La storia di MILANO a LUCI ROSSE

Il concetto di zona rossa a Milano è entrato nel linguaggio quotidiano. Ma ci sono state epoche, episodi e personaggi che hanno raccontato anche altre storie legate alle zone rosse, a luci rosse

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Il concetto di zona rossa a Milano è entrato nel linguaggio quotidiano. Ma ci sono state epoche, episodi e personaggi che hanno raccontato anche altre storie legate alle zone rosse, a luci rosse.

Sebbene da Milano siano partite moltissime iniziative per alleviare la condizione delle prostitute a partire da S. Ambrogio, passando da Ersilia Majno ed arrivando ad oggi, questa città è stata costruita anche sfruttando le sue donne e la conoscenza che esse avevano della clientela.


La storia di MILANO a LUCI ROSSE

#1 La Tosa del Barbarossa

Credits: Urbanfile – La Tosa

In una Milano del 1176 assediata da Federico Barbarossa, una sola donna poteva “passeggiare” indisturbata dall’interno delle mura all’accampamento tedesco e viceversa: una prostituta, i cui movimenti vennero sfruttati dai cavalieri milanesi come diversivo strategico.

Prima dello scontro frontale coi tedeschi, la ragazza venne tenuta ferma creando una certa astinenza nelle truppe imperiali. Quando tornò fuori porta attirò l’attenzione su di sé alzando la veste e mostrando le parti intime nell’atto di radere il pube. L’esercito nemico si dimenticò all’istante il motivo per cui era alle porte di Milano e questo diversivo permise ai cavalieri milanesi di uscire, assestare una prima sconfitta al nemico e rifornire la città con le vettovaglie necessarie a proseguire dignitosamente l’assedio prima della fatidica battaglia di Legnano.

È probabile che tosa o tosànn come termine milanese per dire “ragazza” venga proprio da tale circostanza. Così come il detto milanese El var pussèe un pel de fiocca che ona banda de suldàa. All’evento fu dedicato un basso rilievo che fino al 1570 campeggiava appunto sulla Porta Tosa, oggi Porta Vittoria. Fu fatto rimuovere dall’Arcivescovo Carlo Borromeo ed è oggi conservato al museo di arte antica del Castello Sforzesco.



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#2 Il “Castelletto”, la zona a luci rosse per il popolo

Credits: Milanoalquadrato – Piazza Beccaria

Le notizie più precise riguardo ai bordelli si hanno dal XIV secolo, quando Gian Galeazzo Visconti tentò di circoscrivere il meretricio in un unico isolato denominato Il Castelletto, che era composto da tre case che sostavano dove oggi c’è il comando di Polizia Municipale di Piazza Beccaria. La vita da prostituta era legale e tutte coloro che facevano quella professione dovevano pagare una tassa sui guadagni.

Le meretrici avevano un dress code da rispettare se volevano fare il mestiere legalmente: dovevano indossare una mantella gialla che fece loro guadagnare i nomignoli di donn del scial o del vel giald . I postriboli dovevano tenere le imposte sempre chiuse, non dovevano presentare aperture e balconi sulla pubblica piazza e la logistica studiata anche per rimanere lontano dalle chiese e dalle strade che portavano a messa.

Per volere di S. Carlo Borromeo il Castelletto venne venduto ai deputati del carcere cittadino e per opera dell’architetto Pietro Antonio Barca furono costruite le nuove prigioni. I bordelli furono costretti così a lasciare la zona, trasferendo i propri affari nelle contrade del centro. Il Borromeo convinse moltissime prostitute ad affidarsi alle sue cure per riconvertirsi. In una casa di competenza dell’Arcivescovo si contano ben 771 vittime deflorate, mal maritate, vergini, vedove e meretrici.

#3 Il Casino dei Nobili, l’Orfei e la Società del Giardino: le case di appuntamenti nobiliari

Credits: fciencias.com

Ricavato nientemeno che su progetto del Bramante e abbellito da Luigi Cagnola, il Casino dei Nobili sorgeva al 1602 di Piazza S. Giuseppe, a ridosso della Scala e lavorava dietro la facciata di fabbricato per eventi musicali ed intrattenimenti per facoltosi di cui conosciamo anche i nomi: il Conte Castelbarco, il Duca Litta, il Conte Nava D’Adda, l’editore Ricordi col figlio 17enne. 

