🔴 “La Sanità torni in mano al governo! Questa la prima riforma dopo la crisi”. Una SANITÀ più “ROMANA” sarà migliore?

Mentre al nord ci si lamenta per le mancanze dello Stato, il governo prepara una riforma per togliere alle Regioni anche la sanità per portarla sotto al controllo centralizzato dello Stato

Credits: tg24.sky.it - Crimi e Orlando

Il comitato scientifico nazionale sta timidamente facendo trasparire che siamo prossimi alla curva di discesa del contagio e per questo da più parti, dopo la prima fuga in avanti di qualche settimana fa, si sta pensando al dopo emergenza sanitaria anche a livello di riforme costituzionali.

Se da Milano e dalle Regioni del nord si fa strada la richiesta di una maggiore autonomia, le intenzioni di diversi esponenti di Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle sono di indirizzo opposto: stanno progettando una riforma per togliere alle Regioni anche la sanità per portarla sotto al controllo centralizzato dello Stato.

🔴 “La Sanità torni in mano al governo. Questa la prima riforma dopo la crisi”. Una SANITÀ più “ROMANA” sarà migliore?

COSA HANNO FATTO LE REGIONI

E’ di questi giorni la polemica tra le Regione Lombardia e i sindaci dei principali capoluoghi che lamentano la mancata trasparenza sulla gestione dell’emergenza sanitaria e le non risposte sull’approvvigionamento delle mascherine, sulla sicurezza del personale medico delle case di cura, sui tamponi che non vengono eseguiti in numero adeguato e sui test sierologici da fare alla popolazione per verificarne l’immunità.

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Ma cerchiamo di capire cosa hanno fatto le Regioni e lo Stato.

# Lombardia: priorità potenziare la terapia intensiva

Attilio Fontana ha evidenziato come da Roma siano arrivate “solo le briciole” in termini di risorse, medici e materiale sanitario quali mascherine e altri dispositivi di protezione, macchinari per la respirazione necessari alle terapie intensive. Inoltre si sono aggiunti ostacoli burocratici nonostante le premesse di una semplificazione, come il mancato avvallo e successivo apporto economico per la realizzazione dell’ospedale di terapia intensiva nei padiglioni dell’ex Fiera al Portello o l’attesa autorizzazione ministeriale per lo sblocco di 4.000.000 mascherine realizzate secondo i protocolli e prodotte sul progetto del Politecnico di Milano, che quindi non possono essere messe a disposizione della popolazione.

Con aiuti marginali del governo e grazie ai finanziamenti privati e lavoro di volontari la Lombardia è stata in grado di aumentare i posti di terapia intensiva di oltre il 130%.

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# Veneto: la strategia dei tamponi contro le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità

Il governatore veneto da subito è andato contro le indicazioni dello Stato centrale e dell’ISS sottoponendo a tamponi quante più persone possibili, l’esempio di Vo’ Euganeo focolaio regionale del coronavirus gli ha dato ragione: il contagio è stato contenuto grazie al controllo su tutta la popolazione. Un altro fronte è stato quello della distribuzione di mascherine prodotte da un’azienda grafica locale che ha deciso di donarle per far fronte alle prime necessità e che Zaia ha fatto prontamente pervenire alla popolazione.

Anche sui farmaci da testare, per tentare una riduzione degli effetti del virus sui pazienti, la Regione ha preso la sua strada importando il farmaco giapponese Avigan senza attendere le autorizzazione del governo, così come per i test anticorporali per verificare l’immunità al Covid-19 seguito a ruota dalla regione Emilia Romagna.

Tutte le Regioni del Nord hanno sempre lamentato il fatto di non avere implementato nei tempi dovuti le misure di restrizione di zone rosse in tutte le aree di focoloai.

L’ “AIUTO” DELLO STATO

Alla prova dei fatti sul piano strettamente sanitario il governo assistito dalla Protezione Civile ha mostrato numerose lacune. In ordine sparso si può citare:

