A Brera anche la MERDA è d’artista. Vietato tirare lo sciacquone!

Viaggio indietro nel tempo, quando dai cessi di Brera prese forma una nuova arte

Credits: airtribune.it - Merda d'artista

Artist’s Shit. Contenuto netto gr.30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961.

Mamma Lina si avvicina, mi chiede se il pancòtt l’ho gradito, ma già conosce la risposta. Lascia il bicchiere. Se il pancòtt è finito, il vino non lo è mai.
Nell’angolo del tavolo che occupo c’è la mia apparecchiatura solita: il quotidiano, un taccuino per gli scarabocchi, un paio di libri di filosofia. Qualche tavolo più in là ci sono Lucio con Giuseppe, che sta raccontando del suo deserto lontano. Di fianco Ugo, che mi punta la macchina fotografica ma la ritira, ridacchiando, non appena interpreta la mia intenzione.
L’idea su cui sto lavorando da mesi è giunta a compimento: oggi è il giorno, lo sento. Mi alzo, respiro profondo, il pancòtt mi scalda le viscere, allungo il passo, apro veloce la porta del bagno e veloce la richiudo dietro di me.


Me lo immagino così il momento della creazione. Una taverna familiare, un momento comune, che ha fatto la storia.

È il 1961.

Lei è Lina, la proprietaria del celebre Bar Jamaica in via Brera 32, curiosa e generosa, che faceva credito a fondo perduto agli artisti in difficoltà e rifiutava i quadri come pagamento per timore di sfruttarli.

Lucio fa Fontana di cognome, che a quel tempo aveva già abbandonato la pittura figurativa per dedicarsi allo spazialismo.



Giuseppe è l’Ungaretti, precursore dell’ermetismo, de: “Io credo che non vi possa essere né sincerità né verità in un’opera d’arte se in primo luogo tale opera d’arte non sia una confessione”.

Ugo è Ugo Mulas, maestro della fotografia che disse del Bar Jamaica: “Ero uno studente, bivaccavo quasi sempre in quella specie di caffè che era allora il Jamaica, una latteria dove si riunivano dei pittori. Qualcuno m’ha prestato una vecchia macchina e mi ha detto: – Un centesimo e undici al sole, un venticinquesimo cinque-sei all’ombra – E io, con un’enorme diffidenza, ho preso in mano questa macchina”.

Lui è Piero Manzoni, uno dei massimi artisti e teorici dell’Avanguardia italiana.

La porta è quella del cesso.

In realtà, proprio come non si sa cosa si celi dentro le famose scatolette denominate Merda d’Artista, così nessuno sa dove siano venuti, a Piero, l’illuminazione e lo stimolo. Certo è che il Bar Jamaica fu la sua seconda casa e che lì si è pensata e fatta l’arte italiana dell’ultimo secolo.
Nel cuore del quartiere bohémien di Brera, e a due passi dall’Accademia delle Belle Arti, fu un autentico laboratorio di avanguardie artistiche.

30 grammi di pupù che vale più dell’oro

Il 21 maggio 1961 Piero Manzoni confezionò 90 barattoli da 30 grammi di escrementi. Ogni barattolo fu firmato, catalogato e intitolato dall’artista, che stabilì che il prezzo di ogni scatoletta corrispondesse a quello di 30 grammi d’oro.

Una mercificazione di sé che rappresentava una provocazione e una denuncia precisa contro il sistema dell’arte contemporanea.
Anche le feci, se d’artista e se ben presentate, potevano essere vendute a peso d’oro.

Nel caotico e folle fermento produttivo del secondo dopoguerra, gli artisti erano spinti dai mercanti d’arte a produrre opere sempre nuove, che soddisfacessero un collezionismo affamato, disposto a strapagare qualsiasi opera, purché firmata e recante un numero di serie.

Passatemi un apriscatole

Perché nessuno ha mai aperto una delle scatolette? Come abbiamo detto i barattoli confezionati furono 90. Manzoni li mise in vendita il 12 agosto 1961 presso la Galleria Pescetto di Albisola Marina a un prezzo che corrispondeva al valore corrente dell’oro, cioè 700 lire al grammo, quindi 21mila lire a scatola, un terzo dello stipendio medio di un impiegato di quegli anni.

Nel 2016 una scatoletta è stata battuta, presso la casa d’ aste milanese Il Ponte, a 275mila euro, oltre 9mila euro al grammo.

Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole”. Come disse Agostino Bonalumi, amico di Piero Manzoni, al Corriere della sera, se ne hai una a casa, tieniti la curiosità.

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BARBARA VOLPINI

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