Perché a Milano si dice TIRÈMM INNÀNZ?

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Spesso le origini di certi modi di dire dialettali si perdono nel tempo e non è possibile spiegarli, ma in alcuni casi particolari è possibile sapere perché una determinata espressione è entrata nel parlato quotidiano: è il caso del meneghino “tirèmm innànz”.

Il suo significato è semplice: “tiriamo avanti”.
’Me te stee?
“Eh, tirèmm innànz”.

Dietro questa semplice espressione dialettale, però, si nasconde una storia eroica che risale a poco tempo dopo le Cinque Giornate di Milano.
Tirando le somme, il 1848 è stato un anno rivoluzionario che ha solo portato a qualche vittoria temporanea, come nel caso di Milano. Nello stesso anno gli austriaci avevano già occupato nuovamente la città e, il 10 marzo 1849, venne promulgato il seguente proclama:

“… in considerazione della aumentata pericolosità di sette e di movimenti fanatici, che tentano di contrastare l’autorità dell’Imperial-Regio Governo… chiunque sarà colto nell’atto di svolgere attività sovversiva in qualunque forma sarà consegnato alla Gendarmeria e immediatamente impiccato”.

Un provvedimento severo che avrebbe dovuto costringere i ribelli a queste tre alternative: la sottomissione, l’impiccagione o l’esilio. Di fatto, però, i patrioti milanesi cercarono altre vie per diffondere i valori di libertà e indipendenza all’interno della città. Le sette continuarono a sopravvivere, tra cui anche un gruppo chiamato “Comitato dell’Olona”, che invitata il popolo a diffondere manifesti antiaustriaci.

tiremm innanzTra questi volontari, nonostante la minaccia incombente della pena di morte, c’era Amatore Sciesa (noto anche come Antonio a causa di un errore di trascrizione), un umile tappezziere che cominciò a contribuire nelle attività clandestine del Comitato nel 1850. Però, nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1851, venne fermato in Corso di Porta Ticinese e perquisito da una pattuglia. Gli trovarono ben sedici copie di un manifesto rivoluzionario, scritto dal patriota modenese Giovanni Battista Carta (anche se non compariva il suo nome), e doveva già aver affisso delle copie lungo Via Spadari.

Sciesa venne portato al circondario di polizia e qui venne interrogato. Egli negò di conoscere la vera natura di quei manifesti, da lui scambiati per un giornaletto che una persona di sua conoscenza gli aveva passato. Il commissario ovviamente non gli credette e gli ordinò di rivelare i nomi dei suoi complici, ma Sciesa rispose: “Mi parli no, mi soo nagott”.

La mattina del 2 agosto, nel cortile del Castello Sforzesco, venne istituito un processo di facciata durante il quale Sciesa venne condannato alla pena di morte tramite forca. Mentre veniva condotto verso il luogo dell’esecuzione, i gendarmi continuarono a promettergli il rilascio in cambio dei nomi dei suoi complici, ma Sciesa non fiatò. Anzi, quando passò sotto le finestre di casa sua, la sua risposta fu: “Tirèmm innànz”.

tiremm innanzAlla fine Amatore Sciesa venne fucilato, invece che impiccato: secondo alcune fonti perché il boia era deceduto alcuni giorni prima, secondo altre perché non fu possibile un’impiccagione regolare a causa di un guasto alla macchina. L’uomo venne sepolto nell’allora Fopponino di Porta Vercellina.

Il caso di Sciesa servì al governo austriaco per confermare la severità delle loro leggi, promulgate appositamente contro gli oppositori del regime asburgico, ma fu anche un raro episodio di lealtà nei confronti dei proprio compagni e degli ideali rivoluzionari. Oggi due targhe in via Cantù lo ricordano: una a nome Antonio, l’altra a nome Amatore.

 

VANESSA MARAN

 

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