Dalle 5 giornate alle Olimpiadi: psicopatologia del RANCORE di Torino contro Milano

L’immagine simbolo della querelle delle Olimpiadi è quella postata dal sindaco di Torino. A una Torino dal cielo azzurro circondata dalle montagne contrappone una Milano offuscata dallo smog. Un’immagine falsa perchè punta a sud dove invece delle montagne si estende la pianura. Accecata dalla frustrazione, la Appendino ha violato anche le regole immortali del Comitato Olimpico che vietano a una città che si vuole candidare di denigrare un’altra. Ma il CIO non sa che il risentimento di Torino verso Milano ha radici profonde.

Il tradimento delle 5 giornate

Fu l’unica vera rivoluzione popolare della storia d’Italia. Dal 18 al 23 marzo del 1848 ci vollero solo cinque giorni ai milanesi per buttare fuori dalla città gli austriaci che da secoli dominavano il nord Italia. Per il colpo di grazia i milanesi chiesero l’aiuto del Piemonte, unico stato indipendente. In fondo bastava poco per annientare gli austriaci costretti alla ritirata. Ma i piemontesi, per motivi ancora misteriosi, se la presero comoda e lasciarono fuggire agli austriaci che poterono recuperare le forze nel quadrilatero.

L’amore è cieco e, malgrado lo scherzetto piemontese, la maggioranza dei milanesi votarono l’annessione al Regno di Sardegna. Una decisione che non entusiasmò il re: inviò poche truppe e dopo una controversa sconfitta con gli austriaci, il 4 agosto decise di porre fine alla guerra, scatenando l’ira dei milanesi che si ammassarono attorno alla sua residenza. Cristina Belgioioso, la pasionaria dei moti di Milano, così descrisse quei momenti concitati: «Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione. Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all’ultimo sangue».
Fino al’ultimo sangue? Rinforzando la diceria che vuole i torinesi falsi ma cortesi, quella stessa sera il re lasciò la città scortato dai bersaglieri e, l’indomani, il 5 agosto, firmò la resa, aprendo agli austriaci le porte di Milano.

Quando nel 1859 le truppe austriache lasciarono la città, questa volta definitivamente, Napoleone III e Vittorio Emanuele II vennero acclamati trionfanti all’Arco della Pace, senza che però ci fosse il grande protagonista delle cinque giornate di dieci anni prima, Carlo Cattaneo. Esiliato a Lugano conservò un atteggiamento fortemente critico verso i piemontesi, da lui considerati peggiori degli austriaci. Non aveva ancora perdonato il tradimento di Carlo Alberto che dopo le cinque giornate aveva restituito Milano all’Austria.
Eletto deputato nel Regno d’Italia nel 1860 Cattaneo si rifiutò di andare in Parlamento per non giurare fedeltà al re sabaudo.

Il federalismo rinnegato

Per Cattaneo prima di fare l’Italia bisognava fare gli italiani e come modello di stato riteneva più giusto realizzarne uno federale sul tipo della Svizzera. Il grande patriota milanese aveva tutte le ragioni: tutti gli stati che presentano al loro interno delle grandi diversità territoriali, come la Svizzera, la Germania o la Russia, scelgono una struttura federale. Questo per consentire a comunità con esigenze diverse di scegliere una modalità amministrativa adeguata ai loro specifici interessi.

L’Italia era ed è ancora caratterizzata da una profonda diversità territoriale e un assetto federale sarebbe stato la sua naturale conseguenza. Invece la classe dirigente del Piemonte fece una mossa ardita, optando per un centralismo che metteva nelle mani di Roma le redini su tutto il territorio italiano. La ragione ufficiale era di migliorare le condizioni del sud Italia ma era soprattutto figlia della cultura dello stato sabaudo che risentiva fortemente delle influenze francesi. Per questo si ricalcò un architettura fortemente centralista che poteva avere un senso nella Francia resa uniforme da secoli di unità e dalle riforme napoleoniche, ma si è rivelata molto dannosa in un paese eterogeneo con l’Italia. Con il risultato di aver imbrigliato le aree più sviluppate senza consentire neppure un adeguato sviluppo al meridione.

Dall’Alfa Romeo alle Olimpiadi

Torino si è sempre mostrata ingenerosa con Milano. Si possono citare diversi esempi: uno di quelli che amareggia di più i milanesi è la perdita della grande tradizione automobilistica. Le automobili che vinsero i primi campionati mondiali di Formula 1 erano fabbricate nella zona dell’ex fiera, al Portello. Si trattava dell’Alfa Romeo, marchio ammirato e celebrato in tutto il mondo. Con la crisi della gestione dello Stato, si decise a mettere in vendita l’Alfa Romeo. Erano interessati americani e tedeschi, ma per ragioni politiche fu scelta la Fiat che, dopo l’acquisto, procedette alla chiusura di tutti gli stabilimenti della zona di Milano, mantenendo solo il marchio. Un’azione sciagurata per la storia dell’automobile che va contro le strategie normalmente utilizzate: quando si acquista una casa automobilistica di solito si mantengono i suoi stabilimenti, proprio per valorizzare il contributo dell’identità territoriale al marchio, come è il caso del gruppo VW con Lamborghini, Seat o Ducati.

Così, attraverso gli anni sono proseguite le ripicche torinesi contro Milano, fino ad arrivare alla manfrina della candidatura olimpica: Torino che non accetta la candidatura di Milano, Torino che rifiuta di avere Milano come capofila, Torino che si ritira per affossare la candidatura a tre, Torino che vieta al governo di sostenere economicamente Milano e Cortina, infine Torino che attacca la candidatura autofinanziata di Milano – con annessa foto denigratoria.
Ma quale può essere la ragione di questo risentimento?

Milano è ciò che Torino dovrebbe essere

Secondo gli psicologi si tende a odiare nell’altro la parte di noi che dovremmo sviluppare. Questo spiega l’invidia rivolta verso chi ha successo, perchè incarna la frustrazione di chi non è stato in grado di sviluppare quelle stesse capacità che lo hanno condotto alla riuscita. Questo potrebbe essere il caso di Torino: una città che dovrebbe essere rivolta all’Europa eppure rimane sempre periferica. Negli aeroporti milanesi atterranno ogni anno più di 40 milioni di persone, a Torino Caselle sono 4,4 milioni. Milano è capitale morale ed economica, Torino arranca rivendicando primati di ripiego. Milano è metropoli internazionale, Torino è una città provinciale, ancora divisa tra chi vive in collina e chi in pianura. Una città divisa, classista che guarda gli altri con diffidenza. Una città che come chi è in frustrazione esprime ostilità proprio contro chi potrebbe essere uno stimolo alla sua crescita, se presa a riferimento con umiltà. 

ANDREA ZOPPOLATO

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1 COMMENTO

  1. Se dobbiamo prendere come riferimento una città fatta di ladri e di millionari dal dubbio merito siamo a posto…

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