Le 7 cose che NON CI SONO più a Milano e che RIVOGLIAMO indietro

Quali sono gli anelli di congiunzione tra passato e futuro, di cui dovremmo prenderci cura?

Vivaio Riva

Perché, noi milanesi, abbiamo questa voglia di confrontarci con la vecchia Milano, con i ricordi per i tempi andati? Quando la nostalgia per il passato smette di essere semplice rimpianto e diventa costruttiva? La risposta è disarmante: succede quando i ricordi sono esclusivamente nostri, creano complicità e permettono di capirci con un semplice sguardo di intesa. Hanno formato la nostra identità e alimentano la nostra cultura. Quali sono gli anelli di congiunzione tra passato e futuro, di cui dovremmo prenderci cura?

Le 7 cose che NON CI SONO più a Milano e che RIVOGLIAMO indietro

#1 Le case di ringhiera

credits: pinterest

Anche se le archistar ormai pensano ad altro e non si costruiscono più, i ballatoi e i cortili delle case di ringhiera sono un vero e proprio simbolo architettonico di Milano. Un modello che ha attraversato decenni con la leggerezza dei suoni e profumi più belli del mondo: gli schiamazzi del cortile e le cucine tradizionali di ogni regione.
Affacciandosi dal portoncino si entra in un universo fatto di colori, panni stesi, porte socchiuse, dialetti e tradizioni provenienti da ogni parte.
Nate come case popolari, sono simbolo di vita e inclusione tipicamente milanese, che abbiamo il compito di traghettare nei prossimi anni.


Sui ballatoi si rinuncia ad un po’ di privacy, per godere della compagnia dei vicini appena fuori dalla porta di casa. C’è poi lo spazio per giocare all’interno del cortile, quasi sempre invisibile ai più e che rappresenta una piccola bolla che lascia fuori tutta la città e diventa un borgo personale, silenzioso e pacifico. Che è esattamente ciò di cui ha bisogno anche la città di domani: tradizione e senso di comunità, comodità e spazi aperti. Tutto a portata di mano.

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#2 I taxi gialli

credits: autonoleggioconaustica.taxi

Siamo nati in un paese che è la bellezza tridimensionale, eppure abbiamo subito alcune decisioni contrarie ai canoni minimi di bellezza.
Il giallo è uno dei colori primari della nostra città, el giald, mentre il taxi bianco è ciò che di più impersonale esiste sulla terra.



Giallo è il colore del risotto, ed è anche la tonalità “Giallo Maria Teresa” – giallo Milano– che fa parte della nostra tradizione, ci siamo cresciuti dentro e intorno: è uno dei filamenti del DNA meneghino.
Togliere quel colore ai “nostri” taxi è stato un po’ come segare una delle nostre radici più forti e antiche.

Provate a togliere gli Yellow Caba NYC. Oppure chiediamoci perché questa decisione è stata accettata quasi senza protestare.
E se proprio dobbiamo avere il bianco, usiamolo per quello che è: nella città del design è un fondo neutro da dipingere con tutti i contributi colorati, di immagine e contenuti spot possibili. Si può fare, è concesso. Osiamo.

#3 Il cappello dei ghisa

credits: automoto.it

Guardando alle grandi capitali, come Parigi e Londra, Milano crea alla fine del 1800 il proprio corpo di Vigili, primi in Italia ad allenarsi nella lotta senza armi, con l’intento di dare autorevolezza senza l’uso della brutalità.
Prima del traffico, prima ancora dell’Italia, nascono i Canòn de stüa, cannone della stufa (di ghisa). Questo il primo soprannome del corpo dei Sorveglianti, poi Vigili Urbani ora Polizia Locale.
Ghisa pare abbia due possibili origini: la somiglianza appunto con il tubo della stufa, oppure perché nei primi anni si trovarono al servizio dell’assessore Ghisalberti.
Il corpo dei Vigili Urbani di Milano, seppure militarizzato, è uno dei pochi che disobbedisce a Beccaris, rifiutando di andare contro i cittadini in rivolta e questo gesto trasforma i vigili milanesi negli amici dei cittadini.

