Ligéra Amarcord: vizi privati e pubbliche virtù di Isola Porta Nuova

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Ligera Amarcord

Due michette e un panetto di hashish per favore. La notizia è di questi ultimi giorni: il questore di Milano ha imposto un periodo di chiusura ad una panetteria dell’Isola perché era punto di ritrovo di un ben noto gruppetto di spacciatori. Toh, nel quartiere dei nuovi ricchi, dei grattacieli più belli del pianeta, dei ristoranti alla moda e delle case da 10.000 euro al mq c’è ancora lo spaccio di droga. Quello che in teoria avevano seppellito sotto le tonnellate di cemento di Porta Nuova.  Ma non solo. Ci sono anche i venditori abusivi, i parcheggiatori abusivi, tanta voglia di ricominciare abusiva, e altre cose amene di cui, come si dice, è meglio tacere.

Mi ritorni in mente

Ligera Amarcord

I nostalgici già rievocano i tempi della Ligéra, quando l’Isola aveva fama di essere un quartiere malfamato, rifugio della rinomata e temuta mala milanese, una microcrimitalità che viveva per lo più di piccoli furti e ricettazione: papponi, rapinatori, allibratori, truffatori, spacciatori, strozzini, contrabbandieri, in genere disorganizzati e spesso in conflitto tra loro, cui la musica popolare milanese spesso e volentieri strizzava l’occhio. I suoi appartenenti erano per lo più disoccupati che ricorrevano al crimine per sopravvivere oppure artigiani che cercavano di arrotondare, ma cercavano per quanto possibile di non fare del male a nessuno.

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Come quell’Ezio Barbieri che insieme al compare Sandro Bezzi con una Lancia Aprilia nera targata MI 777 (come il centralino della volante) si prese beffa per quasi un anno della polizia, che sfuggì sette volte alle manette, che riuscì a organizzare la più grande rivolta nella storia delle carceri italiane nell’aprile del 1946.

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Ora le prostitute e i viados non ci sono più, e nemmeno le case popolari di un tempo, dove i banditi si nascondevano con la connivenza empatica dei vicini (o meglio, le case popolari ci sono ancora, ma questa è tutta un’altra storia).

Isola come Icaro?

ligera amarcord

Isola, ormai lo sanno anche i sassi, è il quartiere simbolo della rinascita di Milano. Il risultato della riqualificazione è che abbiamo i grattacieli più belli del mondo, ma non sono nostri. Tutti i palazzi di Porta Nuova sono di proprietà di un fondo di investimento del Qatar, che li ha acquistati in blocco nel 2015 con una delle maggiori transazioni immobiliari degli ultimi tempi in Italia. Gli appartamenti nei Boschi verticali non sono nemmeno più in vendita, si possono solo affittare.

Sempre a Porta Nuova abbiamo due nuovi fantastici giardini attigui, uno dei quali è la celeberrima Biblioteca degli Alberi appena inaugurata. Il primo è privato ad uso pubblico, il secondo è un parco pubblico a gestione privata, perché troppo oneroso da mantenere per le casse comunali. E che quindi ora rischia di diventare facile terra di conquista per sponsor ed eventi commerciali, come si può intuire andandosi a leggere l’offerta di sponsorizzazione pervenuta da parte di Coima.

Insomma, facciamo cose fighissime che poi però non ci possiamo permettere.

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Restiamo umani

ligera amarcord

Il vecchio quartiere Isola sta scomparendo per lasciare posto ad un unico grande ristorante a cielo aperto, assediato dalle macchine, dal fracasso e dalla maleducazione imperante. I piccoli negozi chiudono a favore delle grandi catene di ristorazione, le uniche ormai che si possono permettere di affittare o acquistare da queste parti. E a tanti piccoli proprietari si sostituiscono pochi esercenti che gestiscono più locali in un raggio di pochi metri (stiamo parlando dell’Isola, mica di Manhattan). A fine mese chiuderà anche l’ultimo storico fruttivendolo di via Borsieri e nessuno, ovviamente, ha interesse a rilevarne l’attività.

E chi si permette di dire ‘beh’ viene subito rintuzzato. Hai un appartamento schifoso che vale quanto una villa con piscina. Zitto e mosca. Vendilo e togliti dai cabasisi. Questo pezzo di città non è più roba tua. Ma sarà davvero questa la Milano 2030?

 

ROBERTA CACCIALUPI

 

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Roberta Caccialupi
Storica di formazione, “multimediale” per professione, da alcuni anni racconto sul mio blog la vita e le contraddizioni del quartiere Isola, luogo di partenza della mia famiglia in cui, dopo vario pellegrinare, sono tornata a vivere. Qui è nato e si consolida ogni giorno l’amore per la mia città.