Milano città stato: la RIVOLUZIONE inevitabile per uno stato allo sbando

lo sguardo del corazziere
lo sguardo del corazziere

Per un milanese che assiste a queste vicende sembra di essere in un altro paese. Tre mesi senza un governo, veti e controveti, governi di astensione, giornalisti assembrati per ore davanti ai corazzieri dallo sguardo perso nel vuoto.
Sembra di essere al cinema a guardare un film sulla caduta dell’impero bizantino.
Si è oltrepassato così tanto il senso di realtà che si perde il tempo a parlare di cose inutili, come la frase di un tedesco, come la macchina di chi arriva in Parlamento o un post su Facebook.

Milano non si è mai sentita estranea dall’Italia come in questi giorni.
Milano è la città dove le cose si fanno, ci si unisce per risolvere i problemi, si decide, si prendono le responsabilità, tutto deve funzionare: niente di questo sta avvenendo nella politica romana.
Non una distanza da quella o l’altra forza politica, è una distanza dal sistema di caos in cui la politica romana è sprofondata. Come se i buchi dalle strade si fossero estesi alle istituzioni e all’organizzazione dello stato.

Se lo stato cade a picco come in Grecia, Milano deve finire anche lei nel baratro? Una città che ha un PIL da superpotenza, dove le cose funzionano, dove si lavora e ci si prende le responsabilità, deve diventare un cumulo di macerie per l’inettitudine di questo sistema governativo?
Dobbiamo agire con coraggio perché siamo costretti, perché altrimenti ci troviamo di mezzo tutti.
Perché il rischio è che Milano faccia con l’Italia quello che l’Italia sta facendo con l’Europa: una dipendenza che diventa un alibi e che alla fine ci trascina nel baratro. Anche perché l’Europa non salverà l’Italia e Milano non può sperare di essere salvata dall’Italia.

Qualche giorno fa gli ultimi sindaci di Milano hanno scritto una lettera aperta di sostegno a Mattarella e alle istituzioni del Paese. Un bel gesto, certo. Ma troppo facile e convenzionale. Forse quello che occorre a Milano e al Paese è il coraggio di gesti forti e non convenzionali. Va bene dichiarare di appoggiare le istituzioni però al tempo stesso serve dire “cara Roma decidi, perché Milano non può più aspettare“.

Perchè se l’Italia non è in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini cosa facciamo? Deve succedere qualcosa di più che restare in attesa del prossimo premier incaricato o assembrarsi davanti ai corazzieri. Occorre una terapia shock. E l’unica terapia shock deve essere un atto di forza di Milano.

Un atto di forza che anticipi una delle due vie di uscita delle gravi crisi degli stati.
Le crisi più gravi di solito sfociano in un potere oppressivo, come è il caso dell’arrivo di Hitler dopo Weimar, del fascismo in Italia, fino al Venezuela.
Oppure sfociano nella disgregazione, come per l’Unione Sovietica e, andando più indietro, la Jugoslavia, l’impero asburgico o quello ottomano.

L’ipotesi della disgregazione è quella che si è sempre rivelata più funzionale per le zone coinvolte: si sono lasciate libere le singole parti che sono riuscite a porsi in salvo e, alla fine, i territori coinvolti hanno ritrovato la democrazia e sono usciti dalla crisi più forti di prima.
E’ un po’ quello che succede in caso di terremoto, quando si lasciano liberi gli animali così si possono porre in salvo. Così se la nave affonda si salvano le persone con le scialuppe o i salvagenti.
Se il gruppo non ce la fa più, si lascia liberi i singoli. Un principio naturale.

Sulla base di questi due possibili esiti, ci sono due atti di forza che dovrebbe esercitare Milano per assumersi la responsabilità di risolvere la crisi del Paese.

Opzione 1: l’autocommissariamento

Ora più che mai Milano deve diventare non più un semplice modello di buongoverno locale, ma una proposta politica da estendere sul territorio nazionale.
In un’Italia allo sbando ci vuole qualcuno che prenda il volante.
Milano deve promuovere un nuovo Risorgimento: se nei palazzi romani si è persa la capacità di capire cosa è meglio fare, Milano deve prendere il Paese per farlo funzionare.
La proposta shock che deve partire dai principali esponenti della comunità milanese è un governo provvisorio a Milano che gestisca il resto d’Italia e rinnovi le istituzioni della repubblica.
Prima che arrivi l’Europa a commissariarci, Milano deve provare ad assumere il controllo dell’Italia. Se questo non accade, rimane solo una strada che ogni milanese responsabile dovrebbe augurarsi.

Opzione 2: Milano città stato

L’alternativa è di acquisire la necessaria autonomia per spronare il Paese a colpi di innovazioni e di azioni pratiche.
Milano deve pretendere di potersi gestire senza aspettare che la politica romana si inventi qualcosa. E’ come se Milano non riparasse più le buche perché a Roma non lo fanno. Può far ridere, ma il rischio è quello.

Dateci la nostra autonomia, pagheremo le tasse, ma almeno potremo decidere, cosa che voi non riuscite a fare: bisogna che Milano si prenda la sue responsabilità e si dia la possibilità ai cittadini e le imprese di Milano di andare avanti, anche perché i primi a rimetterci con la perdita dei mercati internazionali è Milano.
Con lo status di città stato si avrebbe uno shock terapeutico per lo Stato italiano: da un lato si assicura la sopravvivenza alla sua area più sviluppata, dall’altro si può dare vita a un un modello alternativo allo stato centrale, un modello che se funziona si potrebbe estendere al resto del Paese.

Per evitare che si arrivi a un colpo di stato, serve un colpo allo stato. Per svegliarlo, prima che faccia troppi danni.

ANDREA ZOPPOLATO

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1 COMMENTO

  1. Alcune cose mi fanno vergognare di avere la residenza al nord. Molti dimenticano che Milano é cosi, grazie a decenni di flussi di brillanti meridionali laureati e non (vedi ingegneri, medici, insegnanti, oppure forza lavoro di grandi volenterosi). Fosse stato per i milanesi soltanto, quelle zone sarebbero state molto carenti in figure professionali ed ignoranti, perché gli insegnanti so sempre mancati su, sia perchè non continuavano a studiare dopo la 3a media, sia perchè lo stipendio é sempre stato considerato basso, sia perchè si andava a lavorare in altri settori. Quindi, care generazioni passate siete state alfabetizzate, fatte diplomare, laureare, in gran parte da gente che ora volete rinnegare come connazionali? E non ditemi che gli insegnanti del nord c’erano lo stesso e bastavano. In parte si certo, ma la maggior parte NO. Ed, infatti, tutt’oggi i docenti sono in numero inferiore, rispetto alle richieste ed agli enormi vuoti nelle tante classi di concorso o nel sostegno. Complimenti a Milano, ma complimenti anche a chi l’ha fatta crescere (molto merito ai meridionali).

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