Questi ultimi frequentavano anche la Società del Giardino, nata in Via Clerici come Casin d’Andeghee (antiquari) poi spostata in Via San Paolo presso Palazzo Spinola, dove ha sede tutt’ora un’associazione esclusivamente maschile. Carlo Porta frequentò la Società del Giardino che era ambitissima dalla nobiltà milanese e straniera per la qualità degli ospiti e per l’accoglienza straordinaria. I soci erano attirati proprio dal postribolo cui si accedeva attraverso un cunicolo.

Il Casino degli Orfei era insieme salone musicale, casa da gioco e casa di tolleranza, sito al 1765 di Via Clerici. Parte delle attività erano le serate musicali, tutti i venerdì sera escluso Ottobre ed inaugurò il salone delle feste Nicolò Paganini. Tutte le sale erano aperte fino a mezzanotte e vi si giocava qualsiasi tipo di gioco d’azzardo legale. Vi si potevano anche trovare giornali italiani ed esteri.

#4 Il Verziere, quartiere a luci rosse senza peste

Credits: Maremagnum – Verziere

Il quartiere del Verziere era sede dell’orto mercato nei pressi della chiesa di Santo Stefano, era frequentatissimo dalla plebe per motivi di sopravvivenza e forse perché la zona rimase immune dalla peste del 1630. Era anche luogo di intensa prostituzione. Carlo Porta ha tramandato fino a noi l’uso di chiamare le prostitute “passerine” nel senso di passeggiatrici ed una delle sue opere più importanti: la Ninetta del Verzée.

Le donne dei bordelli dimostrarono una sensibilità civile proprio come la Tosa del Barbarossa durante le 5 Giornate, trasformandosi in combattenti e soccorritrici. Ebbero un ruolo di unione tra i popolani sulle barricate e i nobili che li guidavano e convertirono i bordelli in ricoveri di soccorso improvvisati per i feriti. Finite le guerre di indipendenza però tutto tornò ad essere sfruttato come prima, solo con qualche regola in più. Con l’influenza piemontese tutti i casini di Brera, della Calusca, dei Vetraschi e del Verziere assunsero il nome di ciabott, vennero fissate da Camillo Benso di Cavour le tariffe poi perfezionate da Urbano Rattazzi, quando venne stabilito un limite orario di validità: 20 minuti.

A fine ‘800, con la nascita dello Stato Italiano, il Governo entra nell’argomento prostituzione con la legge Zanardelli-Crispi. Le case avrebbero dovuto avere una sola porta di ingresso e uscita, murando tutti i varchi per altri locali. Fu vietato di affacciarsi dalle finestre o “trattenersi sulle porte dei luoghi chiamati della prostituzione”, trasformando le case di tolleranza in case chiuse. L’interferenza del Governo si intensificò, tanto da obbligare le prostitute a visite mediche e fu fatto un censimento delle case chiuse. Nel 1891 c’erano solo 528 bordelli in Italia; la città con più meretrici era Napoli con 900. A Milano, le prostitute erano appena 400 su una popolazione di 480.000 residenti.

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#5 Il Bottonuto, Milano malfamata o affamata?

Credits: Urbanfile – Bottonuto

Il Vicolo del Bottonuto è la star più famosa di Milano per quanto riguarda le zone rosse. Abbattuto negli anni ’30 del secolo breve insieme al Vicolo del Cantoncello e quello delle Quaglie per far posto a Piazza Diaz, si trovava dove ora c’è Via Larga e sbuca Via Albricci.
Conosciutissimo dai frequentatori del sesso a pagamento, diventò ancora più famoso per il soggiorno di Gaetano Bresci giunto a Milano dall’America il 26 luglio del 1900 prima dell’attentato che costò la vita a Re Umberto I, a Monza il 29 luglio. Dormì all’Osteria delle Due Pernici poi nota con nome el serrali al n. 3 del Vicolo.

