L’Italia delle città-stato: da culla del Rinascimento a CARTA VINCENTE per il futuro dell’Italia

In un mondo in grande trasformazione si affacciano all'orizzonte delle nuova città stato, avamposto di una nuova società.

comuni

Nel Medioevo esistevano i Comuni, che erano una sorta di piccoli stati indipendenti uniti da legami dinastici (Sforza, De Medici, Bolgia, Doria, Mancini, ecc) e dalla Chiesa che dava a tutti una lingua e una religione. L’Italiano iniziò a diffondersi a partire dal 1200 ad opera della scuola Siciliana (in quel tempo la Sicilia era Normanna).

Le città stato antiche: la nascita della civiltà moderna

Era un’Italia che si era risollevata dalle invasioni barbariche ed arabe e assisteva al dominio delle Repubbliche Marinare e delle prime banche feudali. Un periodo di prosperità in cui nasce l’Umanesimo, Giotto rivoluziona la pittura, Leonardo rivoluziona la tecnologia, Galileo Galilei rivoluziona la scienza.

Con la potenza economica delle quattro Repubbliche Marinare (Genova, Venezia, Pisa, Amalfi) i traffici commerciali si fanno più intensi, Marco Polo scrive il Milione, opera epocale che estende gli orizzonti del mondo, con le cronache del suo viaggio dalla Repubblica di S. Marco fino alla Cina del Kublai Khan.
A Genova nasce Cristoforo Colombo, colui che cercando una nuova rotta per raggiungere le Indie, scoprì un immenso continente, l’America.

Queste città-stato diedero un impulso decisivo alla civiltà occidentale fino al Congresso di Vienna.

In Italia un nuovo modello di città-stato

Al giorno d’oggi, città-stato non significa indipendenza o un impulso secessionistico, tutt’altro. Significa ricevere dal governo nazionalela possibilità di gestirsi in autonomia per poter meglio rispondere alle necessità del territorio e all’esigenza di connessione con le altre grandi città del mondo.  Una prerogativa che secondo la Costituzione (art.132) potrebbe spettare solo a quelle più grandi, come Milano, Roma, Torino e Napoli, anche se in realtà potrebbe spettare anche a città che hanno una forte tradizione identitaria, come Genova, Verona, Venezia, Firenze, Pisa, Perugia, Bologna, Palermo, Catania o Bari.

Milano potrebbe godere di un’autonomia simile al Cantone svizzero di Zurigo, con aziende/imprese che potrebbero, ad esempio, avere vantaggi ad avere la sede in città ma le unità produttive a Bari o in un’altra città con condizioni più competitive. Suddividere il territorio italiano per città stato autonome consentirebbe di fare eccellere ognuna di loro in alcuni aspetti distintivi. Parlando di commerci, a Milano farei la Borsa Mondiale delle industrie del design e della moda, a Genova la Borsa Internazionale dei trasporti marittimi e di tutto ciò che riguarda il mare (cantieristica, compagnie dei container, logistica,ecc). A Napoli farei la Borsa Internazionale dell’agroalimentare, dell’itticoltura, del fast food (Parmigiano Reggiano, Mc Donald’s, Findus, ecc). A Torino farei la Borsa Internazionale dei trasporti (RFI, FNM, OBB, TVA,FCA, BART, ecc). A Roma la Borsa Internazionale dei musei, dell’arte, delle case produttrici di film, pubblicità, ecc. A Catania la Borsa Internazionale dei titoli elettronici e hightech. A Firenze la Borsa Internazionale delle banche, poste, assicurazioni. A Bologna la Borsa Internazionale delle fiere (Ente Fiera Milano, Fiera Bologna, un centro congressi stile Las Vegas, Fiera Francoforte, Fiera Norimberga, ecc). A Cagliari la Borsa Internazionale del turismo. Questo porterebbe le città a collaborare molto di più tra di loro rispetto ad ora, dove invece tutte sono come monadi separate tra loro, all’interno di uno stesso sistema paritario e omologante.

L’idea di suddividere le borse del commercio tra i diversi luoghi, invece che accorparle tutte assieme, consentirebbe di potenziare la specializzazione su base geografica e dell’identità locale e, al contempo, di ridurre il rischio di sistema, legato ad esempio a crolli in un settore che spesso vanno a cascata su tutti gli altri.

Le città stato saranno la carta vincente per l’Italia del futuro

In un mondo in cui si sta diffondendo ovunque la logica dell’autonomia delle città, dalla Spagna alla Germania, dall’Austria alla Russia, dall’India alla Cina, l’Italia potrebbe usare questa come carta vincente per due ragioni. La prima è che siamo la patria delle città stato moderne. La seconda è che siamo il paese della diversità e se riusciamo a fornire un modello più avanzato di città stato e di differenziazione amministrativa e commerciale, potremo offrire il meglio rispetto agli altri hub internazionali e sfruttare al massimo l’immenso potenziale di attrazione delle nostre città.

La vera sfida, infatti, ormai non è più tra città della stessa nazione oppure tra stati o tra regioni. La sfida del mondo contemporaneo è quella diretta a città portuali come Rotterdam o New York, industriali come il distretto di Hong Kong o San Pietroburgo, finanziarie come Bruxelles o Lussemburgo o la stessa Londra. In un mondo in rapida trasformazione dove tutto corre a una velocità clamorosa rispetto a pochi anni fa, solo la dimensione di città può consentire la snellezza per cogliere tutte le opportunità del cambiamento. 

DANIELE VASTA

 

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1 COMMENTO

  1. Signor Vasta, andavamo maluccio in storia a scuola, eh?

    Quelle “unite da legami dinastici” sono le Signorie, che sono la successive ai Comuni, mentre questi ultimi, come suggerisce abbastanza chiaramente il nome, erano una sorta di repubbliche.

    Il dominio Normanno in Sicilia termina tra il 1194 e il 1198; nel ‘200 la Sicilia è stata prima Sveva, poi Angioina e infine Aragonese.

    La Chiesa non è mai stata un fattore unificante dei comuni, ai quali anzi si opponeva (anche militarmente) spesso e volentieri, cambiando spesso alleanze, e avendo tutto l’interesse a mantenerli separati e in lotta tra loro (“divide et impera”). Anzi, com’è noto la presenza dello Stato della Chiesa è stato uno dei principali ostacoli all’unificazione italiana nei secoli.

    Quanto alla lingua, la chiesa non si è mai sognata di promuovere una lingua comune degli italiani, anzi… fino al concilio Vaticano II, in pieno ventesimo secolo, la messa era ancora in latino…

    Il fiorentino colto è stato pian piano adottato dai vari stati italiani, diventando gradualmente l’italiano, per il grande prestigio economico e culturale di Firenze, caso unico in Europa, dove in genere la regione che aveva guidato la nascita dello stato-nazione aveva imposto la propria lingua agli altri (castigliano, inglese del Sud-est, lingua d’oil di Parigi…).

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