MILANO mi fa RABBIA

Sono il torinese innamorato di Milano. Tranquilli, continuo ed esserlo, ma non c’è amore senza odio. Proprio odio no, ma rabbia sì e ve ne vorrei parlare.

Credits: @dearmilano_it IG

In questi giorni, Milano Città Stato ha proposto il mio articolo Io, TORINESE innamorato di MILANO, vi spiego perché questa CITTÀ è MAGICA. Ha ricevuto migliaia di like, centinaia di condivisioni perché comunica un’emozione, non un’opinione, e racconta una testimonianza sincera e, evidentemente, condivisa da moltissimi.

Ecco perché mi sento autorizzato a parlarvi di un altro sentimento che, non da subito ma via via che le mie radici si impossessavano del nutrimento vitale di questa città, ha cominciato a crescere e a sgomitare nel turbine dei miei pensieri.


MILANO mi fa RABBIA

# Tutto resta immobile

In una collettività dove bastano la metà delle parole per spiegare logiche e pensieri e in una città, come la nostra Milano, dove sorgono spontanee associazioni di ogni tipo, dove si riesce ad entrare in un negozio di Armani senza essere giudicati per quello che si indossa o dove si hanno per vicini di casa personaggi che il resto d’Italia spia in televisione o sulle riviste, la mia domanda è: “Ma perché alla fine per alcuni grandi problemi tutto resta immobile?”.

Per via di un livello di benessere che, sulla calcolatrice dei benefici e dei costi, fa prevalere una pausa ad interim tendente ad infinito? O perché la nostra riservatezza ci impone di tollerare, come il miglior vestito della nostra generosità?

# La disillusione la fa da padrona

credit: Andrea Cherchi (c)

Non ho mai detto di essere nato a Milano. Sono nato a Torino, in una città che da sempre ha respirato due tipi di arie, quella della nobiltà e quella di chi non è mai stato nobile. Lì le cose, come le vie e le possibilità, non hanno sfumature, sono o di un tipo o di un altro. Ecco perché riconosco quando una cosa non è abbastanza né di una parte né di un’altra, quando manca la chiarezza, come in una sorta di limbo.
Ma Milano è grande proprio perché annovera persone provenienti da mille posti diversi, ciascuna con un dono unico, in grado di dare quel “colpetto al cerchio” dove nessun altro ci riusciva, con il risultato di ottenere un cerchio migliore.



Dunque, concedetemelo senza che appaia come un’opinione, ma come una testimonianza di un torinese abituato alle vie di un accampamento romano come quelle di Torino. Ho provato rabbia a Milano tutte quelle volte che, dopo essere stato ascoltato con accondiscendenza sui miei progetti per la città, mi sono sentito rimbalzare addosso quel riluttante gusto di disillusione.

# L’alta stima di sé crea chiusura verso il punto di vista degli altri

Foto: Andrea Cherchi (c)

L’alta stima che il Milanese ha di sé è ciò che sta alla base del rispetto per l’altro milanese che, come se stesso, “ vale” e, dunque, rispetta. La beffa è che questa alta stima di se stessi non genera solo valori positivi, ma anche un’incapacità di sostituire i propri credo con quelli degli altri. Crea individualismo e questo è, forse, l’aspetto più criticato da chi ci guarda. A me genera rabbia, molta rabbia, perché mi ritrovo davanti a persone che stimo molto, ma che non riescono ad aggiungersi ai miei pensieri.

È come se mi trovassi sempre su una pista di Formula 1, insieme ad altri grandissimi piloti, e nessuno sia in grado di scendere dalla sua prestigiosissima e tecnologicissima auto per salire sulla mia “auto della Domenica”.

# Ciò che manca, per ora, è quel senso di collettività di un popolo forte

È in questi momenti che la mia mente diventa un vulcano ripensando ai “moti carbonari” e alle “Cinque giornate di Milano”. L’artefice di quest’ultima manifestazione dovrebbe rappresentare un valore che, in momenti più piccoli, mostra i vagiti di questa capacità di aggregazione, ma che esiste sempre e solo in misura individuale… per ora.

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ANTONIO CHIMIENTI

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