La sindrome del blackout

Si potrebbe assimilare quello che sta succedendo con le misure restrittive per il Covid a quello che accade con un blackout

Petrus Van Schendel

Quando in un quartiere va via la corrente elettrica si vive questa piccola avventura da boy scout, si cercano le candele nell’ultimo cassetto in fondo e con un accendino o un fiammifero ci si mette in attesa del ritorno della normalità.
È un’esperienza in qualche modo elettrizzante e che fa sentire tutti vittime e protagonisti nella stessa emergenza. Se invece va via la luce solo in un appartamento non succede la stessa cosa.

Si potrebbe assimilare quello che sta succedendo con le misure restrittive per il Covid a quello che accade con un blackout. Si prova la sensazione di essere tutti vittime della stessa emergenza e questo crea un senso di appartenenza. Ma non solo. Ci si sente anche tutti protagonisti di un’avventura che in questo caso è ancora più amplificata dai media. Stando forzatamente chiusi in casa o limitati nella propria azione si è protagonisti delle cronache. Non a caso in Germania c’era uno spot che paragonava chi stava chiuso in casa a chi aveva combattuto in guerra.


In un periodo storico in cui si stanno perdendo le esperienze reali perché la vita diventa sempre più incasellata in paradigmi, regole e sicurezze, il sapore della vita e della natura si ritrova all’interno di un’emergenza.
La propensione ad accettare il lockdown è stata favorita da questo sottile e segreto piacere dell’avventura.
Anche se dopo i black out nascevano più bambini.

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