  • l’invio di dispositivi di protezione non in regola per l’uso sanitario agli Ordini dei medici capoluoghi di Regione dalla Protezione civile
  • l’importazione di mascherine dell’estero senza marchio CE per la quasi totalità dei 20 milioni di materiale di qualità pessima e inutilizzabile per il personale medico e sanitario
  • una decina di aziende italiane sono risultate idonee al commercio di mascherine ad uso sanitario, ma il ministero deve ancora dare la definitiva autorizzazione alla loro diffusione (a oltre un mese dall’inizio dell’emergenza) come rivelato da Milena Gabanelli sul Corriere: La beffa delle mascherine. Chi le produce non può distribuirle
  • molte aziende che hanno fatto investimenti per riconvertire la loro produzione in materiale sanitario lamentano la presenza di norme e procedure burocratiche che ostacolano la loro diffusione
  • per l’ospedale alla ex fiera dopo una prima promessa di appoggio il Governo ha fatto dietrofront negando qualunque supporto economico alla sua costruzione che è stata poi messa in atto esclusivamente grazie alle donazioni di cittadini e imprese del territorio
  • nonostante che Conte a inizio dell’emergenza avesse dichiarato in televisione che il governo era pronto ad affrontare l’emergenza sanitaria, nelle settimane successive si sono rivelate carenze drammatiche nei dispositivi di protezione del personale medico che, anche a causa di questo si è in larga parte infettata ed è stato suo malgrado motivo di contagio sui pazienti, nella fornitura di ventilatori e di impianti per la terapia intensiva
  • i tempi burocratici non hanno subito un’accelerazione come previsto dai decreti, come dimostrano il mancato rispetto dei 3 giorni da parte del Ministero della Salute per autorizzare la distribuzione di strumenti medicali e di protezione o la necessità di bandi per l’acquisto di macchine per l’aiuto alla respirazione che hanno spinto la Lombardia a passare direttamente da privati e aziende internazionali
  • malgrado il successo del sistema di tamponi a tappeto e di tracciamento dei contagi adottato in Corea del Sud, a Taiwan, a Singapore e successivamente anche in Germania e Islanda, a un mese e mezzo dall’inizio dell’emergenza il governo non è stato ancora in grado né di assicurare un modello efficiente per la realizzazione dei tamponi (che invece stanno attuando Veneto ed Emilia) e non ha ancora assegnato il bando per la realizzazione dell’app di tracciamento dei contagi
  • collegato all’emergenza sanitaria vi è quella economica: anche in questa situazione lo stato ha palesato una carenza di programmazione con il crash del sito dell’INPS per la richiesta del sussidio nel primo giorno di apertura delle procedure. Mentre in altri paesi imprese e cittadini hanno già ricevuto un sussidio sui loro conti in Italia al momento nessuno ha ancora ottenuto nulla.

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Eppure nonostante queste ed altre gravi carenze, da Roma invece che soluzioni giunge una richiesta che a molti sembra paradossale.

# Crimi capo politico M5S e Orlando vicesegretario PD “La Sanità torni in mano al governo. Questa la prima riforma dopo la crisi”

In mezzo a questa evidente disorganizzazione, dove gli enti locali sono in prima linea a gestire tutte le conseguenze dirette ed indirette e avocano maggiore autonomia per risolvere in fretta l’emergenza, prospettando una ristrutturazione in questo senso dell’assetto istituzionale appena passata la buriana come proposto da Sala e avvallato dal Capo dello Stato ecco che i leader della maggioranza si fanno avanti: M5S e PD vogliono che “La Sanità torni in mano al governo. Questa la prima riforma dopo la crisi” come riporta ildubbio.news.

Il capo politico del M5S Crimi rivendica un disegno di legge proposto nel 2013 “ripresentato in questi giorni” per “togliere le parole “tutela della sanità” dall’articolo 117 della Costituzione, che prevede sia regionale” per contrastare la disparità di trattamento tra i diversi enti regionali. Il vice segretario del PD Orlando invece intervistato da La Stampa afferma che “con 20 regioni che parlano 20 lingue diverse, credo sia necessario riconsiderare l’ipotesi della clausole di supremazia previste dalla riforma del 2016, ovvero di un ritorno delle competenze sanitarie allo Stato centrale”. Lo stesso Ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia ha bocciato la richiesta del governatore piemontese Cirio di poteri speciali alle regioni per la sanità.

# In 10 anni 37 miliardi in meno dallo Stato al SSN, chi vincerà la sfida tra governo e regioni?

Negli ultimi 10 anni, nel periodo 2010-2019, lo Stato centrale ha tagliato i fondi per 37 miliardi di euro, comportando la perdita numerica di medici, infermieri, presidi locali e posti letto in terapia intensiva, restituendo l’immagine di debolezza mostrata al mondo dall’Italia in questa pandemia.

Finita la crisi si assisterà probabilmente ad una resa dei conti sulle autonomie, in particolare sulla sanità che costituisce un terzo di risorse destinate ai bilanci regionali, che avrà come soggetto interessato l’area del Paese che produce dal 40% del PIL (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) fino a quasi il 50% considerando anche il Piemonte. L’apparato statale finora a dimostrato di essere inefficiente se raffrontato agli enti locali, chi ne uscirà vincitore?

FABIO MARCOMIN

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