L’effetto boomerang della sicurezza: l’INQUINAMENTO AMBIENTALE

Mascherine, guanti, vaschette per alimenti: la paura del contagio ha riportato la plastica usa e getta nelle nostre vite. Il paradosso è che mentre cerchiamo di combattere una crisi di salute pubblica, potremmo contribuire lentamente a crearne un'altra.

Credits: oceanasian.org - Mascherine recuperate in mare

Mascherine, guanti, vaschette per alimenti: la paura del contagio ha riportato la plastica usa e getta nelle nostre vite. Ma con quali conseguenze per l’ambiente?

L’effetto boomerang della sicurezza: l’INQUINAMENTO AMBIENTALE

Pensavamo di essercene liberati ma l’arrivo del coronavirus ha riportato “in voga” l’uso della plastica usa e getta e ci sono già i primi segnali che l’inquinamento da plastica monouso stia peggiorando. In molti Paesi i governi hanno affidato la sicurezza dei loro cittadini a guanti e mascherine usa e getta, dispositivi di protezione considerati necessari per frenare il contagio da Covid-19 e che dovrebbero permettere una graduale ripresa di tutte le attività sociali e produttive. Per molti governi, Italia in primis, l’impiego di questi dispositivi di protezione è diventato il baluardo del ritorno alla nuova normalità e sembra destinato ad accompagnarci nella tumultuosa e difficile convivenza con il virus. Ma se da un lato questi dispositivi dovrebbero aiutarci a contenere l’epidemia, dall’altro rischiano di causare un nuovo problema: l’inquinamento ambientale da plastica e la produzione di materiale difficile da smaltire in modo sostenibile. Solo in Italia si stima che ogni giorno l’uso di mascherine produca almeno 100 tonnellate di rifiuti plastici che, essendo materiale contaminato, non possono essere riciclati e molto spesso finiscono per essere dispersi nell’ambiente.

# L’impiego della plastica monouso ai tempi del coronavirus

L’obbligo per i cittadini di indossare dispositivi di protezione in pubblico e le normative imposte a molti settori produttivi per tornare alle proprie attività hanno portato ad aumentare l’impiego della plastica in diversi settori. I principali modi in cui il Covid-19 ha aumentato il consumo di plastica sono:

  • uso di dispositivi di protezione come mascherine, guanti e camici
  • aumento dell’utilizzo di imballaggi in plastica monouso per gli alimenti. Nonostante oggi siano disponibili valide alternative, durante la pandemia è aumentato il ricorso a sacchetti monouso e pellicole avvolgenti. Secondo i dati di un recente rapporto di ISMEA, durante la fase 1 il consumo di prodotti alimentari confezionati è cresciuto del 18 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
  • aumento del consumo di cibo da asporto, un settore che sembra non poter fare a meno dell’uso di grandi quantità di contenitori in plastica
  • normative che obbligano all’utilizzo di plastica monouso, come ad esempio la normativa INAIL che obbliga i parrucchieri a consegnare a ogni cliente “una borsa/sacchetto individuale monouso per raccogliere gli effetti personali da restituire al completamento del servizio”, e a “fornire al cliente durante il trattamento/servizio una mantella o un grembiule monouso ed utilizzare asciugamani monouso”.

A ciò si aggiungono due aggravanti. Innanzitutto, almeno in Italia, non esiste un piano nazionale per il recupero a fine vita delle mascherine e altri dispositivi di protezione individuale ed inoltre, con il petrolio ai minimi storici riciclare la plastica è oggi molto meno conveniente che produrne di nuova e questo potrebbe indurre le aziende a fare meno ricorso a plastica riciclata per confezionare i propri prodotti.

# L’inquinamento da plastica è aumentato durante il coronavirus?

La plastica prodotta e utilizzata per gestire l’emergenza Covid-19 non può essere riciclata, in quanto si tratta di materiale contaminato che deve essere smaltito nelle discariche e negli inceneritori. Se questo non accade, i rifiuti non riciclabili si disperdono nell’ambiente e possono compromettere la salute di fiumi, laghi e oceani, azzerando gli sforzi fatti fino ad ora per ridurre l’inquinamento da microplastiche. E questo sta già succedendo, almeno secondo quanto dichiarato dalle associazioni ambientaliste, che denunciano come guanti e mascherine hanno già raggiunto fiumi e mari, dove lentamente si degraderanno in piccole particelle, chiamate appunto microplastiche, pericolose per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Infatti le microplastiche hanno le stesse dimensioni del plancton, per cui vengono mangiate dai pesci e tendono ad accumularsi negli organismi superiori, arrivando fino a noi. La pericolosità delle microplastiche per la salute umana è ancora oggetto di studio, ma dato che la maggior parte della plastica dispersa nell’ambiente è contaminata da sostanze tossiche, si ritiene che il suo accumulo nel nostro organismo possa avere effetti negativi sul nostro organismo.

I dispositivi di protezione rappresentano poi un’ulteriore peculiare minaccia per gli oceani del mondo. “I guanti, proprio come i sacchetti di plastica, possono essere scambiati per meduse dalle tartarughe marine, mentre gli elastici delle mascherine sono un pericolo per molte specie animali”, ha dichiarato John Hocevar, direttore della campagna oceani di Greenpeace Usa. Quindi guanti e mascherine, oltre ad aumentare le microplastiche, possono interferire e alterare anche il normale habitat della fauna acquatica.

# Il paradosso della sicurezza

Il paradosso è che mentre cerchiamo di combattere una crisi di salute pubblica, potremmo contribuire lentamente a crearne un’altra. Per evitare che l’emergenza coronavirus generi una nuova bomba ecologica, è quindi necessario tener conto anche dello smaltimento della plastica monouso utilizzata e pensare a nuove soluzioni più sostenibili per l’intera filiera produttiva. Perché quando avremo finalmente vinto la nostra battaglia contro il coronavirus, la plastica che abbiamo disperso nell’ambiente ci farà compagnia ancora molto, molto a lungo.

Fonte: edition.cnn

LAURA COSTANTIN

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Pubblicato da Milano Città Stato su Martedì 2 giugno 2020

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