“Quando parlo con amiche e amici della scena musicale, tutti non vedono l’ora di venire a Milano”. Intervista a KENOBIT, il musicista del Gameboy

Fabio ”Kenobit” Bortolotti

Milanese, classe 1982, Fabio ”Kenobit” Bortolotti è un operatore culturale ed artista poliedrico.

E’ stato redattore di diverse riviste di videogiochi di rilevo nazionale, compone musica ed è uno dei cofondatori e animatori di Kenobisboch Productions, una realtà che coniuga efficacemente cultura e videogiochi.

Gli abbiamo fatto qualche domanda, avendo in testa la musica e Milano in primis.

 

Da quanto tempo componi musica? Cosa ti ha orientato verso i generi di cui ti occupi adesso?

Ho iniziato a strimpellare intorno al 1997, al liceo, cercando di imparare a suonare la batteria per soddisfare le mie aspirazioni da musicista punk. La mia non è mai stata una famiglia di musicisti, quindi trovare una batteria sgangherata in una saletta dei Salesiani di via Copernico è stato uno dei punti di svolta della mia vita. Mi sono innamorato, ho studiato e mi sono infilato in una miriade di band, perché ai tempi i batteristi erano merce relativamente rara. Anni dopo, io e la mia band ci siamo stufati di sprecare soldi in studi di registrazione e abbiamo attrezzato la cantina del cantante per registrare l’ennesima demo. Imparai a usare un sequencer, e nel giro di poco tempo iniziai a capire che c’era un mondo oltre le chitarre elettriche. Da lì ai primi esperimenti elettronici il passo fu breve.

 

Perché proprio la chiptune? Ritieni che la tua passione per i videogiochi (che coltivi anche attraverso i tuoi progetti artistici e sui canali social) abbia influenzato questa decisione?

I primi esperimenti elettronici mi hanno portato a riscoprire con più categorie mentali il suono dei videogiochi. All’inizio ho provato a usarli con strumenti virtuali che emulavano le vecchie console, ma poco dopo ho scoperto una scena sotterranea di sbiellati che usavano direttamente le macchine originali. Era il movimento della micromusic, che ai tempi orbitava intorno a un sito chiamato micromusic.org. Uno dei cosiddetti “headquarter” di Micromusic era proprio a Milano. Nel giro di poche settimane mi sono trovato immerso in una scena attiva, accogliente, inclusiva. Mi sono sentito a casa e non ho mai più mollato il mio Game Boy. Per quanto i videogiochi siano la mia vita, la mia vita musicale nella chiptune la devo alle persone splendide che ho incontrato. Penso in particolare ad arottenbit, Tonylight e Pablito el Drito, tutti e tre ancora attivissimi nell’underground milanese.

 

Ritieni che la dimensione cosmopolita di Milano abbia contribuito all’arrivo di nuove tendenze e stili artistici?

Senza dubbio. Quel che dico sempre è che a Milano non ci sono solo musicisti e performer internazionali. C’è anche il pubblico che ai concerti ci va per davvero, supportandoli e permettendo agli organizzatori di invitare personaggi sempre più interessanti. Negli ultimi anni si è innescato un circolo virtuoso, per il quale l’abbondanza di concerti educa il palato del pubblico, che accorre sempre più numeroso anche a serate che fino a qualche tempo fa avrebbero attirato solo appassionati di nicchia. La dimensione cosmopolita della città è senza dubbio un fattore importante, ma lo sono anche gli spazi (occupati e non) che sono nati in questo clima di fermento.

 

Qual è la tua esperienza (o, comunque, che idea hai) della scena della musica emergente a Milano?

Non mi piace il concetto di “musica emergente”. Promuove l’idea che l’underground sia qualcosa da cui è necessario uscire per avere successo e realizzarsi come musicisti. Invece il bello di Milano è proprio che puoi vivere una vita musicalmente ricca anche senza andare a Sanremo, perché l’underground c’è e ti supporta. Quando sento parlare di “gruppi emergenti” mi torna in mente il medioevo in cui i proprietari dei locali organizzavano quei contest per gruppi, dove a vincere era di fatto chi vendeva più biglietti per un concerto infrasettimanale che non interessava a nessuno. Realtà simili esistono ancora, ma per fortuna sono sempre più marginali. In ogni caso, a prescindere dalle scelte lessicali, Milano è una città ricca di opportunità, per chi vuole provare a farsi sentire con la propria musica.

