UNIVERSITÀ: un anno di stop nel SILENZIO. Gli studenti: “Siamo in fondo alla lista”.

22 febbraio 2020: il mondo universitario si ferma. A distanza di un anno dallo stop come si sono comportate le università? Come stanno reagendo adesso? E cosa ne pensano gli studenti?

credits: @ lezionimatematicafinanziaria (INSTG)

Abbiamo sentito ampiamente discutere della chiusura delle scuole, delle occupazioni degli studenti e delle manifestazioni di genitori ed insegnanti, ma in tutto ciò che fine hanno fatto le università? È il 22 febbraio 2020 quando il mondo universitario, insieme a quello della scuola dell’obbligo, si ferma. A distanza di un anno dallo stop, tra chiusure e riaperture, zone gialle, arancioni e rosse, come si sono comportate le università? Come stanno reagendo adesso? E cosa ne pensano gli studenti?

UNIVERSITÀ: un anno di stop nel SILENZIO. Gli studenti: “Siamo in fondo alla lista”

# 22 febbraio 2020. Le aule si svuotano: lezioni, esami e lauree diventano online

credits: blognomos.com

Tutto inizia il 22 febbraio, con la sospensione della didattica per una settimana, in attesa di disposizioni da parte del governo. Le direttive arrivano all’inizio di marzo: l’Italia entra in lockdown. Insieme al resto del paese, anche le università chiudono le porte e si riorganizzano per offrire un servizio di didattica a distanza.


Chi più velocemente, chi meno, tutte le università italiane sviluppano un sistema di DAD, l’ormai nota Didattica a distanza, per permettere ai propri studenti di continuare il loro percorso accademico.

Dirette su Teams, video-lezioni registrate e studenti davanti ad uno schermo prendono il posto di aule ed atenei strabordanti di giovani. È così che migliaia di studenti si sono ritrovati non solo a seguire le lezioni online, ma anche a sostenere gli esami a distanza ed a conseguire a casa, nelle proprie stanze, la laurea, uno dei momenti più importanti della carriera accademica e della vita.

# L’autonomia universitaria e la falsa ripartenza

Le università, luogo simbolo del pensiero libero, sono degli enti pubblici indipendenti e dotati di autonomia decisionale. Per questo in autunno alcune scelgono di riaprire a tutti gli studenti, purché prenotino il proprio posto in aula al fine di evitare assembramenti, mentre altre concedono un ritorno solo alle matricole e a pochissimi altri, impegnati perlopiù in laboratori che necessitano inevitabilmente della presenza fisica. A inizio novembre arriva però la seconda ondata e tutte si ritrovano costrette a chiudere nuovamente i battenti.



# La didattica a distanza non basta più, la comunità universitaria chiede provvedimenti

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Il ministro dell’Università Gaetano Manfredi ha dichiarato che gli atenei riapriranno tra febbraio e marzo, per l’inizio del secondo semestre. La decisione di far tornare docenti e studenti in aula è però affidata ai singoli rettori, la direzione sembra essere questa: la presenza in aula dipenderà dal colore della regione. In generale, nelle zone rosse gli atenei rimarranno chiusi, mentre in quelle gialle ed arancioni riapriranno con una formula di didattica mista, che prevede una presenza in media del 50% in aula.

Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano, ha affermato “noi crediamo che non sia possibile fare un’università a distanza. Crediamo che l’Università sia un momento di crescita culturale, di relazione”. Quello che studenti, docenti e rettori chiedono sono fondi per far sì che sia possibile tornare in aula in sicurezza. Alla Conferenza dei Rettori lombardi, il Consiglio Nazionale degli studenti universitari ha esposto la richiesta di sottoporre a vaccinazione chi è impegnato nei tirocini medico-sanitari e di includere gli studenti nel circuito dei tamponi gratuiti. I rettori lombardi hanno inoltre chiesto alla Regione che docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo vengano favoriti nella campagna vaccinale.

# Il punto di vista degli studenti: dimenticati in fondo alla lista delle priorità

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Bisogna dire che, tutto sommato, la didattica a distanza sembra aver funzionato. Da un sondaggio svolto da Universita.it, emerge che alla fine di aprile, il 77% degli studenti intervistati era iscritto ad un’università che aveva attivato lezioni a distanza per tutti i corsi.

La DAD non è vista necessariamente come un male, secondo alcuni infatti può diventare uno strumento per ampliare l’offerta formativa degli atenei ed essere una marcia in più per il futuro dell’insegnamento. Anche il ministro Manfredi sembra soddisfatto, ha spiegato infatti che nonostante l’inevitabile sofferenza della comunità universitaria e studentesca, lo sforzo messo in atto ha permesso agli studenti di limitare i danni e fare in modo che le loro carriere non fossero rallentate.

Dopo tutti questi mesi però il malcontento si sta diffondendo tra gli studenti. Il Fatto Quotidiano riporta le dichiarazioni di un allievo di Scienze Politiche della Statale: “Non vediamo prospettive. La didattica a distanza è stata utile in questo momento di pandemia, ma non può essere una soluzione sul lungo periodo”. Anche la rappresentate degli studenti dell’Università Statale afferma in un’intervista che il rientro in aula non è stato ben pianificato, in quanto la cosiddetta didattica mista in realtà non è affatto mista, ma a distanza. Queste le sue parole: “Si tratta dell’ennesima occasione in cui lo studente universitario è passato in fondo alla lista dei problemi da risolvere”.

La comunità universitaria, stanca di esami e lezioni online, chiede maggiori sforzi e valide iniziative per poter riprendere la didattica in presenza. Gli universitari si sentono dimenticati sia dalle istituzioni che dall’opinione pubblica che ha discusso ampiamente le problematiche legate alla scuola dell’obbligo, scordandosi di fatto di quelle del mondo accademico.

E voi cosa ne pensate? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti!

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CHIARA BARONE

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