“A MILANO COMANDANO LE DONNE”: 7 descrizioni dell’anima di Milano fatte da scrittori celebri

Il cielo, l'estate, gli abitanti, le donne e l'anima di Milano descritti da famosi scrittori innamorati della città


Un giro di penne illustri che a Milano ci sono nate, ci hanno vissuto o ci hanno lasciato, ma che di certo l’hanno amata. 


“A MILANO COMANDANO LE DONNE”: 7 descrizioni dell’anima di Milano fatte da scrittori celebri


#1 Il cielo

“Era una delle tante giornate grigie di Milano, però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse. Oppure semplicemente caligine uscita dai camini, dagli sfiatatoi delle caldaie a nafta, dalle ciminiere delle raffinerie Coloradi, dai camion ruggenti, dalle fogne, dai cumuli di detriti immondi rovesciati sulle aree fabbricabili della periferia, dalla trachea dei milioni e milioni – erano tanti? – assembrati fra cemento, asfalto e rabbia intorno a lui.”

Così descriveva il grigio tipico degli inverni meneghini, Dino Buzzati, originario di San Pellegrino di Belluno, ma trasferitosi presto a Milano, dove fin da studente collaborò al Corriere della Sera come cronista, redattore e inviato speciale. Oltre che giornalista, Buzzati fu pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista, poeta e, naturalmente, scrittore.
Il pezzo è tratto da Un amore, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nel 1963, una storia che si svolge nella metropoli milanese e che ha come protagonista Antonio Dorigo, architetto 49enne.

 

#2 L’estate 

Ph. credits: Andrea Cherchi

“Arrivò in via dei Giardini e trovò da parcheggiare la Giulietta comodamente perché in quei roventi giorni di agosto la metropoli non era giudicata più abitabile da un gran numero di cittadini che, chi sa perché, la trovavano abitabilissima con la nebbia, lo smog e la neve.”

Traditori di tutti, del 1966, è il secondo romanzo del ciclo di Duca Lamberti, ambientato a Milano di Giorgio Scerbanenco, scrittore, giornalista e saggista ucraino di adozione milanese.

 

#3 I cognomi 

Credits: https://www.themacguffin.it – Pozzetto e Mazzarella in una scena di “Un povero ricco”

“Cognati dei Perego, soci dei Bernasconi, cugini dei Maldifassi, inquilini dei Biraghi, nipoti dei Lattuada vecchi, fidanzati con le Lattuada giovani di Via Camminadella: pronipoti dei Corbetta, quelli di Via Quadronno, però intendiamoci bene: legati in seconde nozze coi Rusconi in seconda cognazione coi Ghiringhelli, e in terza con un’altra casata…”

Carlo Emilio Gadda è stato uno scrittore, poeta e ingegnere milanese, celebre per l’incredibile uso della lingua e dei linguaggi (dialetti, termini gergali e tecnici, neologismi). E L’Adalgisa – Disegni milanesi fu un esempio virtuoso di scrittura musicale, insieme al Pasticciaio.

 

#4 Le donne

A Milano, comandano le donne. Sono dovunque. Sciamano all’aperto come api d’estate. Riempiono le case e le cucine come formiche.”

“Senonché l’Adalgisa era di quelle meravigliose donne lombarde che estrinsecano la propria forma mentis nel postulare dovunque e davanti a chiunque la certezza della propria infallibilità. Per quanto sbagliata sia la strada dove si son messe, ne usciranno «a tutti i costi» in trionfo. La lingua ce l’hanno, il carattere anche: e con la lingua e con il carattere si trionfa, ciò è noto, dei peggiori nemici, oltre che del destino, dei professori de’ propri figli e delle donne di servizio se implorano qualche lira al mese di più.”

 

Ph. credit Andrea Cherchi (c)

“<I mè brilànt> e la paura-speranza di sentirseli un dì sradicar d’orecchio – con eventuale lacerazione del lobo- da una mano virilmente predatrice, sono una delle più ghiotte, segrete immaginative della gentil donna che risfolgora di brillanti…”

A scrivere questi magnifici e coloriti ritratti di donna è sempre Carlo Emilio Gadda e così ne parla Pietro Citati nel suo Il silenzio e l’abisso: “Gadda sa benissimo che le donne sono le vere custodi ed interpreti delle istituzioni, dei sentimenti e delle idee della tribù. Sono le filosofe, moraliste e sociologhe di Milano: le signore del linguaggio. Anche l’ultima delle portinaie è dotata di una o più verità clamorose, che viene o vengono ripetute all’infinito a tutti i milanesi o lombardi, ogni giorno, dalle sette di mattina a mezzanotte.”


#5 Gli abitanti

“Milano è un enorme conglomerato di eremiti.”

Eugenio Montale, nacque a Genova ma visse l’ultima parte della sua vita a Milano dove diventa redattore del Corriere della Sera e critico musicale per il “Corriere d’informazione”. E’ così che, nella sua poetica scabra ed essenziale, fotografa la natura di chi passa e si ferma in una grande città.


#6 L’ippodoromo

“Molte carrozze entravano nell’ippodromo e gli inservienti al cancello ci lasciarono entrare senza biglietto perché eravamo in uniforme. Scendemmo dalla carrozza; comprammo i programmi e attraversammo a piedi il prato e poi la soffice pista del percorso verso il recinto del peso. Le tribune del pesage erano antiche e fatte di legno e i totalizzatori erano sotto le tribune e allineati vicino agli stalli. C’era una folla di soldati lungo lo steccato del prato. Il pesage era pieno di gente e facevano passeggiare i cavalli in cerchio sotto gli alberi dietro alla tribuna centrale.”

Questi furono i ricordi del primo Ippodromo milanese di Ernest Hemingway, che visse a Milano negli anni della prima guerra mondiale. Da quelle immagini e dai quei fatti ne scaturirono alcune pagine del suo romanzo Addio alle armi.


#7 Il Duomo e la Galleria

Ph. credits: Andrea Cherchi

“Ci piaceva star fuori in Galleria, i camerieri andavano e venivano ogni tavolo aveva la sua lampada col piccolo paralume. Arrivammo al Mercato e poi ai portici e alla piazza del Duomo: la piazza era piena di tram; al di là dei binari sorgeva bianca e umida nella nebbia la Cattedrale, nella piazza la nebbia era densa; la Cattedrale pareva enorme sotto la facciata; ed era umida veramente la sua pietra. Arrivati in fondo alla piazza ci voltammo a guardare il Duomo, era bellissimo nella nebbia”.

Lo scrisse ancora Ernest Hemingway in Addio alle armi: giunto a Milano come volontario della Croce Rossa con il compito di guidare le ambulanze, rimase ferito e fu ricoverato presso l’ospedale cittadino dove scrisse queste pagine.

BARBARA VOLPINI

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