Appunti di un PAPÀ in SMART WORKING

Quanto ci cambierà?

Credit: repubblica.it

E’ passato un anno, pare incredibile, eppure è successo, è trascorso del tempo e siamo ancora in una situazione di stallo, siamo ancora in alto mare.  

Sì, sono arrivati i vaccini ma pare non siano sufficienti per coprire tutti, i politicanti promettono che entro breve tutta la popolazione italiana sarà vaccinata e torneremo a vivere la nostra vita, torneremo alla vita di prima, torneremo ad abbracciarci e smetteremo di dirci, a noi stessi soprattutto, che andrà tutto bene.  


Torneremo, ma quella meta pare ancora lontana e intanto le cose non sembrano essere cambiate e siamo ancora in smart working. 

Appunti di un PAPÀ in SMART WORKING

# L’inizio dell’era del Covid19 

Ricordo ancora che mi trovavo in palestra in quel gennaio 2020 e tutte le mattine osservavo il televisore e leggevo di questo strano virus che in Cina stava mietendo vittime a numeri altissimi ogni giorno e ricordo che pensavo che questa cosa mai sarebbe arrivata anche da noi.  

La Cina è uno stato lontano, distante. Cercavo di autoconvincermi che la nostra sanità, la nostra “occidentalità” in qualche modo ci avrebbe salvato o per lo meno salvaguardato.  



Solo un mese più tardi si cominciava a parlare di mascherine, di gel disinfettanti e di una possibile chiusura delle attività commerciali non di prima necessità, di chiusure a scopo precauzionale delle scuole, insomma l’inizio di una nuova era. 

Per la prima volta nella nostra storia impariamo a conoscere una parola inglese che a oggi è entrata nel linguaggio comune e che fa molta paura: lockdown. 

Quei timori trovano subito fondamenta solide, il virus ha un nome, arriva in Italia e si abbatte come uno tsunami sulla popolazione che si trova a vivere una situazione surreale e irreale.  

Interi paesi vengono chiusi, messi in quarantena, ma è solo un’apparenza, un effetto placebo che possa evitare il panico generale. Il virus si muove silente e allarga la sua minaccia di morte e la sua letalità.  

Ogni giorno che passa, è un giorno guadagnato nella nostra vita e non invidiamo o almeno proviamo un po’ di compassione e paura, per le notizie dei pronto soccorsi intasati, dei reparti ospedalieri infettati, delle bare che potrebbero contenere noi o uno dei nostri cari.  
 

# La chiusura delle scuole e lo smart working 

Credit: ilsole24ore.com

Le attività commerciali iniziano a chiudere, i parchi si svuotano e vengono chiusi da transenne, infine il colpo di grazia: la chiusura delle scuole.  

I genitori lavoratori vanno nel panico. A chi lasceremo i nostri figli? Chi farà loro lezione? Chi li preparerà al loro futuro? Domande del genere sono all’ordine del giorno ed è così che inizia la primavera del lockdown. 

Vengono promulgati DPCM ogni giorno diversi, vengono attivati fondi per attività in crisi (tra l’altro non sempre giunti per tempo), vengono attivati congedi parentali pagati al 50% e infine viene incitato il lavoro agile, un’altra parola inglese: lo smartworking. 

Tutti a casa, chiusi nelle proprie abitazioni, divieto di uscire, se non per comprovata necessità.  

Il lavoro si fa da casa, si fanno le riunioni da casa, si vive dentro, il fuori diventa pericoloso. Skype, Zoom, Team e altri sono i nostri nuovi amici per collegarci col mondo e illuderci che esista ancora una certa socialità. 

Pare lo scenario di un film di fantascienza eppure l’abbiamo vissuto, tanti non ce l’hanno fatta e ci hanno lasciati e ancora oggi siamo in una situazione che di certo non ha niente. 

# La fine dell’estate: l’illusione di un nuovo inizio 

Dopo l’estate qualche attività riprende il suo percorso, altri sono costretti a chiudere, le scuole riaprono, la vita sembra tornare non dico come prima, ma c’è un’illusione di normalità che purtroppo dura poco.  

È l’inizio della tanto temuta seconda ondata, è l’inizio dei colori delle varie regioni assegnati in base al numero dei contagiati. Richiudono palestre, centri estetici, bar e tavole calde possono solo fare servizio di asporto.  