 

Fabio ”Kenobit” Bortolotti

Che consigli daresti a chi vuole intraprendere il tuo percorso artistico?

Andate ai concerti! Andate ai concerti anche se non conoscete l’artista o la band di turno, andateci anche se piove e se domani c’è scuola (o lavoro). È importante per capire come funziona la vita musicale della città, per capire cosa funziona e cosa piace al pubblico, ma anche per conoscere il popolo che partecipa alla vita musicale della città. La città è grande, ma alcuni volti sono sempre gli stessi. Il miglior modo per far parte di una scena è supportarla e contribuire con i propri talenti.

           

Hai avuto aiuto dai tuoi colleghi musicisti per iniziare? 

Assolutamente. Senza l’aiuto degli amici sarei molto probabilmente rimasto alla casella di partenza. Ricordo i Fish and Chip 8 Bit, band torinese non più attiva, che mi hanno svelato i primi segreti per ottenere un suono di grancassa potente con il Game Boy. Pablito el Drito mi ha trascinato nella scena, invitandomi a suonare ancor prima che avessi un repertorio. Arottenbit mi ha invitato a fare dei set back to back con lui quando avevo troppo poco materiale per esibirmi da solo. Come dicevo prima, la chiptune mi ha conquistato più con il suo clima di condivisione che con i suoi suoni. Sono stato aiutato in tutti i modi, e ancora oggi la mia vita musicale è fatta di collaborazioni e alleanze.

 

Nella tua esperienza di redattore di riviste di videogiochi con focus sull’internazionale, come pure di musicista e di traduttore, qual è, solitamente, la percezione di Milano all’estero?

Sinceramente non saprei come risponderti. Quando parlo con amiche e amici della scena musicale, tutti non vedono l’ora di venire a Milano, ma del resto è un mondo in cui tutti hanno una voglia matta di farsi sentire e venire in Italia è a prescindere una bella occasione (e una bella vacanza). Per il resto, quando sono in giro mi capita raramente di parlare di Milano.

 

Tre cose di Milano che ami e tre cose che invece cambieresti o che non ti piacciono, magari come atteggiamenti o cultura?

Amo: la scena musicale, il clima culturale (è una città molto più rilassata e accogliente di quanto raccontino gli stereotipi degli anni Ottanta), l’offerta enograstronomica. Vorrei: più attenzione e investimenti nelle periferie, un maggiore riconoscimento dell’importanza dei centri sociali, più piste ciclabili.

 

Quali sono i quartieri di Milano che hai trovato più ricettivi alle iniziative culturali cui hai partecipato?

È bello poter rispondere che ci sono tantissimi quartieri dove le iniziative culturali funzionano. Forse anche perché la città è relativamente piccola e perché muoversi non è un problema.

 

Che tipo di eventi o di locali vorresti vedere a Milano in futuro? Mi riferisco anche a qualcosa che ancora non c’è e che vorresti.

Sul fronte della musica stiamo benissimo e mi auguro che tutto continui così. Per il resto vorrei eventi legati al mondo dei videogiochi capaci di alimentare la scena degli sviluppatori. Non mi riferisco né agli eSport, che stanno comunque crescendo, con mio grande piacere, né a eventi commerciali come la GamesWeek. Vorrei che la città supportasse più attivamente il mondo degli sviluppatori indipendenti, dando loro un punto di incontro, ma anche un modo per promuovere il loro lavoro. Qualche anno fa c’era stato l’interessante esperimento di Game Over al Leoncavallo, ma vorrei vedere qualcosa di più concreto e costante. Se le giornate fossero di 73 ore proverei a organizzarlo io.

 

ANTONIO ENRICO BUONOCORE

 

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