La farsa delle OLIMPIADI a tre teste: Milano deve mettere un limite alla politica romana (e ai danni che ci fa)

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Se l’Italia fosse un animale sarebbe un gattopardo, creatura innaturale figlia dell’incapacità di scegliere e di prendere una posizione netta, come il titolo del capolavoro di Tomasi da Lampedusa che denunciava un Paese in cui “tutto cambia perchè niente cambi“. In settant’anni poco o nulla è cambiato: la nostra natura gattopardesca rimane immutata nei decenni, forse nei secoli, in cui cambiamenti fasulli si avvicendano a colpi di grandi proclami e di piccole azioni.

La regola aurea delle Olimpiadi: una sola sede

E’ la logica del primo non prenderle, del catenaccio, del tengo famiglia, dell’Arlecchino servo di tutti i padroni. Un po’ gatto un po’ leopardo, un po’ Torino un po’ Cortina d’Ampezzo.
Pur di non decidere e di non scontentare nessuno, l’Italia supererà il limite del ridicolo: una delle poche certezze nella vita sono le Olimpiadi, fin nella notte dei tempi avevano luogo in una sede. Ogni quattro anni il Comitato Olimpico assegna i giochi olimpici a un’unica sede che si è candidata ad organizzarli. Così accade da sempre e così accadrà per sempre.
Eppure l’Italia che non sceglie decide di infischiarsi di questa regola, semplice, a prova di idiota, e presenterà non una ma tre candidature. Senza una capofila. Tre luoghi assieme. E non si tratta di posti vicini: da Torino a Cortina d’Ampezzo ci vogliono dalle 5 ore e mezza alle sei ore di automobile. Un tempo che si impiega da Milano per andare a Marsiglia, Monaco di Baviera o Zagabria. Immaginiamo i torpedoni che si spostano dalle valli delle Dolomiti per portare selve di tifosi nei dintorni di Torino.

E’ la logica del primo non prenderle, del catenaccio, del tengo famiglia, dell’Arlecchino servo di tutti i padroni. Un po’ gatto un po’ leopardo, un po’ Torino un po’ Cortina d’Ampezzo.
Pur di non decidere e di non scontentare nessuno, l’Italia supererà il limite del ridicolo

Dalla politica romana siamo abituati ormai a qualunque tipo di follia, ma questa le supera tutte. E già ci pregustiamo gli sghignazzi che accoglieranno questo nostro ennesimo colpo di teatro, travestito da innovazione epocale ma frutto della più classica mentalità levantina, del salvare capri e cavoli per lisciare i potenti.
Cosa succederà è già scritto. Al CIO si faranno una grassa risata, “ah les italiens!”, e assegneranno la candidatura a chi ha rispettato almeno la regola base: presentare una e una sola candidata, senza fare i fenomeni.
Ci saranno accuse contro i cattivi stranieri insensibili al nostro genio e poi si dimenticherà tutto, dividendosi nelle consuete lotte tra fazioni, tecnica infallibile per sviare l’attenzione del popolo e lasciare che tutto rimanga com’è.

Per non scontentare i potenti si fa perdere chi per la politica romana non conta nulla: Milano

Quello che resterà sul campo sarà una brutta sconfitta. Soprattutto per Milano, perchè era l’unica sede con le carte in regola per aggiudicarsi le Olimpiadi, come avevano riconosciuto i vertici della Federazione Internazionale. Ma a perdere sarà anche l’Italia, che vedrà l’ennesimo treno farle ciao ciao, perduto per non dover scontentare nessuno. Ma non solo: perduto per aver danneggiato Milano, l’ennesima volta.
La pagliacciata della candidatura a tre teste si aggiunge infatti a una sfilza di prese in giro e di occasioni fatte perdere a Milano dalla politica romana. Si aggiunge a EMA, con la candidatura di Milano portata avanti solo da un sottosegretario contro primi ministri di paesi esteri, si aggiunge alla strabiliante riforma delle città metropolitane che ha livellato Milano verso il basso, al pari di città più piccole e periferiche come Messina o Cagliari. Si aggiunge alla compagnia di bandiera che abbandona Malpensa o al patto per Milano con investimenti promessi e poi rimangiati nel valzer dello scaricabarile e delle dimenticanze.
Ora l’ennesimo smacco, con la candidatura di Milano innalzata all’estero e annacquata in patria. Che cosa deve succedere ancora perchè i milanesi si accorgano di una realtà così evidente, che la politica romana sta sabotando la nostra città? A memoria storica il governo nazionale ha appoggiato Milano solo una volta, quando le ha consentito di candidarsi e di aggiudicarsi Expo. E sappiamo come è andata a finire, con un successo straordinario per la città e forse unico nella storia recente del nostro Paese.

Che cosa deve succedere ancora perchè i milanesi si accorgano di una realtà così evidente, che la politica romana sta sabotando la nostra città?

La verità è che la politica romana è il più grande pericolo per il futuro di Milano. Eppure i milanesi sembrano non accorgersene. Tanto più riceviamo batoste tanto più andiamo avanti come se nulla fosse, accettando da Roma qualunque sopruso senza fiatare. Anzi, quasi con piacere. Come Tafazzi, personaggio della tv che, in calzamaglia nera e sospensorio bianco, saltellava colpendosi l’inguine con una bottiglia di plastica e traendo chiaramente piacere da tale pratica. Un personaggio che, guarda caso, era interpretato da un milanese.

L’unica alternativa al masochismo è pretendere da governo centrale quello che hanno chiesto, ottenuto o difeso le più importanti città del mondo: l’autonomia amministrativa. Le città cantone della Svizzera, Berlino Amburgo o Vienna, Parigi, Madrid, San Pietroburgo o le province autonome del Trentino: tutte forme di città stato, di territori che hanno alzato una barriera alle interferenze che il governo del paese può esercitare sulle comunità.

Tafazzi sfida Arlecchino

Le Olimpiadi saranno una grave perdita per Milano e per il Paese, ma potrebbero essere una straordinaria secchiata d’acqua fresca sui milanesi. Potrebbero segnare il miracolo di Tafazzi che smette di prendersi a bottigliate e si lancia contro Arlecchino. Il miracolo di cittadini che, come è successo forse solo nelle cinque giornate, smettono di dividersi in fazioni e si compattano in una comunità per pretendere lo status di città stato: una piena autonomia amministrativa perchè Milano possa prendere il controllo sul suo futuro. E scegliere se essere gatto o essere leopardo.

ANDREA ZOPPOLATO

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