Via PAOLO SARPI e le chicche di Chinatown: breve guida al quartiere più di tendenza nel cuore di Milano

L’arteria principale del quartiere cinese di Milano è improvvisamente diventata una delle zone più alla moda della città.

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Gli hotspots di Chinatown evidenziati nell'articolo

Da quando tra il 2010 e il 2011 via Paolo Sarpi fu rimessa a nuovo da un intervento di riqualificazione urbana, attuato con una ripavimentazione in pietra unita a un ornamento di aiuole ed alberi che ha creato un percorso pedonale, l’arteria principale del quartiere cinese di Milano è improvvisamente diventata una delle zone più alla moda della città.

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La nuova faccia di via Paolo Sarpi

# AGGIORNAMENTO DICEMBRE 2020


We Chinatown

La Chinatown milanese è un puntino nella geografia delle chinatown mondiali, ma ha comunque molto da raccontare.

L’immigrazione cinese a Milano inizia nel 1920, nel triangolo formato da via Canonica, via Bramante e via Sarpi, con un gruppo che va dai 40 ai 150 componenti, arrivati da Parigi, dov’erano stati reclutati come manovalanza dal governo francese durante la Prima Guerra Mondiale. Le prime attività dei cinesi erano localizzate proprio attorno a via Luigi Canonica e si occupavano della lavorazione della seta e specialmente delle cravatte. La scelta di insediarsi in Zona Sarpi era dovuta anche alla vicinanza a Porta Volta, dove si tenevano all’epoca delle fiere commerciali e alle caratteristiche urbane dei palazzi che formarono la zona già alla fine dell’Ottocento: i grandi cortili con magazzini hanno reso naturale l’insediamento artigiano del quartiere. 

Similmente alla stragrande maggioranza dei cinesi presenti a Milano e in Italia, anche loro provenivano dallo Zhejiang, la provincia orientale costiera sita appena sotto Shanghai, grande un terzo dell’Italia ma (quasi) col suo stesso numero di abitanti, una regione sì ricca ma con diseguaglianze mostruose, figlie anche del suo difficile territorio: montuoso, ostile, povero di campi agricoli non appena ci si allontana dal mare.



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Wenzhou, nello Zhejiang, città d’origine di molti dei cinesi in Italia

Oggi a Milano vivono circa 27’000 cinesi e, sorpresa, non tutti dimorano tra via Paolo Sarpi e dintorni e a Chinatown neppure rappresentano la maggioranza. Eppure, tra i cognomi più diffusi in città ci sono anche quelli cinesi. Recentemente, il Comune di Milano ha redatto una lista dei cognomi più diffusi: nelle prime cento posizioni, accanto a nomi tipicamente ambrosiani come Colombo, Ferrari, Brambilla e Fumagalli si trovano ben 3694 Hu, 1625 Chen e 1439 Zhou.

La storica vocazione al commercio della zona (già “borgo degli ortolani” prima di diventare “quartier generale dei cinesi” durante il fascismo e Chinatown poi), unita al sovraffollamento dei laboratori-abitazione cinesi del quartiere e alla vicinanza col centro città, hanno fatto schizzare in alto i prezzi degli affitti, cosicché molti dei cinesi di Milano vivono tra Niguarda, Bicocca e Comasina, e Chinatown rimane saldamente in mano agli italiani.

Si fa per dire, perché, come si nota camminando per le strade, gli esercizi commerciali sono chiaramente quasi tutti cinesi.

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Uno scaffale di Kathay Food, in via Canonica

I posti da provare almeno una volta nella vita

Nel quartiere Sarpi convivono a stretto contatto alcune delle eccellenze meneghine con la rampante realtà cinese odierna: emblematico il caso della Ravioleria Sarpi, pluripremiata per la qualità dei suoi ravioli baozi e per aver portato lo street food milanese a livelli mai toccati prima, che si rifornisce dall’adiacente macelleria Sirtori, bottega storica di Milano risalente al lontano 1931.

Da segnalare anche il contrasto esistenziale tra due famosi vicini del quartiere: la pittoresca pasticceria Maki, che propone di tutto, dagli improbabili waffles a-là-cinese al bubble tea tanto in auge, situata a pochi passi dalle Cantine Isola, altra bottega storica milanese (aperta nel 1896), uno dei migliori locali della città dove andare a sorseggiare un calice di vino.

TripAdvisor, la Bibbia dell’uomo contemporaneo quando si parla di cibo, segnala anche la pasticceria Huang Ji Dessert (gli utenti raccomandano i suoi frullati e i dolci di Hong Kong), situata all’interno dell’Oriental Mall, il centro commerciale aperto nel 2013 su cinque piani con spazio benessere, abbigliamento e giochi, amatissimo dai turisti orientali, e il ristorante Hua Cheng, in via Giordano Bruno, possibilmente il migliore di Chinatown, non foss’altro per assaggiare specialità cinesi non facili da trovare e per andare oltre il solito involtino primavera. Per una cena tipica il posto giusto è anche Little Lamb (in via Paolo Sarpi 8), dove gustare l’hot pot, una pentola di brodo bollente in cui immergere carne, verdure, funghi, wonton, uova, raviolini, frutti di mare. Una sorta di bourguignonne con brodo, da provare almeno una volta.

