Quando il virus colpisce vicino. LA MIA STORIA

Di solito la parola “positivo” dovrebbe alludere a qualcosa di bello e, di contro, il termine “negativo” avere un significato contrario. Questa volta non è stato così.

Foto: Andrea Cherchi (c)

Si dice che da ogni attimo, bello o brutto che sia, si debba trarre un insegnamento, una lezione, un bagaglio da portare con sé. E io credo che nessun momento come questo abbia lasciato un segno così profondo dentro ciascuno di noi.
Non perché ci sia stato chiesto di restare a casa o, nella peggiore delle ipotesi, di non tornare dalle nostre famiglie. Credo che la lezione più grande che abbiamo ricevuto sia che non sempre la leggerezza è lo scudo migliore con il quale proteggerci da quanto ci accade.

Quando il virus colpisce vicino. LA MIA STORIA.

Ammetto di essere stata tra quelli che hanno pensato si trattasse di un’esasperazione mediatica, lamentavo le continue telefonate di genitori in preda al panico quando il virus ha iniziato a diffondersi qui a Milano, li ho persino rimproverati suggerendo loro di dare meno ascolto alle tv o ai social impazziti.
Ammetto di aver sbagliato tutto.
In un attimo, ancor prima che potessi rendermene conto, i ruoli si sono invertiti.
Di solito la parola “positivo” dovrebbe alludere a qualcosa di bello e, di contro, il termine “negativo” avere un significato contrario.
Questa volta non è stato così.
Quando ti sentì dire “è positivo” la paura ti pervade, privandoti di qualsiasi capacità di ragionare. Tutto amplificato dalla lontananza, sì perché la persona positiva è una persona a me molto vicina anche se è a 900 chilometri di distanza, mentre io scrivo qui, da Milano.
In fondo sai che comunque non avresti potuto far nulla, che è giusto seguire le indicazioni delle autorità mediche, ma ogni centimetro che ti divide corrisponde ad anni luce. Quando il virus colpisce qualcuno di tanto vicino a te, il paradosso difficile da accettare è non potergli stare accanto. 


 

Visto da fuori fa paura, ma visto da vicino lo fa ancora di più.

Visto da fuori ci si limita ad ascoltare quello che viene raccontato, ma visto da vicino è una corsa contro il tempo alla ricerca di testimonianze, studi scientifici, punti di vista di esperti.
Visto da fuori pensi di sapere come gestirlo, visto da vicino ti riscopri completamente incapace di farlo.
La superficialità ti porta a pensare “a me non può accadere” anche se i numeri aumentano, le città colpite anche, e tu ti rinchiudi in quella piccola bolla dove pensi che niente di tutto questo possa raggiungerti.
Eppure si sa, le bolle sono fatte per scoppiare prima o poi. La verità è che tutto quello che sta accadendo in questo giorni riguarda ciascuno di noi, nella stessa identica misura.
Non importa quanti anni tu abbia, a che ceto sociale appartenga, che tu creda in qualcosa oppure no. Forse questa è una di quelle rarissime volte in cui tutti siamo sotto lo stesso identico cielo.



È questione di tempo e torneremo tutti alla normalità.

Le metro torneranno affollate come un tempo, la gente tornerà alle proprie irrefrenabili corse contro il tempo, torneranno gli aperitivi e le palestre piene, torneranno i cinema, i teatri, i musei e i banchi di scuola. Tornerà tutto come prima, riavremo tutto indietro, ma ci porteremo addosso e dentro una lezione indelebile…
Quella chiamata o quel messaggio mandalo anche quando credi di non aver abbastanza tempo, quel libro non abbandonarlo sul tuo comodino, leggine qualche pagina anche quando la stanchezza è troppa, quel silenzio ascoltalo anche quando i clacson delle auto imbottigliate nel traffico sembrano impedirtelo e, più di ogni altra cosa, se ti mancherà quell’abbraccio, quello che ti fa tornare il sorriso, vai a prendertelo.

Perché oggi sai cosa significa non poterlo avere.

ROSSANA QUARATO

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