Le scuole dalla terza media in poi vengono messi in DAD (didattica a distanza). Tutto come prima? Sì e no. Non siamo chiusi in casa, ma la situazione non migliora. Virologi e infettivologi vanno in televisione, alcuni parlano di situazioni preoccupanti e altri cercano di sminuire la situazione o per lo meno cercano di non gettare nel panico, diciamo che i medici si dividono in due gruppi: i più ottimisti e i più pessimisti. 

Finalmente arrivano i primi vaccini, ma funzioneranno? Ancora oggi se ne discute la reale efficacia (e lo dico da vaccinato).  

# Dopo un anno nulla è cambiato 

Credit: chenews.it

Tante cose sono successe da quel febbraio 2020, l’unica cosa che è rimasta invariata è la situazione dei lavoratori in smart working che oggi stanno vivendo un’altra situazione drammatica.  

Le scuole sono state chiuse tutte, gli studenti costretti alla DAD e se per persone delle superiori la cosa può essere utile e funzionante, davvero pensiamo che per i bambini, quelli che hanno iniziato le elementari, possa essere così utile?  

Proviamo a metterci nei panni di questi bambini che già l’anno scorso hanno dovuto rinunciare alla socialità, a cominciare a imparare a leggere e scrivere, per un bambino di quell’età non è così tutto comprensibile. Gli strascichi di questa situazione la porteranno avanti per molto tempo e il disastro è proprio dietro l’angolo. 

Come faccio a spiegare a mio figlio che non può andare a scuola, vedersi con i suoi compagni, andare al parco a dare due calci al pallone, andare ad allenarsi in palestra?  

Come faccio ad accettare che mio figlio sia costretto a guardare un monitor per diverse ore al giorno e come faccio a spiegargli che, quando ha finito, non posso stare con lui, non posso giocare con lui perché devo lavorare?

Posso accettare che televisori, tablet e telefonini possano diventare i nuovi baby sitter? Ho sentito di persone che hanno dovuto fare riunioni per cinque ore di fila e che sono stati costretti a lasciare i propri figli davanti al televisore e appena la riunione è finita sono andati in bagno a piangere sopraffatti dai sensi di colpa nei confronti dei propri piccoli. Ma i bambini vanno aiutati a crescere, non sedati e ammutoliti. 

# Il diritto di vivere e non sopravvivere

Credit: repubblica.it

A volte mi capita di guardare mio figlio e pensare a come sarà quando sarà grande, quale sarà il suo aspetto, la sua voce, il suo pensiero, insomma forse quello che pensavano i miei genitori guardando me alla sua età, ma poi ho paura che quello che sta vivendo oggi possa diventare un ostacolo insormontabile perché il suo futuro, il suo domani si decide oggi, non domani. 

A volte mi sembra che questa pandemia ci abbia reso molto egoisti e troppo concentrati sul “nostro orto”. Spesso ho la sensazione che abbiamo smesso di credere e di costruire un’alternativa. Credere che possa esserci un domani o persone cui saremo costretti a passare la palla. Costruire un’alternativa e non pensare solo che chi ha il wi-fi è al sicuro. 

Una volta un’amica editrice mi disse che i figli non sono solo nostri, ma sono del mondo, hanno nomi e cognomi, hanno una cittadinanza, ma se oggi non gli diamo le basi, quale sarà la motivazione che li spingerà ad affrontare il mondo, a produrre benessere per  e per i propri cari?

Non bisogna accontentarsi di sopravvivere, abbiamo il dovere e il diritto di pretendere di vivere. 

Continua la lettura con: “DAD è solo mio papà”: la PROTESTA A COLORI dei bambini di Milano
 

MICHELE LAROTONDA

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Michele Larotonda
Michele Larotonda nasce a Potenza nel 1977, ma vive e lavora a Milano. Da sempre appassionato al mondo della scrittura partecipa a un corso di scrittura creativa che lo fa avvicinare al mondo del cinema scrivendo sceneggiature per alcuni cortometraggi che hanno avuto visibilità in rassegne specializzate a Milano e a Roma. Scrive e conduce il programma radiofonico I 2 della Stangata andato in onda su Radio 2.0. Nel 2018 esordisce con il romanzo IL SOGNOSCURO (Link edizioni) e il 2020 è la volta di DA UN’ALTRA PARTE (PAV edizioni). Collabora con i portali Sul Romanzo e RockShock.

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