Chinatown è un microcosmo che sa farsi specchio del mondo: via Canonica ha da poco accolto Kathay Food, il più grande supermarket etnico d’Italia, che offre più di 10’000 prodotti alimentari tipici, dalla Thailandia al Brasile. Un altro spot per fare la spesa fuori dagli schemi della tradizione italiana è Oriental Mall, centro commerciale a cinque piani in cui puoi acquistare spezie, matcha, alghe, tofu e tutti i prodotti tipici.

Inoltre, in piazza Antonio Gramsci troviamo uno dei Carrefour più innovativi dello scenario mondiale, sede di cooking show e di percorsi formativi per sommelier, allestito come la catalana Boqueria e ricco di prodotti a chilometro zero.

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Foto dal capodanno cinese a Milano

Nel quartiere cinese, l’Italia si difende benissimo: oltre alle già citate botteghe storiche, in Chinatown hanno sede la Pasticceria Martesana, vincitrice nella sua categoria dei ViviMilano Awards – Food & Drink 2017, e PastiCherì di Lucia Stragapede, allieva del mastro pasticciere tedesco Ernst Friedrich Knam, che serve le migliori brioches, torte e mousse della zona. Poi c’è La Baita del Formaggio in Paolo Sarpi 46, che è stato preiato come uno dei negozi migliori di formaggio a livello internazionale. 

Un importante segnale della sempre più crescente assimilazione di Chinatown al tessuto sociale cittadino è arrivato in occasione dell’ultimo capodanno cinese, festeggiato da più di 100’000 persone (mai così tante) che hanno invaso via Sarpi per celebrare l’ingresso nell’anno del cane nel 2019.

Non siamo ancora ai livelli di New York, dove per la stessa occasione hanno addirittura sparato degli spettacolari fuochi d’artificio sull’Hudson, ma anche questo è un sintomo dell’internazionalizzazione di Milano, che procede spedita e in maniera tangibile, in posti come Chinatown.

Purtroppo, come già è successo con il topo nel 2020, è molto probabile che neanche il bue in arrivo nel 2021 avrà la sua celebrazione per le vie di Sarpi. Però sarà possibile celebrare la festa con le pietanze di tradizione. Tra i cibi più tipici del capodanno cinese ci sono i ravioli che si crede portino ricchezza e i gnocchi di riso (Niángāo), in preparazioni sia dolci sia salate, nei modi più svariati possibili.

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Foto dal capodanno cinese a New York

Le difficoltà dell’essere grandi

Ora la sfida sarà riuscire a mantenere vibrante un quartiere che, dopo la ventata di novità degli ultimi tempi, rischia di uscire dalla vetrina milanese, tra i completamenti dello Human Technopole e di CityLife e la riqualificazione degli scali ferroviari che cambierà volto alla città.

Sarpi ha superato i momenti difficili giunti all’inizio del nuovo millennio, dovuti alle tensioni tra i commercianti e abitanti italiani con i cinesi e alla presenza di varie bande mafiose della Triade, combattute fino ad arrivare all’arresto di tre suoi boss tra il 2007 e il 2015.

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Uno dei simboli della Triade, la criminalità organizzata cinese

Il quartiere negli ultimi anni è migliorato mano nella mano con la città, e ormai le tensioni hanno lasciato spazio agli aneddoti: almeno una volta nella vita praticamente ogni milanese si è domandato perché i cinesi non muoiono mai, e nessuno può dire di aver assistito a un loro funerale.

Su 80’000 ultraottantenni che abitano nel capoluogo lombardo, però, non ci sono cinesi: addirittura, oltre un quarto di loro è minorenne. Per di più, essendo atei o agnostici, non celebrano riti. Il loro funerale contempla solo la visita alla salma da parte dei parenti, e moltissimi nel testamento chiedono di essere riportati in Cina.

Eppure c’è chi giura di aver visto almeno una trentina di tombe di cinesi nei cimiteri milanesi: ecco un’ottima idea per una caccia al tesoro domenicale!

BONUS: ai più curiosi segnaliamo “Giallo a Milano”, il docu-film di Sergio Basso che approfondisce la conoscenza della comunità cinese a Milano e, quindi, del quartiere Sarpi.

 

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Gli hotspots di Chinatown evidenziati nell’articolo

HARI DE MIRANDA

Articolo originale dell’11 aprile 2018

Continua la lettura con: Chinatown con il nome italiano

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