Se Milano riesce a essere unita non ha rivali al mondo

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Domenica mattina mi sono imbattuto in un gruppo di immigrati che ripuliva piazza Firenze. Vedendoli mi è venuto da pensare che per 7 anni lo straniero sono stato io.

Ricordo bene quando mi sono trasferito a Berlino. Era il dicembre del 2004 e dopo aver vissuto diversi mesi in quattro altre capitali europee ho deciso che quella sarebbe stata la mia città. L’ho scelta perché allora faceva tenerezza. Era la vergogna della Germania: la città più indebitata, in crisi nera, senza identità. La Berlino del 2004 era un altro mondo rispetto a quella di oggi e mi attraeva proprio per il suo essere in pieno divenire, anche se non si capiva dove sarebbe approdata quella spinta per il cambiamento.

La Berlino del 2004 era un altro mondo rispetto a quella di oggi e mi attraeva proprio per il suo essere in pieno divenire.

La mia prima base era un materasso all’interno di uno stanzone dove dormiva un amico brasiliano che condivideva un appartamento sgarrupato con una studentessa di Aachen sulla Torstraße, strada allora fatiscente che oggi è al centro del quartiere più trendy. Loro mi hanno aiutato a trovare un appartamento tutto mio in Wienestrasse, nella parte di Kreuzberg dove “devi stare attento perchè ci sono i drogati”. Così mi dissero. L’appartamento era grande e costava 400 euro. Il wi fi era gratis perchè ci si collegava alla rete del bar di sotto. Allora a Berlino si usava lasciare le reti wi fi libere da password. L’appartamento era in ottima posizione, vicino a un bel parco, alla S-bahn, in posizione centrale anche se a Berlino ha poco senso parlare di centro. Da lì è iniziata la mia avventura in Germania. Avevo deciso di andare via all’Italia per provare ad avviare un’azienda all’estero, una sfida che trovavo affascinante. Ancor più perchè volevo occuparmi di editoria in un paese di cui non conoscevo la lingua.

Magari ci saranno occasioni per parlare delle avventure e disavventure di quei sette anni, ma passo subito al momento in cui ho deciso di andarmene via. Berlino è una città pazzesca, verdissima, ricca di persone interessanti, ogni sera ci sono mille cose da fare, di ogni tipo. Una città che in pochi anni ho visto cambiare in modo siderale, da spiantata è diventata la capitale delle start up. Personalmente non ho niente di cui lamentarmi. Mi trovavo benissimo ma c’era una cosa che mi ha reso insopportabile rimanervi e soprattutto mi ha caricato a molla per rientrare. Io sono andato all’estero per avviare un’attività e ho visto che in Germania è incredibilmente più facile che in Italia: in Germania lo Stato è tuo partner nel business, dico davvero. Ti aiuta in ogni modo. Tutto il contrario che da noi. Eppure c’era qualcosa che mi restava stretto. A Berlino restavo uno straniero. Per i tedeschi chi è italiano deve occuparsi di gastronomia e quando un tedesco dice “Gastro” intende qualcosa di minore dignità rispetto ad altri settori. Questo mi dava un po’ fastidio, c’era però un altro fattore per me insopportabile: a Berlino lo straniero può fare i suoi business, la sua carriera, ma non può occuparsi di migliorare la società o lo Stato tedesco. In questo sono inflessibili e forse è giusto così.

a Berlino lo straniero può fare i suoi business, la sua carriera, ma non può occuparsi DI migliorare la società o lo Stato tedesco.

Quando ho capito che la mia voglia di proporre soluzioni per migliorare la città in senso sociale o politico non era cosa gradita ho deciso di levare le tende e tornare a casa, anche perchè trovavo mortificante assistere al tracollo della mia città che per certi aspetti stava facendo il percorso opposto di Berlino, da capitale delle nuove imprese a città a margine dell’Europa.

Questa è la mia storia da straniero. Una lunga premessa per fare capire quanto mi ha riempito il cuore di gioia vedere stuoli di migranti in pettorina gialla lavorare la domenica mattina per pulire le nostre piazze. Con Milano Città Stato non siamo teneri quando abbiamo riteniamo che questa amministrazione non faccia abbastanza per la città. L’abbiamo criticata per la scarsa lotta contro lo smog (Articolo), per il patto di Milano che riteniamo più simile a una resa che a una conquista (Articolo) e soprattutto per l’atteggiamento remissivo verso il governo di Roma, specie nella richiesta di avere una autonomia simile a quella che hanno le città internazionali con cui Milano deve competere.

Allo stesso modo per onestà intellettuale dobbiamo applaudire quando il nostro Comune fa la cosa giusta. Questo è il caso della politica di impiegare i migranti che accogliamo nella città in lavori socialmente utili. Lavori che i migranti svolgono da volontari, senza essere retribuiti.
In questo posso dire che Milano batte Berlino, e alla grande. Lo dico per cognizione di causa: quando sono arrivato nella capitale tedesca sarei stato felice se ci fosse stato un programma in cui gli stranieri potessero svolgere dei lavori utili alla comunità. Sarebbe stato un modo per conoscere altri e soprattutto per rendermi da subito utile alla città che avevo scelto.

quando sono arrivato nella capitale tedesca sarei stato felice se ci fosse stato un programma in cui gli stranieri potesseRO svolgere dei lavori utili alla comunità. Sarebbe stato un modo per conoscere altri e soprattutto per rendermi da subito utile alla città che avevo scelto.

Ma l’iniziativa del Comune mi ispira a desiderare qualcosa di più visionario, qualcosa che potrebbe mettere le ali alla nostra città. Mi piacerebbe che avessimo l’onestà intellettuale di riconoscere assieme quando l’amministrazione fa qualcosa di buono o criticarla quando sbaglia, indipendentemente dal proprio tifo politico: noi milanesi dovremmo trovare l’unità e la dignità di perseguire il bene della nostra città, invece che dividerci in fazioni facendo da megafono a chi intende la politica come divisione o lotta di potere personale. Fare lavorare i migranti da volontari per il bene della città è una decisione intelligente, sfido a trovarne una migliore. E’ una di quelle decisioni che potrebbero innescare un nuovo modo di fare azione sociale, mettendo assieme diritto e responsabilità, con uno stile tipicamente milanese. Perché a Berlino possono essere più avanti di noi sul lavoro e sulle imprese, ma se Milano riesce a essere unita nell’innovazione e nel senso di comunità è capace di non avere rivali al mondo.

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