Il Bottonuto ne ottenne una condanna senza appello solo per essere il ghetto della prostituzione dei meno facoltosi, tollerato dal Governo e il vizio del sesso a pagamento uno di quelli tutelati dalla legge. Altri bordelli erano il Tramway o la Sbarra, nominato così perché il salone principale presentava proprio una sbarra che divideva le meretrici in mostra dai clienti, che potevano accedere uno alla volta dopo aver scelto la compagna. Una buona pratica di distanziamento.

Le protagoniste del Bottonuto sono celebrate da tantissimi scrittori, attirati lì anche dal via vai ininterrotto a qualsiasi ora del giorno e assunsero nomi popolari come bagassa da un termine provenzale, baldracca e baltrocca che indicavano le prostitute di Bagdad, banda perché la donna usava segnali e dress code per farsi riconoscere, fraola dal tedesco Fräulen, girandola come peripatetica, guanguana e sguangia dal longobardo wrankja ovvero dotata di curve o tattera dal gotico taddera che equivale a donna col ciuffo.

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#6 I casini di Mussolini, la prostituzione ai tempi del fascismo

Credits: pinterest il bottegone – Tariffario durante il fascismo

Sebbene nessuna legge vietasse il lavoro dei bordelli, lo Stato non smise di interferire con l’attività di questi emanando regole che si ripercuotevano per lo più sulla figura delle donne. La prostituta infatti doveva essere tesserata al partito, ogni 2 mesi sottoposta alla profilassi per la sifilide così che lo stato fascista poteva garantire il cliente sulla salute della merce attraverso controlli dell’ufficio d’igiene.

A Milano le case di tolleranza più esclusive erano quelle in cui si poteva accedere solo con un lasciapassare o l’intercessione di un malavitoso site in  Via Tadino 10, Via Disciplini 2, Via Alberto Mario 30, Via Filelfo (il primo ad essere riscaldato giorno e notte dai caloriferi) e San Pietro all’Orto – detto anche San Pedron. Era esclusivo anche il ciaravàl di Via Chiaravalle gestito dalla megera Ida Bellè considerata la vera “padra” della casotteria milanese. Chiamata Bellè perché bella e per accorciare il vero cognome – Bellei – era di Porta Ticinese e sapeva essere a seconda delle occasioni sboccata e corretta dura e gentile, specie con alcuni studenti squattrinati e a volte i loro padri.

Infine Brera: i bordelli di Via Fiori Chiari al 17 e le tre case del San Carpin in Via San Carpoforo sono stati additati come responsabili del deterioramento del quartiere, prima inteso come laborioso continuum di botteghe di ogni tipo, poi imborghesito.

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#7 La partigiana Lina: a Milano per la Resistenza, in Parlamento contro la prostituzione

Credits: fciencias.com

Non è una protagonista della vita dei bordelli milanesi ma è Lina Merlin, responsabile della definitiva chiusura dei casini. Partigiana a Milano, eletta deputata nel 1946, senatrice nel 1948, riuscì nell’intento di far chiudere le case di tolleranza nel 1958 con la legge che porta il suo nome. Convinse i colleghi che la società moderna dovesse essere fondata su una morale più alta: quella del rispetto della dignità umana, smettendo di accettare che qualcuno potesse sfruttare il corpo di una donna o dettando leggi su di esso.

La legge Merlin ha il merito di aver tolto la tutela dello stato a quella che era considerata una forma moderna di schiavitù della donna. Per esempio l’assenza della schedatura, la possibilità di vedere delle alternative a quella vita e l’opportunità di un lavoro diverso fecero diventare la scelta della senatrice Merlin un cambiamento enorme per tutti.

Non ha fatto sparire la prostituzione che è continuata nelle case da tè (una di fronte al San Pedròn), che prendevano un po’ il posto dei vecchi casini senza averne l’aspetto e continuarono ad esistere fino all’arrivo degli atelier di massaggiatrici o le squillo per le strade. La megera o tenutaria del bordello sostituita dal protettore che a Milano si diceva garga, probabilmente dal francese gargarisier ovvero lusingatore, battitacch perché per farsi riconoscere batteva i tacchi, lenon/mezzano o maròn/sfruttatore fino ad arrivare ai giorni nostri: ruffiano e pappone.

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LAURA LIONTI

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