AGESANDRO DI RODI in Galleria Vittorio Emanuele II

Una piccola guida al gruppo scultoreo del Laocoonte: un ideale estetico che ha attraversato indenne oltre due millenni di civiltà


Nessuno scriverebbe un articolo su un poster di Monet o su una cartolina del Louvre che riproduce la Gioconda; quindi perché scrivere un articolo sulla riproduzione del Laocoonte comparsa qualche mese fa in vetrina da Moncler?
 

AGESANDRO DI RODI in Galleria Vittorio Emanuele II

# Un’opera più moderna di quanto sembri

credits: IG @francescacheccacci

Bene, partiamo dal presupposto che anche il gruppo scultoreo del Laocoonte e i suoi figli (sito nei Musei Vaticani) non è una scultura “originale”, ma una copia di un gruppo statuario bronzeo del II secolo avanti Cristo. Certo, una copia antichissima (tant’è che Plinio il vecchio racconta di averla vista nel palazzo di Tito, siamo dunque nel I secolo dopo Cristo), ma pur sempre una copia.

 
Il concetto stesso di opera originale è molto più moderno di quanto sembri. Se consideriamo per esempio le opere del Rinascimento, spesso le botteghe degli artisti più in voga producevano opere in maniera quasi seriale. È con la nascita di un mercato delle opere d’arte (le cui origini affondano nel collezionismo cinquecentesco), un mercato moderno con una serie di valori interni (quotazioni legate al nome dell’artista, allo stato di conservazione delle opere in relazione alla loro rarità, etc.) che il termine “originale”, nel mondo dell’arte, assume il significato contemporaneo. Cosa c’è quindi di originale, di notabile, di degno di considerazione nella riproduzione che possiamo osservare in Galleria Vittorio Emanuele II? La Storia di un ideale estetico che ha attraversato indenne oltre due millenni di civiltà. Un ideale artistico Greco che, parafrasando Orazio, “ha conquistato il conquistatore romano” di copia in copia; ha dato un impulso fondamentale al Rinascimento fino al Neoclassicismo giungendo indenne ai giorni nostri.

# Il volto di Laocoonte

credits: wikipedia

È dall’espressione di questo sacerdote teucro che Johann Joachim Winckelmann ha coniato quella che è la definizione più nota e rappresentativa di tutti i capolavori dell’arte greca: “nobile semplicità e quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione”.


 
credits: wikipedia

Laocoonte esce dalle mura di Troia e osserva, in testa alla folla, la flotta achea in fuga. Il nemico è scappato e ha lasciato un dono propiziatorio agli dei: un enorme cavallo di legno. Ma Laocoonte odia a tal punto il nemico da diffidare persino dei suoi doni (“pensate che mai un dono dei Danai manchi d’inganni? Così vi è noto Ulisse?” Virgilio – Eneide, libro II vv. 43-44) e scaglia la sua lancia contro il cavallo! E dal suono dell’impatto della lancia, capisce che il ventre è cavo: dentro si muove qualcosa. Inizia a sospettare e l’inganno del Cavallo di Troia è a rischio; prontamente, Atena, che in questa guerra patteggia per gli Achei, invia dal mare due mostri marini ad aggredire i figli di Laocoonte, Antifate e Timbreo. Il padre corre in soccorso della prole e muore orribilmente dilaniato insieme a essi…

 
Virgilio descrive le grida che Laocoonte rivolge alle stelle come horrendos. Eppure, se osserviamo il viso del sacerdote, esso non ci appare deformato da orribili grida di sofferenza; sembra piuttosto che sospiri. Il dolore che esprime Laocoonte non è tanto fisico (nonostante l’addome spasmodicamente contratto) quanto di carattere spirituale. È il dolore di un padre che osserva i figli lottare per sopravvivere e inevitabilmente soccombere insieme a lui; e si duole di questa condizione crudelmente innaturale (nell’ordine divino delle cose, sono i figli a seppellire i padri). Se lo scultore si fosse attenuto alla tradizione letteraria, il volto di Laocoonte sarebbe apparso orribilmente trasfigurato dal dolore ma, come dice Winckelmann, avrebbe peccato diparenthyrsus: un eccesso di pathos, di fuoco; una troppo “volgare” adesione alla realtà.

# Ritmo figurativo

credits: IG @blindbild.berlin

Osserviamo, per esempio, come braccio sinistro e coscia sinistra di Laocoonte, e gamba destra del figlio più giovane, traccino tre diagonali perfettamente parallele; e come la gamba destra del sacerdote, con la gamba sinistra del figlio più grande delineino una grande V, mentre tutt’intorno ai soggetti, le spire dei serpenti disegnano un morbido contrappunto di dolci curve. Tutto, in questo gruppo scultoreo, protende verso un ideale di grazia. Dice Goethe “che il gruppo del Laocoonte (…) è anche un modello di simmetria e di varietà, di quiete e di movimento, di contrasti e di gradazioni” di dolore fisico e di dolore spirituale; in poche parole quel ritmo figurativo tra tensione e rilassamento che dal chiasmo del doriforo arriva al David di Michelangelo. In virtù di una riproduzione di una realtà aggraziata, elegante e sensibile; in grado di scuotere l’anima e al tempo spesso di instillare riflessioni filosofiche: l’ideale estetico di cui parlavamo in apertura.

# Il gruppo del Laocoonte a Milano

credits: IG @poldipezzoli

Non tutti sanno che presso il museo Poldi Pezzoli è possibile osservare una raffinatissima riproduzione del XVIII secolo in porcellana, alta poche decine di centimetri.



 
Bibliografia:
  • Arte greca – Michael Siebler, Taschen 2007
  • Il bello nell’arte – Johann Joachim Winckelmann, SE 2008
  • “Laocoonte” e altri scritti sull’arte (1789-1808) – Johann Wolfgang Goethe, Salerno Editrice 1994

Continua la Lettura con: In mostra a PALAZZO REALE, una piccola guida alla pittura di TIZIANO 

MARCO LAGOSTENA

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