado di bloccare il peggioramento dei sintomi ed impedire il ricovero in terapia intensiva.

Il principale vantaggio dell’uso del plasma dei malati è la sua immediata disponibilità, soprattutto rispetto a possibili nuovi trattamenti e ai vaccini, che richiedono tempi lunghi per la sperimentazione. Anche perchè negli stessi ospedali dove ci sono le persone da curare si possono trovare anche i guariti con la disponibilità di sangue da trattare. Inoltre, le precedenti esperienze cliniche indicano che le trasfusioni di plasma sono sicure e non hanno particolari effetti collaterali, ad eccezione di qualche rara reazione cutanea di breve durata simile all’orticaria.

Questa terapia, tuttavia, presenta alcune limitazioni. Innanzitutto la donazione può essere fatta solo su base volontaria e da pazienti la cui guarigione da COVID-19 sia stata certificata da due tamponi negativi. Inoltre non tutti i donatori sono idonei. I più indicati sembrano essere quelli da poco convalescenti, in quanto possiedono una carica di anticorpi maggiore, mentre i pazienti che hanno contratto la malattia da più tempo non hanno anticorpi sufficienti contro il virus. Infine il procedimento richiede un notevole impiego di risorse per identificare i donatori e separare il plasma in sicurezza e con una sacca di sangue si riescono a trattare in media due pazienti.

FONTI

LAURA COSTANTIN

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