Quel copricapo, forse scopiazzato dai Bobbieslondinesi, ha fatto del ghisaun simbolo di Milano. In effetti è ancora in dotazione, ma viene indossato in poche occasioni, quasi con vergogna, preferendo sostituirlo con un cappellino da baseball.
Come sempre, aver tolto un simbolo non ha giovato a Milano e nemmeno ai Vigili stessi, percepiti oggi come una élite lontana anni luce da quella che si è guadagnata il rispetto dei rivoltosi di fine ‘800. Riproporlo come abbigliamento fisso dell’uniforme, potrebbe essere invece il primo tentativo per rimettere le cose a posto.

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#4 La fiera di Sinigallia

credits: pinterest

Senigà…. Sinigà…. Sinigallia? Senigaglia?
Com’è che l’antico mercato delle pulci ha, nel nome, più storpiature della Royal Family?
La “colpa”, se così si può dire, è solo della grande inclusività di Milano, che ha accolto e accoglie cittadini provenienti da ogni parte di Italia e del mondo e che prova a condividere una parte della propria tradizione, che ognuno pronuncia come può o come sa.

Ma non è la dizione il problema più grosso di questo capitolo. Il “crimine” è aver smembrato la Fiera di Sinigaglia ovvero il mercatino più antico di Milano.
Risale all’800 ed è stata una tappa fondamentale dei sabati di molte generazioni milanesi. Sinigaglia ha sempre avuto tutte le carte in regola per funzionare, finché la burocrazia ha tenuto le mani lontano. Poi sono iniziati i disastri: interessi esterni sull’area espositiva, lo smembramento e la divisione in zone e giorni diversi, lo spostamento sulla Ripa Ticinese in un lungo Naviglio affascinante quanto inadatto.

Nella città del futuro ci sarà ancora posto per i mercatini delle pulci? Gli anni a venire non si prospettano esattamente come quelli di Bengodi, quindi riqualificare e re-interpretare Sinigaglia come spazio cittadino che parla anche di moda sostenibile, di vita dei prodotti di seconda mano, di donazione e ricerca di qualità ad un prezzo inferiore del nuovo, sarebbe un vero successo e un forte impulso a migliorare la città dal basso.

#5 Il vivaio Riva

credits: arte.it

La storia del Vivaio Riva, o meglio, la sua fine è l’emblema degli errori commessi a Milano negli ultimi anni di crescita.
Nato negli anni 20 del ‘900 e gestito sempre dalla famiglia Riva, è arrivato a diventare un meraviglioso giardino in uno degli angoli più inaspettati di Milano. Da vivaio nato per la coltivazione di fiori da destinare all’addobbo delle chiese ambrosiane, fino a giungere a un giardino botanico, arredato con ottimo gusto, è divenuto negli anni un adorabile spazio di offerta culturale senza eguali, in ogni stagione dell’anno.

Il Vivaio Riva ha tracciato una strada per la nuova modernità milanese, fatta di socialità ed educazione al verde sostenibile in pieno centro storico con musica, mostre, laboratori di giardinaggio, meritando a pienissimo titolo l’appellativo di “incantevole”. Anche nei mesi freddi, offriva la vista sul giardino d’inverno.

Le sorelle Riva hanno insegnato a Milano come avere sui balconi, fiori tutti i mesi. Non si doveva permettere ad un cavillo burocratico come la scadenza di un contratto di affitto, di interrompere questa strada, che altre realtà avrebbero potuto imitare e migliorare.
Il mancato rinnovo del contratto da parte del Comune, ha procurato una profonda cicatrice alla città che nemmeno la nuova corsa al green new deal post pandemia, o la pennellata di verde prevista per le prossime elezioni comunali, potranno far sparire. Indietro non si torna, ma si può, anzi si deve, fare in modo che un errore così madornale serva da esempio per non ripetere più questo spreco di identità e di luoghi di aggregazione tanto cari, quanto indispensabili, per tutti noi di Milano.

