L’assedio di Milano: quando 300.000 capitolarono ai Goti

L’assedio di Milano durò dal 538 fino al marzo 539. Mentre venivano assediati dai Goti, i milanesi chiesero aiuto all’imperatore Belisario che preparò un piano per andare in loro soccorso. Ma a questo piano si oppose il generale Narsete che riteneva più prioritaria la sottomissione dell’Emilia.
Belisario insistette e per soccorrere Milano inviò un esercito, condotto da Martino e Uliare, ma i due comandanti imperiali, giunti in prossimità del fiume Po, piantarono le tende e non avanzarono oltre.
Per convincerli a muoversi, Mundila, il comandante della guarnigione imperiale di Milano assediata, inviò ai due comandanti un romano di nome Paolo il quale, attraversato il Po a nuoto, giunse da Martino e Uliare, rammentando loro il danno che avrebbe sofferto Milano e l’Impero. Paolo credette di averli convinti e, tornato a Milano, diede ai suoi abitanti la notizia che presto sarebbero arrivati gli eserciti di Martino e Uliare a salvare Milano.
Ma Martino e Uliare non si mossero comunicando all’imperatore che l’esercito era troppo spaventato dall’avanzata dei Goti per opporvi resistenza.
Dopo aver letto la lettera, Belisario ordinò a Giovanni e Giustino di raggiungere Martino e Uliare, ma questi si rifiutarono, dichiarando che avrebbero seguito il suo ordine solo se anche Narsete fosse stato d’accordo.
Belisario provò a convincere di nuovo Narsete che stavolta accettò e ordinò a Giovanni e Giustino di seguire l’ordine di Belisario. Così i due generali partirono alla volta di Milano, ma una malattia che colpì Giovanni rallentò ancora le operazioni.
Durante tutti questi bizantinismi, gli stenti subiti dai Milanesi assediati si aggravarono a tal punto che: « …quelli entro la città erano a tale ridotti per inopia di vittuaglia che molti non isdegnavano mangiar cani, sorci ed altri animali abborriti in prima per cibo dell’uomo. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 21.).

I goti intanto agivano cercando di piegare la resistena dei milanesi promettendo loro salvezza in caso di resa, ma Mundila, dubitando delle loro promesse, propose ai suoi di lanciarsi contro i nemici in un attacco suicida, perché era meglio perire in modo eroico, che continuare a vivere vedendo gli abitanti di Milano trucidati dal nemico.
Ma nessuno dei soldati fu d’accordo con Mundila e così la guarnigione imperiale si arrese al nemico e fu risparmiata, mentre dai 30.000 ai 300.000 cittadini milanesi vennero trucidati dal nemico.
Questa la descrizione di Procopio della strage:
« Milano quindi fu agguagliata al suolo, e massacrato ogni suo abitatore di sesso maschile, non risparmiandosi età comunque, e per lo meno aggiugnevane il numero a trecento mila; le femmine custodite in ischiavitù spedironsi poscia in dono ai Burgundioni, guiderdonandoli con esse del soccorso avutone in questa guerra. Oltre di che rinvenuto là entro Reparato prefetto del Pretorio lo fecero a pezzi e gittaronne le carni in cibo ai cani. Gerbentino, pur egli quivi di stanza, poté co’ suoi trasferirsi per la veneta regione e pe’confini delle vicine genti nella Dalmazia, e passato in seguito a visitare l’ imperatore narrogli a suo bell’agio queil ’immensa effusione di sangue. Quindi i Gotti, occupate per arrendimento tutte le altre città guernite dalle armi imperiali, dominarono l’intera Liguria. Martino ed Uliare coll’ esercito si restituirono in Roma.»
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 21.)

La guerra gotica finì nel 553 con la sconfitta dei Goti e la riduzione dell’Italia a provincia bizantina.