I COLD CASE di MILANO: i delitti irrisolti degni di Sherlock Holmes

Due storie di serial killer da brividi

Credits: flawless.life Milano da brividi

Letteralmente, Cold Case vuol dire caso freddo. Si differenzia da una semplice indagine dal fatto che, molto spesso, i casi trattati sono avvenuti anni prima e che al tempo furono chiusi per mancanza di prove, di testimoni e di colpevoli fino a prova contraria. Anche in Italia abbiamo avuto i nostri cold case, quello più celebre è il famoso delitto di Via Poma, dove il 7 agosto 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni, un caso che sconvolse le cronache e che ancora oggi non trova moventi e colpevoli. Perché a volte è così difficile trovare un colpevole o un movente? Perché ci sono casi che vengono chiusi e non più riaperti? I colpevoli sono dei gran furbi che hanno scoperto il segreto del delitto perfetto? Dei geni della criminalità?

Qualunque sia il motivo, è un dato di fatto che questi casi esistono e ancora oggi gridano la voglia di essere risolti. In Italia sono numerosi quelli in attesa di essere riaperti e qui a Milano ci fu un periodo che operò un serial killer di cui ancora non si conosce il volto.


I COLD CASE di MILANO: i delitti irrisolti degni di Sherlock Holmes

# Brividi nella Milano ottocentesca: il primo serial killer italiano scoperto

Via Bagnera è una strettissima strada non molto distante dal centro. Quante volte sarà capitato di passarci accanto o magari di esserci sfuggita perché priva di negozi o di luoghi attrattivi. Eppure per i milanesi, quella non è solo una semplicissima strada, ma una via maledetta. Quando Milano era sotto il dominio asburgico, c’era un fuochista che lavorava presso Palazzo Cusani e che rispondeva al nome di Antonio Boggia. Un tipo dall’apparenza mite e silenziosa, ma queste caratteristiche celavano una personalità disturbata. Nel 1849 commette il suo primo omicidio e a questo seguiranno altri. Il modus operandi era sempre lo stesso: le vittime venivano avvicinate, uccise a colpi d’ascia e alla fine smembrate o murate. Dopo qualche anno, Antonio Boggia verrà catturato e giustiziato per impiccagione nei pressi di Porta Ludovica. La leggenda narra che il suo fantasma vaghi ancora nei pressi di Via Bagnera e si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente, che attraversa questa strada. La sua storia non rientra certo nei celebri Cold Case, ma Antonio Boggia va ricordato per essere stato il primo serial killer italiano.

# Il cold case meneghino irrisolto

Credits: milanoguida.com
milano anni sessanta

Tra gli anni sessanta e settanta, il nostro paese stava uscendo faticosamente, ma con grande ottimismo, da un passato fatto di guerra e dittatura. Sono gli anni del boom economico e Milano diventa a mano a mano il motore produttivo e pulsante del paese. Nonostante questo entusiasmo, contrapposto a episodi di brigatisti, guerre tra clan criminali, sequestri e rapine, tra le strade di Milano c’è una persona che, invece, ha molta fame di morte, nella sua testa pulsa il desiderio di uccidere. Per giorni e per mesi studia il delitto perfetto, sceglie con cura la modalità, preferendo armi bianche come ad esempio il coltello, la zona dove operare e soprattutto capire come sfuggire alle indagini. È così, a cavallo tra questi due decenni ci fu un serial killer che operò in tutta tranquillità in un’area compresa tra Via Filzi, Piazza Cordusio, Via Pace, Brera e Piazza Duomo.



# Il killer misogino

Dal 1963 al 1976, Salvina Rota, Adele Margherita Dossena, Alba Trosti, Olimpia Drusin, Elisa Casarotto, Tiziana Moscadelli, Valentina Masneri e Simonetta Ferrero furono le vittime di quest’uomo. Era chiaro che ci trovammo di fronte a un caso di misoginia. Il caso fu strano sin dall’inizio, le donne venivano avvicinate dall’uomo con cui istauravano un rapporto, in qualche modo di fiducia. La scelta delle vittime era stata pensata nei minimi dettagli, si trattavano per lo più di donne nubili e soprattutto una cosa fu chiara dall’inizio: non erano delitti fatti per rubare, l’assassino uccideva, ma non rubava gioielli e denaro. Uccideva per il gusto di farlo!

# Il flop delle indagini

Credits: canestrinilex.com
indagine

Il fatto che alcune di loro fossero delle prostitute che lavoravano principalmente nella zona di Porta Garibaldi, portò la polizia a indagare tra i ferrovieri e poi grazie ad una soffiata, rivelatasi poi falsa, si cercò anche tra i tassisti. Nulla, fu tutto vano. Col passare degli anni ci si concentrò su un particolare. Tre donne furono assassinate in strada, ma le altre aprirono le porte all’assassino, lo fecero entrare in casa, s’intrattennero con lui e lì trovarono la morte. Quello che colpì soprattutto la polizia venuta in casa in seguito all’omicidio fu il disordine. L’omicida dopo aver commesso il delitto pareva essere colto da un raptus incontrollato che lo portava a mettere a soqquadro l’intero appartamento. Forse un tentativo di depistare le indagini, inscenando una rapina? Un bluff poco riuscito: come ho detto prima gioielli, soldi, oggetti di valore non furono mai toccati dal killer. Dopo il 1976, questa catena di morte fu interrotta e con essa anche le indagini subirono una frenata e anche una perdita d’interesse da parte dei media.

# Una scoperta utile a distanza di anni?

Oggi a distanza di oltre quarant’anni, il caso viene riaperto. Dalle ultime analisi fatte, viene scoperto che, studiando la zona dove operava il killer, si veniva a formare un ipotetico triangolo. Viene da pensare che il killer abbia scelto con cura le zone, i luoghi, nulla era lasciato al caso. Le donne conoscevano il loro assassino, istauravano con lui un qualche tipo di rapporto, quest’uomo poteva essere chiunque: un calzolaio, un fruttivendolo, un sarto, comunque un uomo comune di cui potersi fidare.

Forse quelle donne non troveranno mai giustizia per quello che gli è stato fatto. L’assassino, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere anche morto, oppure vivo e vegeto nascosto in qualche ospizio della città e, se fosse così, sarebbe macabro immaginarlo di fronte alla finestra a guardare Milano e pensare che un tempo quella stessa città fu terrorizzata dal suo passaggio, quella città che era in mano alla sua furia omicida.

Continua la lettura con: I 10 luoghi di Milano che mettono più a DISAGIO

MICHELE LARATONDA

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Michele Larotonda nasce a Potenza nel 1977, ma vive e lavora a Milano. Da sempre appassionato al mondo della scrittura partecipa a un corso di scrittura creativa che lo fa avvicinare al mondo del cinema scrivendo sceneggiature per alcuni cortometraggi che hanno avuto visibilità in rassegne specializzate a Milano e a Roma. Scrive e conduce il programma radiofonico I 2 della Stangata andato in onda su Radio 2.0. Nel 2018 esordisce con il romanzo IL SOGNOSCURO (Link edizioni) e il 2020 è la volta di DA UN’ALTRA PARTE (PAV edizioni). Collabora con i portali Sul Romanzo e RockShock.