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#6 La Milano di MTV e Total Request Live in Piazza Duomo

credits: sorrisi e canzoni tv

La trasmissione TRL, in onda tutti i pomeriggi su MTV e trasmessa in diretta da Milano, è una vera e propria icona del divertimento milanese, giovanile e non solo. Da quando MTV ha deciso di trasmettere affacciandosi su Piazza del Duomo, gruppi di ragazze e ragazzi hanno iniziato a radunarsi sotto il piccolo studio del Centro Culturale Sardo. Col binocolo, il cannocchiale, il cellulare e i primi SMS mandati in onda in diretta, commentando la puntata o anche solo per rassicurare la mamma che andava tutto bene. In qualunque condizione atmosferica, si poteva mettere l’orologio sull’urlo dei ragazzini raccolti sotto quella balconata: le 14:00, inizia TRL.
Le scolaresche in gita a Milano hanno iniziato a loro volta a darsi appuntamento davanti al Duomo, per urlare con gioia l’entusiasmo rivolto agli idoli affacciati. E come dimenticare i divertentissimi e sguaiati cori “Fateci salire!” o i cartelli colorati esposti a favore di telecamera.

Il sorriso benevolo e divertito dei milanesi più grandi ha sempre fatto da cornice a questi gruppetti.
Anche la disapprovazione e le proteste, quelle non sono mancate mai. Ma i giovani a cavallo del millennio hanno scritto un’allegra pagina di storia, personalizzando il modo di vivere Piazza Duomo come mai prima di allora. Purtroppo, neanche dopo. Ci mancate ragazzi, grazie per l’allegria che ci avete regalato.

#7 Il dialetto milanese

credits: wikipedia

La migliore arma di inclusione di Milano sembra essere quella di non fermarsi più di tanto a giudicare le inflessioni dialettali delle new entry. Sì certo, può capitare che qualcuno si senta preso in giro perché, ammettiamolo, è troppo divertente scherzare con chi non apre le vocali come si fa a Milano.
Allo stesso tempo ognuno è libero di pronunciare le vocali finali come vuole: qui si sente sempre a casa. Quindi sembra che il dialetto milanese non sia così importante. Anzi, sta proprio scomparendo in virtù di questa grande inclusione.
Tuttavia una delle fondamenta dell’identità è proprio quel divertente idioma: il milanese, o meneghino.
Dovremmo portarlo a scuola, come materia alternativa ad una delle materie facoltative, un’ora o due a settimana, sacrificando una delle materie convenzionali? Sicuramente sì, se questo significa avere uomini e donne migliori in futuro, attenti al loro territorio, alle loro origini, in grado di fare la cernita tra il meglio e il peggio del passato, battersi per salvarlo e consegnarlo al prossimo futuro di Milano. Perché se c’è una costante nell’evoluzione è proprio il tramandarsi il meglio del passato per portarlo dietro come bussola nel viaggio alla scoperta del futuro.

Guardare il passato con affetto è come guardare un album fotografico e ridere dei bei giorni andati, ma poi soffermarsi su alcune foto e riflettere. Anziché rimpiangere l’istante che si sta osservando, è possibile proiettarlo nel futuro e immaginare come potrebbe essere?

Portare alcuni gesti del passato con noi anche negli anni futuri, trasformarli e migliorare certi atteggiamenti è una cosa naturale che facciamo tutti: si chiama “crescere”. Può sembrare strano, ma è proprio quello che fa la differenza tra la lungimiranza e l’immobilità. La nostalgia è l’unico sentimento che ci mostra il passato facendo intuire il nuovo in arrivo. Come ci ha insegnato il filosofo Soren Kierkegaard: «La vita si può capire solo all’indietro, ma va vissuta in avanti».

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LAURA LIONTI

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