Perdersi a VENEZIA: la strana caratteristica dei NUMERI CIVICI

Mentre tutte le città si adattano all’uomo, l’uomo si adatta a Venezia

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Se pensavate che l’originalità delle strade di Venezia fosse solo nel loro nome, preparatevi a essere sorpresi. E se pensavate poi che orientarsi tra i numeri civici di Milano o di qualche altra grande città fosse complicato, lasciate perdere quest’articolo. 

Perdersi a VENEZIA: la strana caratteristica dei NUMERI CIVICI

Quando nel 2014 mi trasferii a Venezia, decisi che avrei esplorato quella che per me era un’opera d’arte, una città senza eguali, ricca di storia, sfarzo e leggende. Ricordo di aver lasciato le valige nella mia camera in S. Polo 2466 e di aver aperto il navigatore con la G  maiuscola per farmi guidare verso la sede centrale dell’Università Ca’ Foscari, dove avrei dovuto presentarmi il pomeriggio seguente. Fu un fallimento epocale.


Se siete stati a Venezia almeno una volta, sapete di cosa sto parlando. Le strade—calli, per favore—sono così piccine e labirintiche che nemmeno i satelliti migliori erano in grado di trovarmi, e dopo un’ora mi resi conto di aver soltanto girato in tondo intorno a una chiesa dietro casa. Per rientrare, mi ci volle un’altra ora. 

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# La città 

Sono 436 i ponti che collegano Venezia tra le sue 416 isole divise in sei sestieri—i suoi quartieri. Questi, sono tre per ogni sponda del Canal Grande: da una parte Castello, S. Marco e Cannaregio, dall’altra S. Croce, S. Polo, e Dorsoduro, che comprende anche le isole della Giudecca e di San Giorgio Maggiore. 

Fino all’epoca della Repubblica della Serenissima, non c’erano indicazioni stradali o numerazioni che individuassero edifici o strade: le denominazioni stradali così come delle abitazioni erano appannaggio della gente che abitava in quel dato sestiere. Questo spiega il doppio nome di alcuni campi e calli, solitamente legati alla presenza di una particolare famiglia o attività lavorativa, rimaste poi in uso anche in epoca successiva, quando si decise di dipingere quel nome direttamente sugli intonaci degli edifici.



L’introduzione dei nisioeti (veneziano per lenzuolino) le tipiche targhe stradali dipinte e rintracciabili in città, risale alla dominazione napoleonica di ciò che rimaneva della Serenissima prima che questa fosse “ceduta” all’impero asburgico col trattato di Campoformio nel 1797. In questo periodo, i nuovi dominatori introdussero la stessa numerazione civica “teresiana” già introdotta a Milano e nelle altre città dell’Impero. Il regolamento del 24 settembre 1801 poi, prevedeva che i numeri fossero in nero, con il colore prodotto da ossa carbonizzate e petrolio, tracciate su un rettangolo dipinto di bianco e posizionati vicino a ogni ingresso di casa. Successivamente, la numerazione fu incisa su targhe di pietra, per poi tornare a essere pitturata—questa volta in rosso—tramite mascherine e stencil, su sfondo bianco dapprima ovale e poi di nuovo rettangolare. 

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# I numeri (civici)

Ma in cosa consiste la numerazione “teresiana”, in realtà? Contrariamente alla più recente numerazione “a stradario”, a Venezia, i numeri civici sono assegnati progressivamente in ciascuno dei sestieri che la compongono, senza nessuna distinzione tra lati e numeri pari o dispari. Le abitazioni di ogni sestiere sono numerate iniziando dal n.1, e proseguono crescendo tra calli, campi, e campielli fino al confine del sestiere, per poi ripercorrere la strada a ritroso fino al punto di partenza: non a caso, infatti, nei pressi del numero 1 del sestiere di S. Marco c’è anche l’ultimo, il numero 5562. Ogni numero finale del sestiere, infine, viene sempre segnalato come ultimo del sestiere stesso, attraverso un nisioeto.

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Il sestiere di Castello arriva al numero 6828, S, Marco al 5562, Cannaregio 6419, S. Croce, il più piccolo dei sestieri, al 2359, S. Polo al 3144, e Dorsoduro al 3964, ai quali vanno aggiunti i 971 numeri civici della Giudecca, che ha una sua propria numerazione. Non è abbastanza? Dato che i sestieri si fondono l’uno con l’altro tra ponti, rii, e rami, capita di seguire una calle fin oltre un ponte e vedere che i civici cambiano da qualche centinaio a qualche migliaio: stessa strada, sestiere diverso, numerazione diversa! Con buona grazia dei postini veneziani.

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# Perdersi per sentirsi a casa

Il mio discutibile senso dell’orientamento ha probabilmente avuto un ruolo essenziale nelle mie disavventure veneziane, ma a far da complice c’era sicuramente l’intricato disegno della città reso impenetrabile dall’insolita numerazione civica veneziana. Quel pomeriggio di sei anni fa, chiesi al mio coinquilino più esperto di accompagnarmi, per poi scoprire di avere la mia agognata destinazione proprio a cinque minuti di strada.  

Che si tratti di una calle, un sottoportego, o una  fondamenta, senza un punto di riferimento specifico, rintracciare un luogo a Venezia conoscendone il solo nome è possibile solo a patto che si conosca il sestiere. 

@artemisiadt

Certo, ci sono numerose indicazioni per i punti di attrazione principali e, a meno che non siate un caso disperato come me, raggiungere Piazza San Marco o il Ponte di Rialto e tornare indietro verso la Stazione di Santa Lucia è abbastanza intuitivo e sicuro. Ma se avete intenzione di uscire dai percorsi turistici, le cose si complicano. 

Per orientarsi a Venezia si usano elementi insoliti come le chiese—sebbene, con circa 180 campanili, non sia semplice nemmeno quello—o i ponti. Per raggiungere una destinazione, si individua la direzione da intraprendere, provando e riprovando le prime volte, e si fa affidamento alla propria bussola interiore. I veneziani spesso danno indicazioni contando i ponti, che il visitatore si ripeterà come un mantra nella speranza di non perdere la direzione. 

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Una volta mi dissero che, mentre tutte le città si adattano all’uomo, l’uomo si adatta a Venezia. Solo dopo essermi volutamente persa nelle sue strade, assaporato quel vago senso di smarrimento nel posto tra i più visitati del mondo, e aver imparato a conoscerla, posso capire il senso di quella rivelazione. 

 

Fonte: Venipedia, Venexian.com

 

Continua la lettura con: I numeri TERESIANI: gli strani NUMERI CIVICI su alcuni palazzi di Milano

Giada Grasso

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Giada Grasso
Classe 1987, nasco a Catania, vivo a Venezia, e parlo toscano. Per riscattare una parlantina alquanto solida, mi laureo in Comunicazione e mi specializzo in Scienze del Linguaggio. Mi piace viaggiare, anche e soprattutto con la mente, e spaziare tra i più disparati interessi: canto, continuo a studiare lingue che mi stimolino, programmo, leggo libri di neuroscienze e sociologia, medito nel tempo libero, fotografo quando trovo la luce colpire gli oggetti nel modo giusto, pettino una gatta che non vuole saperne di essere acconciata.